13 maggio 2013

Trony

Come uscire dalla crisi?


A mio parere una strada da percorrere è quella di creare imprese più grandi, capaci di affrontare meglio, fin da subito, la concorrenza e essere più competitive.

Qualcosa sta succedendo nel settore della distribuzione. Negli anni scorsi in molte grandi città italiane i francesi di Fnac e Darty hanno aperto molti negozi in molte città italiane, operanti soprattutto nell'elettronica.

La crisi e il calo del PIL del 2012 hanno spinto i due gruppi francesi a disimpegnarsi. Fnac ha chiuso alcuni negozi e i restanti sono stati venduti, come quelli di Darty, a un gruppo italiano, Dps, che opera con il marchio Trony, costola della Rinascente poi venduta a imprenditori lombardi.

Curiosamente sono gli italiani a comprare aziende straniere. E' il bello della crisi: chi non ce la fa lascia spazio a altri. Trony si troverà in pochi mesi a aumentare, spendendo pochi soldi, i propri punti vendita.

Una buona notizia, perché una grande imprese ha più possibilità di fare utili, crescere, creare occupazione di un'impresa di dimensioni minori, specie in un settore come quello della distribuzione, in cui chi compra tv o computer può spuntare un prezzo migliore se è grande.

L'aspetto negativo è che l'acquisto di Fnac e Darty da parte di Trony pare un caso isolato. Manca una strategia pubblica per favorire fusioni e acquisizioni, che sarebbero utilissime dove la crisi e la concorrenza straniera colpiscono duro.

12 maggio 2013

La festa militare è finita?

L'ultima novità degli F35 è che pare non riescano a atterrare correttamente in caso di tempo caldo e umido: serviranno a fare la guerra solo d'inverno o sono il simbolo di un'industria militare mondiale che vive di sprechi?

L'elenco degli sprechi della spesa militare è infinito. Luca Marco Comellini, che ha creato un partito per difendere i diritti dei militari, ne elenca diversi: "l'indennità di ausiliaria (415 mln/anno), gli avanzamenti di grado all'ultimo giorno di servizio, i richiami in servizio e i trattamenti economici superiori percepiti al compimento dei 13-15 e 23-25 anni di servizio, le indennità antiesodo dei piloti e controllori di volo (45 mln/anno), i costi del Cocer (5,2 mln/anno), gli stipendi dei cappellani militari (6,3 mln/anno)" e propone "l’unificazione delle forze di polizia" che permetterebbe a suo avviso "una riduzione della spesa per la sicurezza di ulteriori 4 miliardi all’anno".

Ma l'elenco non finisce qui: si potrebbe creare un solo esercito europeo, senza inutili doppioni nazionali, eliminando uomini, mezzi e strutture destinate in passato a difendere i singoli paesi dal rischio di guerra con i vicini europei. Secondo qualche calcolo, il risparmio a livello europeo se si adottasse un esercito unico europeo supererebbe i 120 miliardi di euro l'anno. Di questi almeno 7-10 sarebbero soldi risparmiati dall'Italia.

Perchè dunque non farlo? E soprattutto, perché i tanti che fanno politica, a parole, contro gli sprechi non partono proprio dell'enorme spreco collegato alle spese militari?


Per ora una buona notizia c'è: Enrico Letta ha scritto ai ministri dell''Interno, della Giustizia, della Difesa e dell'Economia manifestando l'intenzione di ridimensionare, "ridefinire le modalità di organizzazione delle feste delle singole forze armate, dei corpi militari e dei corpi non armati dello Stato".


 La festa per il 152° anniversario dell'esercito che si doveva tenere all'ippodromo militare di Roma è stata cancellata, come quella della Guardia di Finanza. Speriamo sia solo l'inizio di una dura lotta agli sprechi militari, iniziando da quelle feste la cui abolizione avevamo sostenuto già 3 anni fa (vedi qui).

10 maggio 2013

Dai bamboccioni ai deputati bamboccioni?

Alessandro Furnari, 36 anni, libero professionista nella comunicazione, frequenta il corso di laurea in scienze della comunicazione. Realizza siti internet ed ha competenze sia di strategie di marketing nel web che di tecnologie di e-commerce.

Questo il curriculum di un deputato grillino di Taranto, che ha rilasciato un'intervista a La Stampa dai risvolti molto interessanti.

L'oggetto del contendere è la diaria, vale a dire i soldi che i deputati ricevano per pagarsi pranzo cena, pernottamento e altre spese durante i soggiorni a Roma.

Beppe Grillo ha spiegato che i deputati cinquestellati dovrebbero rendicontare tutte le spese e restituire i soldi della diaria non spesi. Gran parte dei parlamentari sono di diverso avviso, non vogliono rendicontare le spese forse perchè, come ha spiegato qualcuno, se metti online la ricevuta del pranzo o della cena finisce che qualcuno ti accusa di aver speso un giorno qualche euro in più del giorno prima e ti insulta.

Meglio incassare la diaria e vivere sereni, senza la paura che una fetta di torta in più si trasformi in un insulto dei propri elettori.

Intervistato, Fornari spiega "il regolamento che abbiamo firmato non impone affatto di restituire il denaro non rendicontato", e che prima di chiedere la restituzione dei fondi bisognerebbe valutare le singole situazioni familiari.

Ad esempio, lui, Furnari, deputato, è "nello stato di famiglia dei genitori e con tutta la busta paga che prend[e] rischi[a] di far perdere a loro gli assegni pubblici".

Insomma siamo passati dai bamboccioni di Tommaso Padoa-Schioppa, che forse non si rendeva conto che non è facile per i giovani andare a vivere da soli con pochi soldi e un lavoro precario, ai deputati (bamboccioni) preoccupati di non far perdere gli assegni pubblici ai genitori, colpevoli di avere un figlio in Parlamento.

09 maggio 2013

Welfare mediterraneo..Verso l'implosione?

Stando ai miei libri universitari (studio Trabajo Social, "Lavoro Sociale) nel mondo occidentale, a grandi linee, i sistemi di welfare sono quattro:

-Liberista: tipico di Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti.
Detto anche "modello anglosassone".
Caratterizzato da un abbandono delle politiche sociali al mercato ed alla gestione privata o del terzo settore, (ong, associazioni eccetera), col ruolo dello Stato limitato solamente ad azioni assistenziali contro la povertà (per esempio i sussidi di disoccupazione anche universali inglesi, oppure certe assicurazioni sanitarie pubbliche come i medicare e medicaid negli USA).
Un sistema che non se lo pone nemmeno l'obiettivo della giustizia sociale, al massimo si prefigge di evitare forme esagerate di povertà.

-Conservatore: tipico di Germania, Austria, Belgio, Francia, Canada.
Detto anche "modello bismarckiano", orientato soprattutto all'ambito del lavoro ed in cui l'assistenza sociale varia fortemente a seconda dello strato sociale del cittadino (in quanto si darebbe un forte peso alle prestazioni contributive, e quindi alla situazione lavorativa dell'individuo, sebbene oggigiorno esistano in questi Paesi pure prestazioni minori non contributive), ed alle responsabilità familiari.
Quindi sistema detto conservatore perché pur mirando all'attenuazione delle situazioni di disagio sociale, preserverebbe comunque la disuguaglianza, oltre a sostenere la famiglia tradizionale.

-Socialdemocratico: tipico di Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Lettonia, Estonia, Lituania.
Detto anche "modello scandinavo".
Si basa sul protagonismo dello Stato in tutta la sfera sociale, dalla sanità all'istruzione, dalle pensioni alla disoccupazione, dagli asili nido all'assistenza agli anziani eccetera eccetera. Con forte carattere assistenziale (ovvero prestazioni non contributive, finanziate dalla fiscalità generale fortemente progressiva).
L'unico modello di welfare in grado di ridurre in maniera significativa la disuguaglianza sociale.

Infine esisterebbe un quarto modello, che però molti autori considerano una semplice variante "imperfetta" di quello conservatore:

-Mediterraneo: tipico di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia.
Detto anche "meridionale", o "cattolico".
La cui caratteristica sarebbe quella di essere un  ibrido degli altri sistemi.
Tradizionalmente ispirato al modello scandinavo per quel che riguarda pensioni, sanità ed istruzione (pur perdendo progressivamente le caratteristiche di universalità ed assistenzialità passando infatti al sistema contributivo per le pensioni o anche in ambito sanitario, basti pensare a quanti oggi fanno fatica a pagare i ticket in Italia, o alla continua privatizzazione d'ospedali in Spagna). A quello conservatore quanto alla disoccupazione con nettissima prevalenza delle prestazioni contributive (ma con insufficienti, talvolta nulle, prestazioni universali e non contributive). A quello liberista per quanto riguarda l'assistenza agli anziani ed invalidi, o gli asili nido (intervento pubblico assolutamente insufficiente, quasi assente)..eccetera insomma si attinge qualcosa da tutti gli altri sistemi...con sempre meno di socialdemocratico, soprattutto per problemi finanziari.

Riguardo al modello mediterraneo però secondo praticamente tutti gli autori, la questione sarebbe anche culturale: si dà per scontato, soprattutto in passato, che molte di queste funzioni assistenziali spettino alla famiglia, (il che poi tradotto, soprattutto per quanto riguarda anziani, invalidi e bambini, significa alle donne).
Giustificando così socialmente il disinvestimento dello Stato in questi ambiti, che per tanto tempo non è stato nemmeno richiesto in quanto da tutti era visto come qualcosa di naturale che le donne si occupassero delle faccende domestiche.

Questo ha sul lungo periodo un effetto, amplificato dalla terribile crisi  economica che stiamo vivendo, molto perverso:
Oltre a scoraggiare l'occupazione femminile, si favorisce un invecchiamento della popolazione (comunque presente, pur se con tassi molto più bassi, anche nei Paesi del centro e nord Europa), mitigato solo  grazie ai flussi migratori...(che comunque a causa della crisi si stanno riducendo).

L'invecchiamento della popolazione poi a sua volta mette a rischio prima di tutto la sostenibilità pubblica di sanità e pensioni.
Proprio gli ambiti in cui tradizionalmente i Paesi meridionali avevano un maggior investimento pubblico.

Se cadono anche questi, cosa rimane del welfare mediterraneo? Avrebbe ancora senso differenziarlo tanto da quello liberista?  Questo secondo me è un grande interrogativo.
Ma con una differenza: che almeno in quei Paesi il senso del disinvestimento pubblico era l'abbattimento della pressione fiscale, che oggi invece nel sud Europa aumenta.

Insomma: pressione fiscale da svedesi, ma servizi pubblici da irlandesi. Cornuti  e mazziati. Se non facciamo qualcosa i rischi per il Sud Europa sono grossi.
Questioni che la politica, anche a livello europeo, dovrebbe cominciare a porsi.
Non solo per metterci una pezza ora sul momento, ma per trovare soluzioni strutturali.

Benvenga quindi l'asse Roma-Madrid su cui insiste tanto Rajoy.
I Paesi mediterranei devono farsi sentire. Di solo spread il Sud Europa muore.

08 maggio 2013

Don Milani, citazione





Non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. Don Milani, Lettera a una professoressa

06 maggio 2013

Andreotti

E' morto Giulio Andreotti, 94 anni, senatore a vita con un lunghissimo passato politico fatto di mille incarichi come presidente del consiglio, ministro, sottosegretario, ma anche sospettato di aver commesso numerosi reati gravi (la Cassazione ha stabilito che Andreotti ha fatto favori alla mafia), dai quali è stato assolto politicamente o giudiziariamente (prescrizione compresa).

Andreotti è stato un simbolo dell'Italia politica, molto amato e molto odiato, ha incarnato il potere fine a se stesso, la mediazione infinita tra poteri diversi, compresi quelli illegali.

Ognuno aveva qualcosa, molti erano riconoscenti, il potere di Andreotti cresceva, ma l'Italia restava sempre uguale a se stessa, figlia di un conservatorismo che non aveva nulla in comune con Reagan o la Thatcher. Era il puro e semplice rifiuto di ogni cambiamento che ricorda l'atteggiamento di un nobile del passato intenzionato a mantenere le vecchie abitudini incurante dei cambiamenti in atto attorno a lui.

Questo era il conservatorismo di Andreotti. Non fingeva neppure di essere diverso. Altri conservatori avrebbero fatto propria la famosa massima del Gattopardo, cambiare tutto per cambiare nulla. Lui no, era cinico e rimproverò Ambrosoli, ucciso per essersi opposto al salvataggio della banca di Sindona (che Andreotti aveva esaltato definendolo "salvatore della lira") con soldi pubblici, di essersela andata a cercare.

C'è molto di Andreotti, del suo cinismo, del potere che incarnava e rappresentava, in questa Italia in crisi. L'Italia della spesa pubblica per fini elettorali, delle corporazioni che si oppongono a qualsiasi cambiamento, della politica ridotta a battuta, degli interessi economici difesi anche quando causano disastri, era la sua Italia. Lui è morto, ma quell'Italia resta. Disastrata e incorreggibile.

04 maggio 2013

Tasse e politica economica

Quando leggo dei prossimi tagli sulle tasse, sull'IMU, sull'aumento dell'IVA, il taglio del cuneo fiscale, rimango a volte interdetto sugli obiettivi di politica economica che si vogliono perseguire.

Mi spiego meglio.

Sappiamo tutti che le leve con cui un governo può incidere sulla ricchezza e sul reddito dei cittadini sono in genere due: quella monetaria e quella fiscale. Vi sono ovviamente altre leve, che però presuppongono un intervento diretto nell'economia, ad esempio costruire un'infrastruttura (un porto o un'autostrada), ma ultimamente, dal ripudio dei piani quinquennali, non sono molto popolari.

La leva monetaria, cioè il rafforzamento o la svalutazione della moneta è ormai pochissimo manovrabile essendo in mano alla BCE, resta quindi la leva fiscale.

Quello che mi lascia sorpreso è che si parli semplicemente di tagli alle tasse senza pensare che dietro "dovrebbe" esserci un ragionamento di politica economica. Mi spiego meglio.

Se decido di tagliare l'IMU, implicitamente decido di non tassare più la ricchezza (che per sua natura produce rendita), favorendo gli investimenti in questo campo, cioè nello specifico nel mattone.

Se decido di tagliare l'IVA (in questo caso dovrei dire più propriamente di "non aumentare"...) favorisco i consumi interni.

Se decido di operare sul cuneo fiscale dei lavoratori favorisco sia i consumi interni, sia sprono le imprese a assumere lavoratori in Italia perché il costo del lavoro diminuisce.

E potrei continuare così per molto e per tutta Europa.

Quindi in teoria il processo dovrebbe essere inverso: ho una politica economica che fa parte della mia visione dell'Italia dei prossimi anni, quindi voglio arrivare a quell'obiettivo che nello specifico potrebbe essere rilanciare i consumi o la rendita (giusto o sbagliato che sia), quindi prendo alcuni provvedimenti fiscali, sia tasse che incentivi, che indirizzeranno l'economia su quella strada.

Io francamente ho qualche difficoltà a capire dove le forze politiche vogliano arrivare, perché il processo decisionale mi sembra ancora molto ideologizzato: aboliamo l'IMU perché è una cosa di destra (ma la destra non dovrebbe essere liberista ?!?) o tagliamo le tasse sul lavoro perché è una cosa di sinistra.

Ma chi ha una visione, un'idea di come dovrà essere questo paese tra 5 anni?

Inceneritori

A Parma l'inceneritore è entrato in funzione, nonostante Pizzarotti e Grillo avessero promesso di bloccarlo.

A Torino invece per evitare le contestazioni, l'inceneritore è stato acceso senza alcun clamore. Nessuna cerimonia, nessun annuncio. Solo l'osservazione, quasi beffarda, da parte del gestore che se non ci sono lamentele allora significa che l'impatto dell'inceneritore non è quello previsto da chi si oppone al suo uso.

L'inceneritore torinese produrrà calore per il teleriscaldamento (che ormai riscalda oltre la metà della città e diverse aree dei comuni circostanti), come succede a Oslo dove l'immondizia per l'inceneritore non basta, come racconta il Post (vedi qui).

I cittadini della capitale norvegese riciclano tutto il riciclabile e il resto lo bruciano, usando il calore per riscaldarsi. Ma la parte dell'immondizia che finisce nell'inceneritore non basta a soddisfare le esigenze di una città che non vuole usare combustibili fossili (come la Danimarca, vedi qui).

Così a Oslo devono importare immondizia dal resto d'Europa, subendo la concorrenza di altre città scandinave che, avendo deciso di non usare combustibili fossili, cercano rifiuti da bruciare.

Noi italiani invece faccciamo parte di un altro mondo: a Palermo i rifiuti restano per strada, come successo qualche anno fa a Napoli, e un pò ovunque c'è chi si oppone agli inceneritori che, dove esistono, fanno i conti con mille vincoli che impediscono l'uso dei rifiuti di altre regioni. Anche perché il teleriscaldamento nelle grandi città non si sa proprio cosa sia. Con qualche eccezione, naturalmente.

02 maggio 2013

Il curioso caso dello studente che...

Due economisti americani, docenti nella celebre università di Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno scritto un paper in cui analizzano il legame tra debito pubblico e crescita, giungendo alla conclusione che se il debito pubblico è inferiore al 90% del PIL non ci sono significativi legami tra debito e crescita, mentre esiste una correlazione negativa tra debito e crescita se il debito supera la soglia del 90% del PIL.

Reinhart e Rogoff sono giunti a questa conclusione analizzando i dati di una serie di paesi, giungendo alla conclusione che sia nei paesi ricchi che nei paesi emergenti alti livelli nel rapporto debito/PIL sono associati con bassi tassi di crescita [across both advanced countries and emerging markets, high debt/GDP levels (90 percent and above) are associated with notably lower growth outcomes].

E' opportuno a questo punto fare una precisazione: dire che un debito elevato è associato a una bassa crescita non significa che il debito sia la causa di una bassa crescita.

Ma molti, soprattutto politici, hanno pensato che un calo del debito pubblico fosse una tappa obbligata per far crescere l'economia. Tra questi Paul Ryan, candidato repubblicano alla vicepresidenza nel 2012, che citava lo studio di Reinhart e Rogoff nel Path to Prosperity, il programma americano in tema di finanza pubblica.

Mentre sul tema si stavano esercitando numerosi economisti, alla ricerca di spiegazioni alternative, uno studente dell'università del Massachussetts, Thomas Herndon (insieme ai colleghi Michael Ash, e Robert Pollin) ha ricevuto un compito: replicare i risultati di un paper a suo piacimento. Ha scelto proprio lo studio di Reinhart e Rogoff e s'è messo a fare i conti, scoprendo che c'erano molti errori (per saperne di più leggete qui), sufficienti a viziare i risultati.

Insomma dubitate di chi vi racconta che è assolutamente necessario diminuire il debito per far crescere l'economia. E' una teoria dubbia e chi l'avrebbe dimostrata in realtà ha commesso errori banali, scoperti da alcuni studenti che -a differenza di molti economisti- si sono presi la briga, su richiesta del loro docente, di controllare.


01 maggio 2013

Letta

Nel presentare il suo programma alla Camera, il presidente del Consiglio Enrico Letta ha elencato una serie di provvedimenti che comportano un aumento rilevante delle spese dello Stato.

Esodati, abolizione dell'IMU, mancato aumento dell'IVA a luglio, finanziamento della cassa integrazione in deroga: sono alcuni dei punti del programma che richiederanno miliardi di euro. Sarà possibile mantenere le promesse?

L'Italia esce da un'anno e mezzo di disastri targati Monti. Le cose sono andate peggio del previsto: il PIL è diminuito del 2,5% nel 2012 e calerà anche nel 2013, provocando un'ecatombe di imprese e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, e i conti pubblici sono in affanno, nonostante un forte aumento della pressione fiscale.

L'economista Monti ha fallito su tutta la linea probabilmente perché non ha considerato che le misure amare imposte agli italiani hanno fatto crollare i consumi per effetto non solo dell'aumento delle imposte e della recessione, ma anche della paura di futuri incrementi di imposte e di ulteriori peggioramenti della situazione economica.

Facciamo un esempio: se una famiglia si trova a pagare 500 euro di IMU, teme che in futuro le imposte aumenteranno e prevede che la situazione economica peggiorerà, potrebbe decidere di tagliare i consumi in misura superiore ai 500 euro da pagare. Supponiamo che il calo dei consumi sia di 1000 euro: se da una parte lo Stato incassa 500 euro di IMU, dall'altra vede le entrate fiscali diminuire (supponiamo di 400 euro) per effetto del minor consumo.

Non sarebbe stato meglio far pagare un'imposta più bassa per deprimere di meno i consumi e salvaguardare imprese e posti di lavoro?

Letta può forse correggere gli errori di Monti, rompendo il circolo vizioso di imposte che generano buchi nei conti pubblici, che a loro volta richiedono aumenti di imposte.

Non importa in questa fase se aumenterà il deficit pubblico.
E' più importante che si fermi la recessione. In seguito si potranno sistemare i conti pubblici sfruttando la crescita dell'economia. Basterà tenere sotto controllo la spesa pubblica e usare le maggiori entrate per ridurre il deficit.

Per questo motivo penso che Letta faccia bene a rivoluzionare la politica economica finora disastrosa del governo Monti, inseguendo gli obiettivi molto ambiziosi che ha elencato alla Camera.