26 maggio 2013

La buona uscita del fu Giulio A.


I deputati e i senatori come sappiamo non hanno uno stipendio da fame e godono di benefit vari, tra i quali un trattamento di fine rapporto il cui scopo è quello di dare un aiutino a persone che devono reinserirsi nel mondo del lavoro.

Ma se un senatore è a vita, ha bisogno dei soldi per rientrare nel mondo del lavoro? Certo che no. Lo stipendio gli è assicurato finché vive e di solito quando il presidente nomina un senatore a vita, non si tratta di un poveraccio: sicuramente ha ottime entrate, visto che ha "illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario", come recita l'articolo 56 comma 2 della Costituzione.

Ma ha sempre diritto alla buonuscita, come sanno gli eredi del senatore Giulio Andreotti, morto qualche settimana fa, che hanno chiesto al Senato di poter incassare il tfr del famoso genitore. Incasseranno una cifra ingente, perché il senatore non aveva bisogno di soldi e non ha mai chiesto un'anticipo.

Servirà forse a ricollocare il famoso babbo nell'aldilà?

24 maggio 2013

Una bufala...

Qualche giorno fa l'Huffington Post titolava  Krugman smonta i bocconi boys.

Il premio Nobel per l'economia 2008 avrebbe Attaccato Alesina e Ardagna osservando che le politiche di austerity dell'Europa dipendono da loro errori economici.

Qualche ora dopo il rettore dell'Università Bocconi, Guido Tabellini, intervistato ha sostenuto che i due economisti non hanno incarichi alla Bocconi e che, in ogni caso, una teoria sbagliata rappresenta solo chi l'ha espressa, non l'università di appartenenza.

Leggendo la notizia mi sono reso conto che si trattava di una vecchia conoscenza: delle strana tesi di Alesina ne avevo scritto il 22 gennaio (vedi qui) riportando quanto scritto da Krugman nel suo libro Fuori da questa crisi, adesso, del 2012.

Nel libro di Krugman si fa riferimento a Alesina, indicato come economista di Harvard. Non si parla invece dell'università Bocconi.

Forse si parla della Bocconi altrove? Sono andato sul sito del New York Times dove Krugman scrive, ho inserito Bocconi e Alesina nella funzione di ricerca e ho scoperto che non appare alcun risultato. Alesina e Bocconi sono due parole mai presenti nello stesso articolo on line del quotidiano newyorkese.

Dunque è molto improbabile che Krugman abbia attaccato i bocconi boys. S'è trattato di un'invenzione giornalistica, che sembra trovare conferma nel fatto che il giornalista autore dell'articolo, a cui ho chiesto via email di indicarmi dove Krugman parla di Bocconi con riferimento a Alesina, non mi ha risposto.

Nè ho ricevuto alcuna risposta dal rettore Tabellini, avvertito via email che non c'è alcun riferimento alla Bocconi, evidentemente caduto nella trappola di un giornalista alla ricerca di uno scoop.

21 maggio 2013

La finanza (non creativa) degli enti locali



Oggi parlerò della finanza degli enti locali cercando di mettere in evidenza alcuni dei problemi e di sfatare alcuni miti che circondano la finanza locale.

Per parlare dei problemi devo però spiegare prima alcune cose, quindi spero che mi perdonerete la lunghezza dell'articolo.

Per enti locali si intendono comuni e province, le regioni sono un caso un po' a sé. I comuni, perché è a questi che principalmente mi riferisco, perché le province, pur gestendo molti soldi, sono enti sostanzialmente tecnici, fino all'unità d'Italia, diversamente dal resto del mondo, contabilizzavano in partita doppia, mentre il resto del mondo usava la contabilità finanziaria.

Come si sa la partita doppia funziona con un criterio di competenza temporale, cioé ogni anno solare si calcola quello che è l'utile o la perdita con il conto economico, che poi si "tramanda" di anno in anno nello stato patrimoniale, che contiene anche debiti e crediti.

Bene, negli enti locali non funziona così.

Ogni anno, idealmente in ottobre/novembre, si redige il bilancio preventivo per l'anno successivo - dico idealmente perché quest'anno è stata data la possibilità ai comuni di slittare fino ottobre 2013 a causa delle modifiche IMU - che determina le entrate e le spese possibili per l'anno.

In un ente locale, a differenza di un'azienda, le entrate sono sufficientemente certe: Imposte locali, trasferimenti e qualche occasionale attività commerciale (tipo la gestione dei parcheggi), quindi si sa quanto entrerà. Diciamo che nel 2013 entreranno 20 milioni (le tasse di una città di circa 25.000 abitanti) di Euro.

Questi 20 milioni devono essere impegnati in spese, quindi ce ne saranno molte vincolate tipo gli stipendi e gli affitti (gestione corrente) altre in conto capitale (come i mutui).

La cosa importante è che nella contabilità finanziaria le entrate sono in pratica considerati ricavi, e le uscite spese, quindi un mutuo è considerato un entrata, diversamente dalla partita doppia dove non è né un ricavo né una spesa.

Quindi quando vado a redigere i bilanci potrò spendere fino al totale delle mie entrate future previste. Ma non finisce qui. Infatti esistono anche i residui attivi e passivi.

I residui attivi sono - semplificando - le entrate non riscosse, quelli passivi le uscite non pagate. In pratica se di quei 20 milioni ne incasso solo 15, gli altri 5 saranno un residuo attivo.

Ora vi chiederete: se avevo previsto incassi per 20 e spese per 20, ma ne ho incassati 15, dove ho preso i soldi per gli altri 5 milioni?

Le risposte sono le più varie: mutui per le spese correnti (orrore!), anticipazioni di cassa dalla cassa depositi e prestiti, ritardati pagamenti alle aziendde fornitrici e così via.

Visto che i conti devono pareggiarsi, avrò anche 5 milioni di residui passivi, cioè di impegni da pagare l'anno successivo.

Quando vado a fare il bilancio l'anno successivo, il mio bilancio all'attivo avrà i 20 milioni entrate previste + 5 milioni di residui attivi, meno 20 milioni di uscite, meno 5 milioni di residui passivi.

Dopo qualche anno di quei 5 milioni di residui attivi ne starò per incassare (grazie a equitalia) diciamo 3, gli altri 2 saranno diventati inesigibili, quindi a questo punto dovrò radiarli dal bilancio.

Questo però non accade quasi mai, perché se li tolgo succede questo:

Entrate previste 20 milioni +
Residui attivi 3 milioni +
Uscite previste 20 milioni -
Residui passivi 5 milioni -

Questo perché i 5 milioni di residui passivi sono spese impegnate ed è un po' difficile che qualcuno rinunci o si scordi di incassare da un ente pubblico.

Quindi avrò un disavanzo previsto di 2 milioni, quindi a questo punto, per evitare il dissesto e quindi lo scioglimento di giunta, consiglio e sindaco (che si scioglie di dispiacere....) bisognerà tagliare le uscite correnti di 2 milioni e qui cominciano i grossi guai. Guai in cui si trovano buona parte dei comuni italiani che continuano a procrastinare la cancellazione dei residui attivi.

Prossimamente tornerò sull'argomento per approfondire altri problemi di finanza locale.

Signoraggio alla Camera: ancora?!?!?

Come segnala VxVendemmia, il tema signoraggio è tornato a infestare le aule parlamentari.

Merito, si fa per dire, del Movimento 5 Stelle, che ha preso il posto, su questo tema, dei neofascisti che in passato hanno riproposto le stesse bufale.


Poveri noi...

20 maggio 2013

La politica economica degli enti locali: il caso del Comune di Asti


Continua la rubrica dedicata alla politica economica degli enti locali. Riporto di seguito l'esperienza del Comune di Asti, presa da qui. Agli interessanti spunti di riflessione che possono sorgere da questa lettura, aggiungerei che il Comune di Polistena aveva già avviato una politica di incentivo fiscale per coloro i quali avessero impiegato canoni convenzionati o comunque contratti d'affitto registrati, ma non mi dilungo oltre, buona lettura!

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Dopo essere stata la prima a prevedere il rimborso dell’Imu ai soggetti deboli, la Città di Asti è anche la prima Città in Italia a realizzare, grazie ad un accordo con le associazioni di categoria del commercio e dell’artigianato, nonché dei proprietari di immobili e degli inquilini, un piano per abbassare i canoni di affitto di negozi e botteghe artigiane.

Le associazioni hanno stipulato un accordo che definisce i valori dei “canoni calmierati”, in corrispondenza dei quali viene accordata un’agevolazione Imu e un fondo di garanzia.

Ai proprietari di immobili che accetteranno di concedere in locazione negozi e botteghe artigiane rispettando i valori massimi delle “fasce di canoni calmierati” dell’accordo, l’aliquota Imu verrà ridotta da 1,06 a 0,76. Verrà inoltre erogato un contributo pari al 100% del costo di una fideiussione a garanzia di sei mesi di canone, per una durata di tre anni e fino a un tetto massimo di 500 euro.

Gli stessi vantaggi verranno riconosciuti a chi abbasserà un canone di un contratto in corso del 20% oltre alla rinuncia all’incremento Istat.

“Questo accordo - ha commentato entusiasta il Sindaco Brignolo - segna una pietra miliare, perché per la prima volta in Italia le associazioni sono riuscite a inventare un concetto di canone calmierato e siamo riusciti a usare la poca discrezionalità fiscale che abbiamo, per incentivare il lavoro e l’economia”.

“Per la nostra amministrazione - ha precisato l’assessore al bilancio Santo Cannella - il piccolo commercio e l’artigianato sono importantissimi non solo per l’economia ma per il valore sociale delle vetrine accese in Città”.

Soddisfazione è stata espressa anche dai rappresentanti di Ascom Bruno e Fenoglio e Confesercenti Ardissone e Visconti.

L’accordo divide la città in dieci zone per ognuna delle quali viene indicato il valore di “canone calmierato”.

“Questo è l’inizio di un percorso, perché è evidente che si tratta di una novità che dovrà esse affinata e migliorata negli anni. Seriamo anche -conclude il Sindaco- che possano aggiungersi altri soggetti che si aggiungano al Comune nel finanziare il fondo di garanzia”.


19 maggio 2013

Perché occorrerà cambiare la legge elettorale?


Il porcellum (legge n. 270 del 21 dicembre 2005) è stato rinviato dalla Cassazione alla Corte costituzionale per i dubbi fondamenti di incostituzionalità più volte rimarcati da costituzionalisti e parlamentari. Trovate ogni notizia qui.

Ma a che cosa serve una legge elettorale?

La scienza politica (materia strutturata a sé a livello accademico), suddivide in due categorie gli obbiettivi delle leggi elettorali:

- la creazione di un'assemblea che rispecchi il corpo elettorale in modo più o meno aderente alla realtà;

- l'assicurare la governabilità per il periodo di durata del mandato.

Nell'Italia repubblicana, ci son stati 62 governi (quasi un governo all'anno, in media). Mentre ci sono state 17 legislature (poco meno di 4 anni di durata media).

Che cosa si prefiggeva il nostro costituente nel 1946 e 1947? Vi erano molte anime, è vero, ma possiamo assommare la filosofia di fondo con una frase semplice: "mai più il fascismo". E ne avevano ben ragione, visto lo sfacelo da cui arrivavano.

Venendo da un'esperienza in cui il potere esecutivo, che storicamente è sempre quello che ha compromesso la democraticità dei paesi - non è MAI esistito un paese in cui la magistratura o il parlamento abbiano sovvertito l'ordine costituito, tanto per intenderci - l'opzione che risultò vincente in sede di assemblea costituente fu la volontà di dare voce a tutti. Per cui il parlamento avrebbe dovuto essere l'immagine in piccolo (nell'ottica della democrazia rappresentativa) di tutta la nazione. La legge elettorale prevedeva, per la Camera, blande regole per l'accesso, bastava aver presto 300.000 voti a livello nazionale per poter rientrare nel riparto proporzionale.

Com'è stato possibile non collassare prima?
Semplice, esistevano grandi partiti di massa, catalizzanti l'interesse di milioni di persone ed un assetto da mobilitazione elettorale che ormai ci sogniamo. Tanto per dare qualche numero, la prima DC che si presentò al voto raccolse il 48% da sola, al Senato (che aveva già regole diverse che accennerò a breve) aveva addirittura la maggioranza assoluta da sola. Quello fu il picco massimo per un partito in Italia.
Il Senato aveva una particolarità: come capita ancora oggi, i collegi erano a base regionale: in dottrina avere più collegi favorisce i partiti "grandi" (occasionalmente i partiti "riserve indiane", ma non era il caso della cd. Prima Repubblica), mentre averne uno unico nazionale (come avveniva per la Camera), favoriva i "nanetti" (Sartori).

Siamo arrivati a un punto in cui l'instabilità parlamentare (parola nata con Giolitti, addirittura), non era più compatibile con l'andamento dei nostri conti pubblici e non solo: mutando lo scenario geopolitico mondiale, con la fine dei blocchi, e venuta meno la conventio ad excludendum dei comunisti, si sarebbero rotti equilibri immobili, o fossilizzati da oltre 50 anni.

Si è così posto il dilemma: rappresentatività o governabilità? Sì, perché era quel periodo in cui la cd. Prima Repubblica stava assumendo tutte le colpe possibili immaginabili della mala politica, in cui pesò molto il tema dell'instabilità dei governi. Era il periodo di Segni e dei referendum abrogativi in materia elettorale (orrore per qualsiasi giurista e persone sensate, più per lo strumento che non per i propositi). Venne detto che le tre preferenze favorivano le mafie, salvo nascondere che con le tre preferenze vigeva, soprattutto nelle sinistre, quella di merito, quella giovanile e quella femminile, e queste due ultime furono quelle danneggiate da quella rimozione, difatti la classe politica non è poi molto cambiata da allora a livello di vertice, se non a sinistra, dove c'era una maggiora sensibilità al tema. Curioso notare che alle imminenti amministrative ci sarà la possibilità della doppia preferenza di genere.

Il nuovo paradigma, quindi, è quello di un governo che duri quando la legislatura. Come realizzarlo? 
Innanzitutto la legge elettorale che aveva prodotto un valido ricambio (il mattarellum) andrebbe ripresa, quantomeno idealmente e per quello che può ancora offrire: i collegi uninominali.
Il sistema elettorale poi dovrebbe decidere se essere a colpo singolo (si favoriscono partiti a conduzione familiare stile Mastella o con forte presenza in aree geografiche localizzate stile Lega Nord), oppure a doppio turno, permettendo agli elettori di riorientare il proprio voto quindici giorni dopo. Applicato in Francia per la prima volta nel 1958, produsse maggioranze mai viste e in stile Westminster, cosa che tutti noi vorremmo.

Un problema, però, si è evidenziato. Nonostante tutto, le Camere son comunque durate in media un po' meno di 4 anni. Un rafforzamento dell'esecutivo dovrà tener conto di un bilanciamento con il legislativo, ad esempio un rafforzamento delle garanzie delle minoranze sull'onda di quel che accade già oggi in Francia e Germania: un terzo delle Camere può inviare le leggi ad un controllo preventivo di costituzionalità presso la Corte costituzionale. Insieme a questo, l'abbassare la durata da 5 a 4 anni (e magari del Presidente della Repubblica da 7 a 6), permetterebbe di accelerare meglio i tempi del ricambio politico, senza nulla togliere all'efficacia dell'azione di governo: il Presidente degli USA dura 4 anni e riesce a fare quel che fa, addirittura il loro parlamento va a rinnovo ogni due anni ed è così da oltre 200 anni.

18 maggio 2013

La strana idea di Alesina e Giavazzi

Sul Corriere (vedi qui) Alesina e Giavazzi si domandano: conviene rispettare il deficit del 3%?

Attualmente la situazione è questa: il governo deve impegnarsi a rispettare un rapporto deficit/PIL del 3%. Entro questo limite può decidere tutto quel che vuole, senza vincoli europei.

Poiché i conti pubblici lasciano prevedere che il deficit del 2013 sarà attorno al 3%, il governo non ha margine di manovra. Non può abbassare le imposte e rilanciare la crescita.

Alesina e Giavazzi propongono di sforare temporaneamente il limite allo scopo di diminuire già quest'anno la pressione fiscale, impegnando l'Italia a dare un taglio nei prossimi 3 anni alla spesa pubblica per un ammontare dell'1% del PIL all'anno.

Un taglio contemporaneo di imposte e spesa pubblica rilancerebbe l'economia, convincerebbe l'Europa circa la necessità di concerci qualche deroga, senza mettere a repentaglio i conti pubblici nel lungo periodo.

Tesi convincente?

Non molto.

La prima ragione è che i tagli delle spese in passato si sono rivelati assai illusori. Difficile programmare un taglio addirittura del 3% del PIL, pari a 50 miliardi, su una spesa pubblica (al netto delle pensioni) di circa 500 miliardi di euro, vale a dire il 10% di tutte le spese dello Stato.

La seconda ragione è fino a un anno e mezzo fa abbiamo fatto i conti con mercati che vendevano i nostri BOT e CCT facendo salire alle stelle lo spread perché convinti che non fossimo in grado di tenere sotto controllo i conti pubblici. Possiamo rischiare di far salire lo spread? Se lo spread salisse, aumenterebbe anche la spesa pubblica sotto forma di interessi sul debito.

La terza (e più importante) ragione è che tagliare la spesa vuol dire quasi sempre deprimere la domanda. Se gli italiani si trovassero più soldi in tasca, di certo spenderebbero di più ma non è detto che a fronte di 100 euro di minore spesa pubblica e di minori imposte, un cittadino con 100 euro in più in tasca li spenderebbe tutti e subito.

La conseguenza sarebbe un calo della domanda pubblica compensata solo in parte da un aumento di quella privata, parte della quale finirebbe per confluire sull'acquisto di beni provenienti dall'estero, con pochi o nessun beneficio occupazionale.

Alesina e Giavazzi puntano infine a diminuire le imposte sul lavoro. Non specificano in cosa consisterebbe la diminuzione. Si può immaginare che vogliano ridurre l'Irap (su rapporto Irap-costo del lavoro vi consiglio questo post di William) oun taglio degli oneri sociali per ridare fiato alle imprese.

Buona idea, almeno per le imprese che esportano e devono fare i conti con la concorrenza internazionale. Le altre invece farebbero sempre i conti con una domanda debolissima, di cui riuscirebbero a intercettare forse una quota maggiore.

Le idee di Alesina e Giavazzi hanno come sempre un punto debole: si pongono dal punto di vista di chi produce e sottovalutano il ruolo della domanda, finendo per proporre soluzioni assai criticabili.




16 maggio 2013

M5S vs 15-M


In tutti i Paesi del Sud-Europa si sono affermati sotto varie sembianze movimenti forti di protesta e di rifiuto radicale del sistema poltico economico e sociale della Nazione in questione, e/o dell'Unione Europea.
In Grecia, il Paese più massacrato dalla crisi, la protesta ha assunto le forme più spaventose con la diffusione a macchia d'olio di Alba Dorata, un partito neonazista, che s'aggiunge ai movimenti radicali di sinistra (comunisti ed anarchici) che già erano forti nel Paese ellenico.

In Spagna come in Portogallo sono forti occupazioni delle piazze, (più volte sfociati in scontri violenti con le forze dell'ordine), in Italia è sbucato fuori il "grillismo".

Tutti fenomeni che lanciano un messaggio chiaro ed inequivocabile.
All'Unione Europea:
Cambiamo, si parli meno di finanza e più di politiche sociali.Ed ai partiti nazionali:
Aria nuova, si rinnovi radicalmente la politica attuale che c'ha deluso.

Proviamo però a fare un confronto fra "pentastellati" ed "indignados".

Analogie: -Entrambi presentano un rifiuto della democrazia rappresentativa, a favore della democrazia diretta, (soprattutto in Spagna è comprensibile...l'ultimo referendum se non sbaglio fu quello per la Costituzione! O forse al massimo per entrare nella NATO, non ricordo bene, ma in entrambi i casi sono passati decenni).

-Entrambi, pur alzando molto i toni, si prefiggono la non-violenza.

-Entrambi chiedono una moralizzazione della politica oltre a quella che  Renzi chiamava "rottamazione", (che se non altro avrebbe almeno permesso alla sinistra italiana di far propria queste istanze popolari piuttosto che lasciarle a Grillo con le conseguenze che abbiamo visto), cioè il rinnovamento radicale della classe politica giudicata in toto disonesta ed incompetente.

-Entrambi difendono, almeno sulla carta (nonostante certe dichiarazioni contraddittorie di Grillo), lo Stato sociale.

-Entrambi, anche se in maniere molto diverse,  vantano una forte presenza sul web e fanno di internet una loro arma.

-Entrambi sono sempre più euro-scettici.

-Entrambi hanno una forte componente complottista, spesso signoraggista, al loro interno.

Ma soprattutto:
-Entrambi nei fatti hanno favorito la  destra conservatrice.
Il 15-M portando in piazza folle oceaniche di sinistra invocando l'astensione, sotto delle elezioni.
Ed era questo il motivo per cui inizialmente non partecipavo mai, ed anzi ero molto critico.

Il M5S rifiutando il dialogo con Bersani su un possibile governo di cambiamento con ministri e programmi negoziati con loro, obbligando di fatto il PD ad accettare il governo con Berlusconi.

Differenze: -il 15-M non ha alcun padrone, nemmeno un vero e proprio leader o rappresentante mediatico, (insomma nessun "semplice portavoce" che in realtà decide tutto).

-il 15-M non partecipa almeno per ora all'elezioni, e crede, coerentemente con la critica alla democrazia rappresentativa, nella politica fatta "dal basso". Manifestazioni, raccolte di fondi o firme, sit-in, "contro-informazione", assemblee popolari, scioperi,  e soprattutto tante tante mobilitazioni.
Proprio in questi giorni una raccolta di firme (tra cui la mia), d'impressionante seguito, (circa un milione di firme in 5 giorni), contro il progetto brutale di privatizzazione della sanità, raccolta poi subito sconfessata dal consigliere  regionale del PP che l'ha definita "una parodia", (come sempre molto democraticamente..del resto da un partito nato da una costola di Franco che ci si può aspettare).

Conclusioni: Personalmente, se stare in Parlamento significa prendersi i soldi per poi segregarsi, non assumersi le responsabilità quando ci viene proposto di fare qualcosa di utile, non spingere verso il cambiamento, anzi ostacolarlo, separarsi da ogni dibattito, nemmeno presentare alcun disegno di legge...Se la politica parlamentare deve essere solo mancanza di rispetto verso le istituzioni, preferisco anch'io quella di piazza.

Infatti vediamo un po' qualche risultato economico, di due movimenti di protesta con 3 anni di storia per l'italiano, e 2 per lo spagnolo:

Il 15-M è riuscito a far approvare una legge d'iniziativa popolare (alla quale inizialmente il PP che detiene la maggioranza assoluta in Parlamento era contrario), che di fatto blocca gli sfratti per impossibilità di pagare il mutuo e permette di spalmare i debiti delle famiglie in difficoltà. Salvando pare circa 300'000 famiglie spagnole in crisi col mutuo.
E vediamo come andrà a finire il braccio di ferro sulla sanità.

Il M5S ha rinunciato, forse anche giustamente, alle proteste di piazza per calmare gli animi, in favore di una presa di posizione in Parlamento che incidesse nella politica nazionale.
Per poi paradossalmente rinunciare ad incidere.
Con che risultati per ora? Forse me li sono persi, qualcuno me li può indicare?
Persino nei Comuni da loro amministrati non realizzano le loro proposte...
Insomma c'è chi lotta dormendo in Parlamento e chi si sporca le mani fra la gente, ottendendo qualche risultato.

La cosa migliore per me sarebbe riuscire a mettere insieme entrambe le cose, soprattutto entrare nei palazzi per fare qualcosa. Ma se non lo si vuole fare, benvenga solo la politica dal basso.

15 maggio 2013

La politica economica degli enti locali: il caso del Comune di Polistena (RC)


Quando si pensa ai Comuni, si ritiene che essi non possano più di tanto incidere sull'andamento economico cittadino. Questa opinione, ovviamente, è una leggerezza diffusa, tipica di ambienti quali bar sport o grillini (le due cose coincidono di norma).
Ebbene, non è così, ed una testimonianza ci arriva dal caso del Comune di Polistena, in provincia di Reggio Calabria.
Questo comune ha deciso di attuare, in tempi non sospetti, una modifica forte ai criteri di applicazione delle aliquote dell'Imposta Municipale Unica, seguendo criteri da politica economica non indifferenti. Potete trovare la delibera a questo link.
Sulla prima casa, il Consiglio Comunale ha deciso di andare incontro alla propria cittadinanza, optando per l'aliquota più bassa possibile, il cui range andava dal 2 per mille al 6 per mille (il 4 era quello medio "consigliato" dallo Stato), stanti le detrazioni per figli a carico e quella forfettaria di 200€. In sostanza, l'imu sulla prima casa l'han pagato in pochi, perché muovere carta negli uffici contabili per vedere pagamenti inferiori ai 50€?

Ma la parte più interessante e di politica economica locale è quella dedicata alle seconde case:

8,6 per mille, si applica ai fabbricati abitativi locati a canone concertato (legge n.431 del 09-12-1998).

9,6 per mille, si applica ai fabbricati abitativi locati a canone libero e con contratto registrato.

7,6 per mille, si applica ai fabbricati abitativi concessi in comodato ai parenti entro il primo grado, ove essi vi risiedano anagraficamente e di fatto con i propri familiari (molti comuni in precedenza avevano concesso agevolazioni da prima casa, quando non contava ancora la residenza abituale, per i parenti di primo grado o affini, per cui questa disposizione viene incontro a quell'esigenza, data la libertà di movimento degli enti locali).

Segue poi un elenco particolareggiato, che termina con la disposizione dell'aliquota massima, del 10,6 per mille, applicata "a tutte le tipologie di immobili non contemplate precedentemente".

La lezione che ne deriva è che questo comune ha attuato una vera e propria politica economica mediante la leva fiscale. Possono generarsi problemi a livello di controllo, ma che cosa non comporta l'esistenza di controlli, al giorno d'oggi? Inoltre si tratta di sconti sulle aliquote che producono effetti dietro una richiesta di parte, mediante produzione di un documento ufficiale (il contratto di affitto).
Sarebbe interessante, ed i comuni lo potrebbero fare senza bisogno di leggi strane, attuare analoghe politiche economiche per le ristrutturazioni energetiche degli edifici, del tipo: presenti richiesta di ristrutturazione energetica, nei documenti che devi presentare, indicando la classe energetica di partenza, a lavori ultimati alleghi fattura dei lavori e certificato energetico cui l'edificio è arrivato. Ogni tot classi, un per millesimo in meno di aliquota per l'anno successivo. 

Se poi il comune fosse così illuminato da convocare tutte le aziende edili di riqualificazione energetica con sede entro i suoi confini e parlasse della cosa in modo che loro stessi siano un veicolo di diffusione di questo incentivo, il comune otterrebbe un aumento dei fatturati delle sue aziende, per cui un aumento possibile delle entrate: 

guadagno maggiore delle imprese ---> più assunzioni ---> più trattenute irpef per il bilancio comunale

ma anche

guadagno maggiore delle imprese ---> maggiore capacità di spesa e quindi aumento dei consumi in generale ---> maggiore appetibilità del paese per nuove famiglie e imprese ---> aumento di popolazione e quindi delle trattenute irpef.

Sembrerebbe tutto perfetto, dove sta l'inghippo? Sta nel fatto che il caso di Polistena è un caso isolato! Non c'è un coordinamento a livello di ANCI per sponsorizzare esperienze simili o per insegnare proprio i fondamenti della politica economica (che è una disciplina a sé). I partiti non fanno più scuole di formazione come un tempo, salvo qualche eccezione, e le buone pratiche sono spesso gettate alle ortiche per problemi della vita amministrativa di tutti i giorni, legate magari alla mediocrità di amministratori pubblici che non intendono farsi venire il mal di pancia a litigare coi dipendenti comunali per farli lavorare di più, dovendo seguire 5/6 aliquote differenziate al posto delle 2 classiche: 4 per mille sulle prime case e 10,6 sulle seconde. In sostanza si ripete il problema di sempre: puoi avere le migliori leggi del mondo, ma se hai pessimi politici, non andrai lontano; viceversa puoi avere le peggiori leggi del mondo (prima l'ici no, poi l'imu maggiorata sì, ora di nuovo l'incertezza), ma con i politici giusti puoi ottenere grandi risultati (come a Polistena).

14 maggio 2013

Lo spread dei farmaci: un esempio di tutti i giorni



Mi sono recato a prendere alcuni farmaci e per una fortuita occasione, ho avuto modo di vedere due negozi:


Ecco il costo di un famoso disinfettante cutaneo (principio attivo benzoxonio cloruro) al reparto "farmacia" della locale Iper Coop:

€ 2,07.

Ecco il costo dello stesso flaconcino (in più ha solo l'involucro di cartoncino)in una locale farmacia classica:

€ 4,35.

Quando si sente parlare del differenziale (o spread!) tra i nostri medicinali e quelli francesi, bisognerebbe prima guardarsi meglio attorno. Ciò accade forse perché il sistema cooperativo ha una serie di vincoli e legami con il mondo dei propri soci tale per cui il consumatore finale è tenuto in maggiore considerazione rispetto a quella casta di farmacisti che ha sempre fatto levate di scudi micidiali rispetto ad ogni disegno di liberalizzazione del proprio frammento di mercato?