In Germania non esiste l'otto per mille semi-obbligatorio, vale a dire con la possibilità per il contribuente di decidere soltanto a chi versare l'imposta ma non di decidere se pagarla.
L'imposta è volontaria e subordinata a una dichiarazione di appartenenza: si dichiara di essere cattolici o luterani e si ricevono i bollettini con cui pagare la relativa imposta ai sacerdoti della propria religione.
Se un cittadino dichiara di essere ateo o comunque di non avere alcuna fede preferita, semplicemente non paga alcuna imposta.
E così succede che molti, vuoi per risparmiare, vuoi perchè non gradiscono alcune decisioni della chiesa cattolica, dichiarino di aver cambiato idea circa la religione preferita e quindi non paghino più la relativa imposta.
La Chiesa cattolica tedesca sta subendo il colpo di tali ripensamenti e ha deciso di reagire: niente più battesimi, comunioni o matrimoni per chi non è in regola con i pagamenti.
Chissà se in Italia, dove giusto due anni fa si segnalavano le preoccupazioni del cardinal Bagnasco sul calo delle entrate della Chiesa (vedi qui) la Chiesa avrebbe lo stesso coraggio, escludendo dai sacramenti gli evasori. E chissà se qualcuno avrebbe il coraggio di abolire l'imposta sulla religione obbligatoria e trasformarla in imposta facoltativa, come succede in Germania.
03 ottobre 2012
01 ottobre 2012
Luigi Zingales
Molti anni fa, quando il muro di Berlino divideva l'Europa in due, si discuteva molto di capitalismo (e di socialismo). Per i più estremisti uno dei due modelli avrebbe vinto e costretto i perdenti cambiare sistema.
Quando le dittature dell'est sono implose, è parso chiaro che il modello socialista non minacciava più nessuno, salvo forse qualche sventurato in Nord Corea o a Cuba. La parola "capitalismo" è andata in soffitta, sostituita da una più utile discussione sulle caratteristiche del capitalismo.
Per questo motivo mi pare strano il titolo dell'ultimo libro di Luigi Zingales, economista italiano che lavora all'università di Chicago, nota per le posizioni liberiste dei suoi economisti.
Zingales è già riuscito a scrivere un libro dal titolo curioso: "Salvare il capitalismo dai capitalisti". Qual è la colpa dei capitalisti? Secondo Zingales i capitalisti non vogliono saperne di un mondo duro e competitivo. Preferiscono che il mercato non funzioni come descritto dai manuali di economia, vale a dire preferiscono i mercati oligopostici, rifiutano la concorrenza perfetta o quasi perfetta, e possono farlo per colpa della finanza che non tratta tutti allo stesso modo preferendo dare soldi agli oligopolisti.
Adesso Zingales riprende lo stesso tema, spiega che l'economia non funziona come dovrebbe perchè fare impresa spesso significa orientare le scelte politiche nell'interesse di pochi imprenditori.
Tutto ciò scandalizza Zingales, non perché preferisca un'economia più regolata, ma perché pensa che il libero gioco del mercato possa produrre uguaglianza, benessere e libertà per tutti.
Quando ho letto questo nel risvolto di copertina di Manifesto capitalista, l'ultimo libro di Zingales, ho faticato a trattenermi. Mi veniva voglia di ridere. Come si fa a essere tanto ingenui da credere che il mercato lasciato a se stesso produca uguaglianza e benessere per tutti? E come si può credere che,visto che il mercato produce oligopoli, lobbies e tutto ciò che limita la concorrenza, lo stesso mercato si possa autoriformare nel timore, in caso contrario di trasformare il capitalismo nel suo opposto, producendo ingiustizia e povertà come e peggio dei regimi socialisti?
Insomma, non ci sono buone ragioni per acquistare il libro di Zingales. O forse sì. E la ragione è scoprire gli errori che compiono nel descrivere il funzionamento dell'economia e il mondo ingenuo che sognano i liberisti, tanto ingenuo da sventolare, quasi un quarto di secolo dopo la fine dei regimi comunisti, lo spauracchio della povertà di chi aveva scelto il sistema sbagliato.
Quando le dittature dell'est sono implose, è parso chiaro che il modello socialista non minacciava più nessuno, salvo forse qualche sventurato in Nord Corea o a Cuba. La parola "capitalismo" è andata in soffitta, sostituita da una più utile discussione sulle caratteristiche del capitalismo.
Per questo motivo mi pare strano il titolo dell'ultimo libro di Luigi Zingales, economista italiano che lavora all'università di Chicago, nota per le posizioni liberiste dei suoi economisti.
Zingales è già riuscito a scrivere un libro dal titolo curioso: "Salvare il capitalismo dai capitalisti". Qual è la colpa dei capitalisti? Secondo Zingales i capitalisti non vogliono saperne di un mondo duro e competitivo. Preferiscono che il mercato non funzioni come descritto dai manuali di economia, vale a dire preferiscono i mercati oligopostici, rifiutano la concorrenza perfetta o quasi perfetta, e possono farlo per colpa della finanza che non tratta tutti allo stesso modo preferendo dare soldi agli oligopolisti.
Adesso Zingales riprende lo stesso tema, spiega che l'economia non funziona come dovrebbe perchè fare impresa spesso significa orientare le scelte politiche nell'interesse di pochi imprenditori.
Tutto ciò scandalizza Zingales, non perché preferisca un'economia più regolata, ma perché pensa che il libero gioco del mercato possa produrre uguaglianza, benessere e libertà per tutti.
Quando ho letto questo nel risvolto di copertina di Manifesto capitalista, l'ultimo libro di Zingales, ho faticato a trattenermi. Mi veniva voglia di ridere. Come si fa a essere tanto ingenui da credere che il mercato lasciato a se stesso produca uguaglianza e benessere per tutti? E come si può credere che,visto che il mercato produce oligopoli, lobbies e tutto ciò che limita la concorrenza, lo stesso mercato si possa autoriformare nel timore, in caso contrario di trasformare il capitalismo nel suo opposto, producendo ingiustizia e povertà come e peggio dei regimi socialisti?
Insomma, non ci sono buone ragioni per acquistare il libro di Zingales. O forse sì. E la ragione è scoprire gli errori che compiono nel descrivere il funzionamento dell'economia e il mondo ingenuo che sognano i liberisti, tanto ingenuo da sventolare, quasi un quarto di secolo dopo la fine dei regimi comunisti, lo spauracchio della povertà di chi aveva scelto il sistema sbagliato.
29 settembre 2012
Briatore, una strana idea di impresa
Flavio Briatore è senza dubbio un uomo di successo, se per successo si intende chi guadagna molti soldi e conduce una vita invidiata da molti tra discoteche e belle donne. Ma è difficile associarlo a un'impresa innovativa.
La biografia che si trova nel suo sito parla di un uomo che lavora in borsa e qui conosce Luciano Benetton, diventando in poco tempo il manager di una scuderia e poi, dopo anni di successi, occupandosi del Billionaire. Le biografie non autorizzate raccontano di un abile commerciante con molti sogni di grandezza e qualche problema di debiti, alcuni dei quali con il fisco, prima di passare in Formula 1.
In sostanza si potrebbe dire che non ha inventato nulla, non ha costruito nulla, ma ha saputo guadagnare molti soldi gestendo imprese altrui o semplicemente vendendo a caro prezzo beni e servizi, come ogni buon venditore che si rispetti.
Mi è capitato di vedere una puntata di The Apprentice, versione italiana di un reality americano, nel quale un imprenditore di successo giudica un gruppo di giovani rampanti alla ricerca del successo negli affari.
Briatore è un giudice duro, poco elegante, determinato alle prese con persone a cui chiede di essere venditori abili e spietati, ovvero di fare quel che farebbe lui, di comportarsi a immagine e somiglianza del "boss".
Il programma con Briatore ha suscitato l'interesse dell'ottimo Aldo Grasso che sul Corriere (vedi qui) chiede perchè mai un giovane dovrebbe studiare a lungo per vincere un anno al Billionaire dove presumibilmente si troverà a servire bibite a qualche ricco che spende migliaia di euro per divertirsi.
La risposta è nel curriculum di Briatore: amicizie, contatti, relazioni. Per Briatore l'impresa è questo: agire da commerciante furbo, capace di vendere un frigorifero agli esquimesi e farglielo pagare caro.
La biografia che si trova nel suo sito parla di un uomo che lavora in borsa e qui conosce Luciano Benetton, diventando in poco tempo il manager di una scuderia e poi, dopo anni di successi, occupandosi del Billionaire. Le biografie non autorizzate raccontano di un abile commerciante con molti sogni di grandezza e qualche problema di debiti, alcuni dei quali con il fisco, prima di passare in Formula 1.
In sostanza si potrebbe dire che non ha inventato nulla, non ha costruito nulla, ma ha saputo guadagnare molti soldi gestendo imprese altrui o semplicemente vendendo a caro prezzo beni e servizi, come ogni buon venditore che si rispetti.
Mi è capitato di vedere una puntata di The Apprentice, versione italiana di un reality americano, nel quale un imprenditore di successo giudica un gruppo di giovani rampanti alla ricerca del successo negli affari.
Briatore è un giudice duro, poco elegante, determinato alle prese con persone a cui chiede di essere venditori abili e spietati, ovvero di fare quel che farebbe lui, di comportarsi a immagine e somiglianza del "boss".
Il programma con Briatore ha suscitato l'interesse dell'ottimo Aldo Grasso che sul Corriere (vedi qui) chiede perchè mai un giovane dovrebbe studiare a lungo per vincere un anno al Billionaire dove presumibilmente si troverà a servire bibite a qualche ricco che spende migliaia di euro per divertirsi.
La risposta è nel curriculum di Briatore: amicizie, contatti, relazioni. Per Briatore l'impresa è questo: agire da commerciante furbo, capace di vendere un frigorifero agli esquimesi e farglielo pagare caro.
27 settembre 2012
Fiorito
Fiorito, Polverini e tanti altri: sono loro l'oggetto dell'attenzione dei media in questi giorni, vale a dire da quando si sono scoperte le pazze spese del Pdl laziale.
C'è un aspetto di questa e di altre vicende simili che trovo incredibile: in Italia nessuno ha mai controllato nulla, neppure chi sostiene di far politica allo scopo di controllare i politici.
Che dire infatti di quanto sta emergendo a proposito di Matteo Renzi che da presidente della provincia di Firenze (vedi qui) è riuscito non solo a spendere soldi per viaggi e ristoranti, ma anche a dare un contributo non richiesto al celebre MIT di Boston, a dare un contributo a un convegno sulle elezioni americane e un altro all'accensione dell'albero di Natale?
Quando scrissi un post (vedi qui) per spiegare come il Movimento 5 Stelle usava i soldi pubblici, la notizia era su internet da tempo. Solo qualche settimana dopo qualche giornale s'è reso conto che il partito grillino usava i fondi pubblici per pagare le interviste.
Fino a quel momento solo qualche sconosciuto blogger aveva spulciato i conti del M5S, notando qualche stranezza, ma nella totale indifferenza di chi conta.
Nel caso del Lazio la situazione sembra peggiore. Spendevano soldi a palate ma nessuno oggi si vanta di aver scoperto da tempo gli eccessi di Fiorito e soci. Nessuno evidentemente controllava, neppure chi si candida in politica proprio per fare le pulci ai politici.
Uno scenario davvero desolante. La strada per ridurre gli sprechi è lunga, anzi lunghissima.
C'è un aspetto di questa e di altre vicende simili che trovo incredibile: in Italia nessuno ha mai controllato nulla, neppure chi sostiene di far politica allo scopo di controllare i politici.
Che dire infatti di quanto sta emergendo a proposito di Matteo Renzi che da presidente della provincia di Firenze (vedi qui) è riuscito non solo a spendere soldi per viaggi e ristoranti, ma anche a dare un contributo non richiesto al celebre MIT di Boston, a dare un contributo a un convegno sulle elezioni americane e un altro all'accensione dell'albero di Natale?
Quando scrissi un post (vedi qui) per spiegare come il Movimento 5 Stelle usava i soldi pubblici, la notizia era su internet da tempo. Solo qualche settimana dopo qualche giornale s'è reso conto che il partito grillino usava i fondi pubblici per pagare le interviste.
Fino a quel momento solo qualche sconosciuto blogger aveva spulciato i conti del M5S, notando qualche stranezza, ma nella totale indifferenza di chi conta.
Nel caso del Lazio la situazione sembra peggiore. Spendevano soldi a palate ma nessuno oggi si vanta di aver scoperto da tempo gli eccessi di Fiorito e soci. Nessuno evidentemente controllava, neppure chi si candida in politica proprio per fare le pulci ai politici.
Uno scenario davvero desolante. La strada per ridurre gli sprechi è lunga, anzi lunghissima.
24 settembre 2012
Grillo: ma non eri ragioniere?
Grillo, sabato scorso, ha tenuto il solito comizio-spettacolo a Parma, mescolando un pò di tutto: dalla questione inceneritore, di cui ha parlato poco, arrivando fino a Assange, che ovviamente non c'entra nulla con la città emiliana.
Il tema dell'incontro pubblico era l'inceneritore di Parma, ma sono i debiti l'ossessione del comico genovese.
E quindi ha parlato del presidente sudamericano Correa, attribuendogli un'inesistente laurea a Harvard, forse più prestigiosa di quella vera, all'università dell'Illinois, ma anche del debito pubblico e del debito di Iren.
Sul debito pubblico italiano ha elaborato una complicata teoria: un anno fa eravamo falliti, ha detto, ma siccome il debito era al 60% in mano ai francesi e ai tedeschi che sarebbero stati travolti dal nostro fallimento, hann mandato Monti e fatto intervenire la Bce in modo da potersi liberare dei titoli italiani. I francesi li hanno venduti e noi li abbiamo ricomprati. Ciò, secondo Grillo, fa crescere il debito.
Ovviamente tutto ciò non è vero. Sarebbe bello se lo Stato comprasse i titoli in circolazione, visto che sono quotati sotto la parità: se lo stato comprasse per 90 centesimi un titolo che rappresenta un debito di 1 euro, ci guadagna e il debito scende. Ma non è successo e neppure si realizzerà la previsione di Grillo di un fallimento dell'Italia.
Infine c'è un'affermazioni che dimostra i limiti enormi del comico ligure. Dopo 1 ora e 3 minuti (qui il video) spiega che Iren dovrebbe essere fallita perchè ha "3 miliardi di deficit" ovvero "3 miliardi di perdite".
I debiti diventano perdita. Ossessione per il debito o semplice falsificazione della verità a opera del ragionier Grillo, che dovrebbe conoscesere la differenza tra deficit e debito?
Il tema dell'incontro pubblico era l'inceneritore di Parma, ma sono i debiti l'ossessione del comico genovese.
E quindi ha parlato del presidente sudamericano Correa, attribuendogli un'inesistente laurea a Harvard, forse più prestigiosa di quella vera, all'università dell'Illinois, ma anche del debito pubblico e del debito di Iren.
Sul debito pubblico italiano ha elaborato una complicata teoria: un anno fa eravamo falliti, ha detto, ma siccome il debito era al 60% in mano ai francesi e ai tedeschi che sarebbero stati travolti dal nostro fallimento, hann mandato Monti e fatto intervenire la Bce in modo da potersi liberare dei titoli italiani. I francesi li hanno venduti e noi li abbiamo ricomprati. Ciò, secondo Grillo, fa crescere il debito.
Ovviamente tutto ciò non è vero. Sarebbe bello se lo Stato comprasse i titoli in circolazione, visto che sono quotati sotto la parità: se lo stato comprasse per 90 centesimi un titolo che rappresenta un debito di 1 euro, ci guadagna e il debito scende. Ma non è successo e neppure si realizzerà la previsione di Grillo di un fallimento dell'Italia.
Infine c'è un'affermazioni che dimostra i limiti enormi del comico ligure. Dopo 1 ora e 3 minuti (qui il video) spiega che Iren dovrebbe essere fallita perchè ha "3 miliardi di deficit" ovvero "3 miliardi di perdite".
I debiti diventano perdita. Ossessione per il debito o semplice falsificazione della verità a opera del ragionier Grillo, che dovrebbe conoscesere la differenza tra deficit e debito?
23 settembre 2012
DEF
Il governo ha aggiornato il DEF che sta per Documento di Economia e Finanza 2012. Ci sono alcuni spunti interessanti.
Intanto la crisi è peggiorata negli ultimi mesi. Ma questo forse lo sapevamo già. Così le previsioni del governo sui conti pubblici sono peggiorate: "nel 2012 l’indebitamento netto dovrebbe collocarsi al 2,6 per cento del PIL" contro una previsione dell'1,6%. In pratica mancano all'appello 15-16 miliardi.
Poi è interessante notare che la spesa per interessi si attesta a oltre il 5% del PIL per una cifra che supera gli 85 miliardi di euro, 100 nel 2015 per oltre il 6% del PIL.
Un'enormità che può aiutare a capire quanto sia importante lo spread: se potessimo ridurre il tasso di interesse mediamente pagato a chi possiede i titoli di stato fino a farlo scendere al 2,5%, potremmo risparmiare 50 miliardi l'anno, ben più di quanto gli italiani sborsano per pagare l'IMU, ma anche una cifra con la quale si potrebbe ridurre drasticamente e in poco tempo il debito pubblico.
C'è poi un'osservazione molto interessante sul lavoro: le varie riforme delle pensioni stanno rendendo più difficile trovare lavoro. La disoccupazione salirà ancora, nel 2013, superando l'11%. E la riforma Fornero produrrà effetti molto diluiti nel tempo: nel 2060 si spenderà per le pensioni il 14% del PIL contro il 16% attuale.
Gli investimenti stanno crollando: -8,3% nel 2012 con quelli in macchinari e attrezzature crollati di oltre il 10% perchè "gli investimenti in macchinari [sono] particolarmente sensibili alla congiuntura" e non dipendono, come qualche membro del governo racconta, dalle condizioni economiche in cui agiscono le imprese.
Insomma la crisi morde e il governo lo sa, anche se ogni tanto qualche suo membro sembra far finta di nulla.
Infine un dato curioso: nella tavola 8 tra le maggiori spese si indicano le missioni di pace (eufemismo) internazionale con uno stanziamento di 1 miliardo per il 2013. Nulla per gli anni 2014 e 2015. E' il segnale di svolta nella politica militare italiana? O è una dimenticanza voluta per abbellire le previsioni e lasciare la patata bollente al prossimo governo?
Intanto la crisi è peggiorata negli ultimi mesi. Ma questo forse lo sapevamo già. Così le previsioni del governo sui conti pubblici sono peggiorate: "nel 2012 l’indebitamento netto dovrebbe collocarsi al 2,6 per cento del PIL" contro una previsione dell'1,6%. In pratica mancano all'appello 15-16 miliardi.
Poi è interessante notare che la spesa per interessi si attesta a oltre il 5% del PIL per una cifra che supera gli 85 miliardi di euro, 100 nel 2015 per oltre il 6% del PIL.
Un'enormità che può aiutare a capire quanto sia importante lo spread: se potessimo ridurre il tasso di interesse mediamente pagato a chi possiede i titoli di stato fino a farlo scendere al 2,5%, potremmo risparmiare 50 miliardi l'anno, ben più di quanto gli italiani sborsano per pagare l'IMU, ma anche una cifra con la quale si potrebbe ridurre drasticamente e in poco tempo il debito pubblico.
C'è poi un'osservazione molto interessante sul lavoro: le varie riforme delle pensioni stanno rendendo più difficile trovare lavoro. La disoccupazione salirà ancora, nel 2013, superando l'11%. E la riforma Fornero produrrà effetti molto diluiti nel tempo: nel 2060 si spenderà per le pensioni il 14% del PIL contro il 16% attuale.
Gli investimenti stanno crollando: -8,3% nel 2012 con quelli in macchinari e attrezzature crollati di oltre il 10% perchè "gli investimenti in macchinari [sono] particolarmente sensibili alla congiuntura" e non dipendono, come qualche membro del governo racconta, dalle condizioni economiche in cui agiscono le imprese.
Insomma la crisi morde e il governo lo sa, anche se ogni tanto qualche suo membro sembra far finta di nulla.
Infine un dato curioso: nella tavola 8 tra le maggiori spese si indicano le missioni di pace (eufemismo) internazionale con uno stanziamento di 1 miliardo per il 2013. Nulla per gli anni 2014 e 2015. E' il segnale di svolta nella politica militare italiana? O è una dimenticanza voluta per abbellire le previsioni e lasciare la patata bollente al prossimo governo?
21 settembre 2012
Credere in Monti?
Il governo Monti scopre oggi che il PIL italiano nel 2012 scenderà del 2,4% circa. All'inizio dell'anno il governo aveva previsto un più ottimistico -1,2%.
Monti dice che nel 2013 arriverà la crescita. Che ne dite? Gli crediamo o no? A voi la parola....
Monti dice che nel 2013 arriverà la crescita. Che ne dite? Gli crediamo o no? A voi la parola....
20 settembre 2012
Fiat in crisi? leggiamo i dati
Si parla molto di Fiat e si dice: Fiat fa peggio dei concorrenti, forse perché, come ha spiegato Della Valle, le sue automobili non piacciono. Il risultato? Un -17,1% nelle vendite in un mercato europeo che scende molto meno. Ma i numeri a volte sono interpretati male.
Leggiamo qualche dato e ragioniamo.
I dati europei, disponibili sul sito Unrae, dicono che l'Europa dell'auto se la passa male. Nei primi 8 mesi dell'anno le immatricolazioni sono diminuite del 7,1% (rispetto ai primi 8 mesi dell'anno precedente) nell'Unione Europea. Alcuni paesi però hanno fatto peggio di altri.
-42% in Grecia, -40% in Portogallo, -19,9% in Italia. Fin qui numeri attesi. Ma anche Francia (-13,4%), Svezia (-9,6%), Belgio (-11,5%) e Finlandia (-10,1%) se la passano male. Un pò meglio fa, soprendentemente, la Spagna: solo -8,5%.
E, a sorpresa, pure il mercato tedesco è in calo dello 0,6%.
Tra i gruppi automobilistici, Volkswagen perde lo 0,1% ma solo grazie all'inclusione di Porsche nelle statistiche. Altrimenti perderebbe circa l'1,5%. Un pò peggio le altre tedesche: -3,1% Bmw e -2,7% Mercedes.
Fuori dalla Germania i dati sono decisamente peggiori: in Francia PSA perde il 13,5%, Renault il 16,3%. In Italia Fiat scende del 17,1%. Scendono più del 10% anche Ford e GM, mentre l'unico marchio che guadagna nettamente nelle vendite è Jaguar: +33% grazie a Land Rover.
Passando ai singoli marchi, non si può che notare il tracollo dei marchi che producono auto destinate a un cliente non danaroso.
Seat scende del 16,2%, Peugeot del 14,6%, Renault del 19,8%, Opel del 15,4% e Fiat del 17,2%. Pure Smart subisce un calo a due cifre: -11,6%.
Il marchio Fiat dunque cala come i concorrenti, anche se il mercato italiano è sceso molto più che altri mercati.
Inventiamoci una sorta di spread, ovvero valutiamo se un marchio fa meglio o peggio del paese di riferimento facendo la differenza tra il calo del mercato in un paese e il calo del marchio che produce in quel paese. Per esempio Renault è francese. Il mercato francese è sceso del 13,4%, Renault del 19,8%. Lo spread è negativo: 13,4 - 19,8 = -6.4.
Ecco qualche dato:
Renault -6,4
Peugeot -1,2
Citroen +1,2
Volkswagen -1,8
Seat -7,7
Opel -14,8
BMW -2,4
Mercedes -0,8
Opel -14,8
Fiat +2.7
Certo, è un dato grossolano, perchè Fiat non vende solo in Italia, ma ci dice che con un mercato italiano molto peggiore della media europea, non c'è da stupirsi se le vendite di Fiat sono scese e di molto. Altri marchi, con mercati domestici migliori, hanno subito cali delle immatricolazioni assai peggiori.
E il gruppo Fiat possiede uno dei pochi marchi in crescita: Jeep che sale del 24% in un'anno.
Leggiamo qualche dato e ragioniamo.
I dati europei, disponibili sul sito Unrae, dicono che l'Europa dell'auto se la passa male. Nei primi 8 mesi dell'anno le immatricolazioni sono diminuite del 7,1% (rispetto ai primi 8 mesi dell'anno precedente) nell'Unione Europea. Alcuni paesi però hanno fatto peggio di altri.
-42% in Grecia, -40% in Portogallo, -19,9% in Italia. Fin qui numeri attesi. Ma anche Francia (-13,4%), Svezia (-9,6%), Belgio (-11,5%) e Finlandia (-10,1%) se la passano male. Un pò meglio fa, soprendentemente, la Spagna: solo -8,5%.
E, a sorpresa, pure il mercato tedesco è in calo dello 0,6%.
Tra i gruppi automobilistici, Volkswagen perde lo 0,1% ma solo grazie all'inclusione di Porsche nelle statistiche. Altrimenti perderebbe circa l'1,5%. Un pò peggio le altre tedesche: -3,1% Bmw e -2,7% Mercedes.
Fuori dalla Germania i dati sono decisamente peggiori: in Francia PSA perde il 13,5%, Renault il 16,3%. In Italia Fiat scende del 17,1%. Scendono più del 10% anche Ford e GM, mentre l'unico marchio che guadagna nettamente nelle vendite è Jaguar: +33% grazie a Land Rover.
Passando ai singoli marchi, non si può che notare il tracollo dei marchi che producono auto destinate a un cliente non danaroso.
Seat scende del 16,2%, Peugeot del 14,6%, Renault del 19,8%, Opel del 15,4% e Fiat del 17,2%. Pure Smart subisce un calo a due cifre: -11,6%.
Il marchio Fiat dunque cala come i concorrenti, anche se il mercato italiano è sceso molto più che altri mercati.
Inventiamoci una sorta di spread, ovvero valutiamo se un marchio fa meglio o peggio del paese di riferimento facendo la differenza tra il calo del mercato in un paese e il calo del marchio che produce in quel paese. Per esempio Renault è francese. Il mercato francese è sceso del 13,4%, Renault del 19,8%. Lo spread è negativo: 13,4 - 19,8 = -6.4.
Ecco qualche dato:
Renault -6,4
Peugeot -1,2
Citroen +1,2
Volkswagen -1,8
Seat -7,7
Opel -14,8
BMW -2,4
Mercedes -0,8
Opel -14,8
Fiat +2.7
Certo, è un dato grossolano, perchè Fiat non vende solo in Italia, ma ci dice che con un mercato italiano molto peggiore della media europea, non c'è da stupirsi se le vendite di Fiat sono scese e di molto. Altri marchi, con mercati domestici migliori, hanno subito cali delle immatricolazioni assai peggiori.
E il gruppo Fiat possiede uno dei pochi marchi in crescita: Jeep che sale del 24% in un'anno.
18 settembre 2012
Balle spaziali
Quando vedo (anche se in ritardo) certi articoli vale la pena veramente commentarli (in negativo), ma colgo l'occasione dell'articolo del blog di Beppe Grillo, in quanto è solo uno tra tanti che vanno propugnando certe tesi per risanare l'Italia.
Ma andiamo con ordine. Nell'articolo che cito tra virgolette in buona sostanza si pensa di risanare il paese recuperando i soldi da criminalità organizzata ed evasione. Purtroppo non è così semplice, vediamo perché...
"L'economia criminale (mafia e malavita): 78,2 miliardi di euro l'anno"
Si tratta dei soldi di pizzo, estorsioni, traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, traffico di armi e simili. Come si pensa di recuperarli? Tassando il pizzo? Oppure legalizzando la vendita di eroina?
Se io compro cocaina, i soldi che spendo finiscono nell'ammontare sopra, ma se io fermassi il traffico con azioni preventive e repressive, oltretutto molto costose, sicuramente non guadagnerei nulla!
Dalla lotta alla criminalità organizzata già esce qualcosa dai sequestri di beni, ma si tratta di cifre molto inferiori e che poi vendute rendono molto, ma molto meno dei valori nominali.
"Big company (le grandi aziende): 38 miliardi di euro l'anno"
Da dove esca questa cifra non è dato saperlo. Però posso dirvi una cosa che molti ignorano: le grandi aziende sono controllate tutti gli anni, in quanto "grandi aziende". Il problema delle grandi aziende è che si muovono al confine tra evasione e elusione e colpirle è estremamente difficile, e questo non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
"L'economia sommersa (extracomunitari e doppio lavoro): 34,3 miliardi di euro l'anno"
Considerato che il gettito IRPEF è di circa 150 miliardi l'anno, doppi lavori e extracomunitari produrrebbero circa 1/5 del reddito in "chiaro"... A parte che non tutti gli extracomunitari lavorano in nero, quasi tutti i lavoratori dipendenti avrebbero un doppio lavoro.... beh... direi che dobbiamo rivedere le statistiche sulla disoccupazione...
"Le società di capitali (spa e srl): 22,4 miliardi di euro l'anno"
Sono un sottoinsieme delle grandi società (big company) di cui sopra, tra cui ci sono artigiani e piccoli commercianti... sarei curioso di sapere come è ricavato il dato, perché commentarlo è pressoché impossibile...
"Autonomi e piccole imprese (idraulico e parrucchiera): 8,2 miliardi di euro l'anno"
Concludo dicendo che recuperare i soldi dell'evasione è giusto, giustissimo, ma dubito fortemente che un recupero al 100% possa portare sviluppo. Pagare le tasse è una questione di equità, non di economia. Se bastasse recuperare l'evasione fiscale per far andare bene l'economia, allora non ci sarebbero mai crisi economiche.
L'economia in nero, anche se non tassata, produce comunque ricchezza, in quanto questa deriva dal numero e dalla frequenza degli scambi di beni e servizi. La mancata imposizione produce diseguaglianza, in quanto una funzione della tassazione è anche la redistribuzione della ricchezza, inoltre gli evasori fruiscono di servizi statali non finanziati con le loro tasse.
Quindi a mio parere l'evasione produce diseguaglianza e iniquità, ma non vedo come il recupero dell'evasione possa contribuire allo sviluppo, se non al fine di far calare il debito pubblico, liberando risorse da reinvestire sul territorio. Ma questa, vista la politica italiana, è un'altra storia......
17 settembre 2012
Fabbrica Italia: i nodi vengono al pettine
Fabbrica Italia, il progetto di Fiat annunciato un paio d'anni fa per far crescere la e rendere efficiente la produzione di auto in Italia con grandi investimenti, ormai è carta straccia. Un comunicato di Fiat ha annunciato che gli impegni presi saranno rivisti e che il progetto di due anni fa ormai non ha senso, visto che la domanda di auto è crollata ai livelli di 40 anni fa.
Il comunicato ha sollevato un polverone. Politici e sindacati hanno trattato la Fiat come se un traditore che vuole produrre auto altrove o come un'impresa inaffidabile che promette e non mantiene gli impegni.
La domanda a cui nessuno pare voler rispondere è un'altra: perchè la Fiat, che opera in un mercato in forte crisi dovrebbe mantenere obiettivi di produzione irrealistici, investendo milioni di euro in impianti destinati a produrre auto che nessuno comprerebbe?
Il ragionemento del governo e di parte del governo e di parte dei politici, soprattutto di centro-destra, consiste nel dire: creiamo le condizioni per gli investimenti e sicuramente gli imprenditori faranno la loro parte. Una teoria che può funzionare solo se l'economia cresce, ma del tutto inadatta a fornire soluzioni valide nei momenti di recessione.
Ma è anche una teoria che non fa i conti con la realtà e anche con la storia: le imprese nascono e crescono dove c'è una domanda (se no la probabilità di far nascere e crescere un'impresa sarebbe la stessa a Milano e a Reggio Calabria e avrebbe ragione chi, come Pino Aprile, lascia intendere che il sud è stato volutamente penalizzato), non dove il lavoro costa meno o dove si neutralizzano i sindacati scomodi.
Di fronte al crollo della domanda di auto, tutti appaiono spiazzati.
Chi ha creduto nel progetto Fabbrica Italia e chiesto appoggiato il piano di Marchionne adesso si mangia le mani: gli operai rischiano il lavoro e se la prenderanno con chi li ha spinti controvoglia a approvare il referendum della Fiat.
Chi, a destra, ha spiegato che tutte le colpe erano della Fiom, sembra scoprire solo oggi il problema, come spiega Massimo Mucchetti sul Corriere (vedi qui).
Chi, a sinistra, ha criticato la Fiat e chiede progetti e investimenti, sembra non capire che investimenti e innovazioni non sono la soluzione, come dimostra il caso della nuova Panda, poco venduta benchè sia una novità prodotta in una fabbrica efficiente dove si applicano le regole volute da Marchionne, e come dimostrano le strategie di altre case automobilistiche europee in crisi nonostante abbiano sfornato nuovi modelli.
Infine Monti, che dichiarava che Fiat è libera di investire dove preferisce, sembra fare marcia indietro, abbandonando, forse, le posizioni troppo liberali perché capisce che il disimpegno della Fiat, se ci sarà, vuol dire più problemi economici e sociali in un paese stremato.
Il comunicato ha sollevato un polverone. Politici e sindacati hanno trattato la Fiat come se un traditore che vuole produrre auto altrove o come un'impresa inaffidabile che promette e non mantiene gli impegni.
La domanda a cui nessuno pare voler rispondere è un'altra: perchè la Fiat, che opera in un mercato in forte crisi dovrebbe mantenere obiettivi di produzione irrealistici, investendo milioni di euro in impianti destinati a produrre auto che nessuno comprerebbe?
Il ragionemento del governo e di parte del governo e di parte dei politici, soprattutto di centro-destra, consiste nel dire: creiamo le condizioni per gli investimenti e sicuramente gli imprenditori faranno la loro parte. Una teoria che può funzionare solo se l'economia cresce, ma del tutto inadatta a fornire soluzioni valide nei momenti di recessione.
Ma è anche una teoria che non fa i conti con la realtà e anche con la storia: le imprese nascono e crescono dove c'è una domanda (se no la probabilità di far nascere e crescere un'impresa sarebbe la stessa a Milano e a Reggio Calabria e avrebbe ragione chi, come Pino Aprile, lascia intendere che il sud è stato volutamente penalizzato), non dove il lavoro costa meno o dove si neutralizzano i sindacati scomodi.
Di fronte al crollo della domanda di auto, tutti appaiono spiazzati.
Chi ha creduto nel progetto Fabbrica Italia e chiesto appoggiato il piano di Marchionne adesso si mangia le mani: gli operai rischiano il lavoro e se la prenderanno con chi li ha spinti controvoglia a approvare il referendum della Fiat.
Chi, a destra, ha spiegato che tutte le colpe erano della Fiom, sembra scoprire solo oggi il problema, come spiega Massimo Mucchetti sul Corriere (vedi qui).
Chi, a sinistra, ha criticato la Fiat e chiede progetti e investimenti, sembra non capire che investimenti e innovazioni non sono la soluzione, come dimostra il caso della nuova Panda, poco venduta benchè sia una novità prodotta in una fabbrica efficiente dove si applicano le regole volute da Marchionne, e come dimostrano le strategie di altre case automobilistiche europee in crisi nonostante abbiano sfornato nuovi modelli.
Infine Monti, che dichiarava che Fiat è libera di investire dove preferisce, sembra fare marcia indietro, abbandonando, forse, le posizioni troppo liberali perché capisce che il disimpegno della Fiat, se ci sarà, vuol dire più problemi economici e sociali in un paese stremato.
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