21 agosto 2012

La spending review che non funziona: il caso dell'Esercito Italiano


In tempi di tagli alla spesa, più o meno efficaci e "digeriti" dall'opinione pubblica, ci si dovrebbe aspettare un po' di virtuosismo da quelle istituzioni poco produttive del nostro apparato statale, quale ad esempio l'esercito.
L'ultimo colpo di coda del precedente Governo Berlusconi aveva visto la messa a concorso di oltre 12.000 posti tra Esercito, Aeronautica e Guardia di Finanza.
Avevo anche tentato, in altra sede, un calcolo di raffronto tra le spese correnti che questo bando avrebbe comportato, ed altri usi "intelligenti" di questo denaro pubblico; l'esempio era stato fatto con i dottorati di ricerca, il percorso più alto di formazione accademica attualmente contemplato, in cui si è ancora un po' studenti, e si comincia ad essere avvezzi all'incardinamento da docenti/ricercatori.

Vi ripropongo l'esempio:

supponiamo che l'indennità base sia di 1400 € lordi (sono conti della serva al minimo... un dipendente della Regione Lombardia fresco di concorso prende oltre 1700€ lordi), per 14 mensilità.

1400x14x12000 = 235.200.000 €

Bella somma, e quella è solo per il primo anno di servizio. Tanto paga pantalone...

Il costo di un dottorato di ricerca si attesta sui 13.500 € lordi annui (hanno una tassazione più bassa, per cui allo studente dottorando arrivano circa 13.000 € puliti, con qualche piccola variazione da università a università).

La borsa di dottorato, per accedere la quale si deve superare un concorso pubblico, è valida per tre anni (normalmente), per cui parliamo di 13.500 € annui per tre anni consecutivi.

13.500x3= 40.500 €

Ora facciamo il calcolo che mi fa inalberare non poco.

235.200.000 € / 40.500€ = 5807,04

Con un solo anno di stipendi all'oscenamente elevato numero di volontari richiesti, si sarebbero potute finanziare 5800 borse di dottorato, ovvero quasi più di quante siano mai state emesse dalla riforma del dottorato di ricerca, includendo pure gli aventi diritto senza borsa (la categoria più vituperata dell'universo).

Considerando che ci sono una sessantina di università statali, e che solo Verona ha deciso da qualche anno di investire molto nei dottorati (quest'anno ha bandito più di 100 posti), mentre le altre si attestano su numeri più bassi, Provate a considerare l'enormità dello spreco di denaro pubblico di cui siamo stati vittime.

Come se non bastasse, potete vedere qui, hanno appena bandito altri 3.756 posti da volontari in ferma prefissata quadriennale.

Applicando analogamente il conto di prima:

3756x14x1400= 73.617.600€ /40.500€ = 1817,72 borse erogabili su tre anni.

Keynes parlava di investimenti pubblici selettivi, volti ad avere un alto ritorno economico, la logistica (strade, ponti), ma in un sistema mutato come il nostro, la fonte di ricchezza si è spostata sul lato intellettuale. I brevetti dovrebbero essere l'obiettivo di ogni policy maker orientato al ritorno economico degli investimenti. I brevetti si ottengono dalla ricerca e l'avanzamento scientifico si ottiene dalla ricerca di base, bistrattata in modo ancora più forte... Forse il Governo dovrebbe continuare con l'iniziativa di segnalazione degli sprechi di qualche tempo fa, caso mai andrebbe sollecitato a gran voce!

19 agosto 2012

Perchè le banche non pagano l'IMU

L'IMU, che è di fatto sia un'imposta patrimoniale che un'imposta locale sugli immobili, non colpisce le banche. Perchè?

Le possibili ragioni sono due.

La prima è che le banche italiane sono in crisi. Hanno una montagna di crediti inesigibili, la cui svalutazione comporta ingenti perdite; concedono dilazioni di pagamento ai clienti per evitarne il fallimento, hanno un ingente patrimonio immobiliare, frutto di molte insolvenze, hanno difficoltà a raccogliere capitali sui mercati interbancari e devono usare i capitali di cui dispongono per finanziare sia il debito pubblico che le imprese.

E' quindi ragionevole voler esentare le banche dall'IMU. Il pagamento dell'IMU comporterebbe conseguenze negative per le banche e soprattutto per chi ha bisogno di capitali, ovvero famiglie, stato e imprese.

Ma non finisce qui. C'è un'altra ragione che probabilmente impedisce allo Stato di chiedere alle banche di pagare l'IMU. La spiego negli anni '40 un economista polacco, Michal Kalecki.

Kalecki osservò che in un sistema di laissez faire, vale a dire in un sistema economico molto poco o per nulla regolamentato e con uno scarso intervento statale, il livello dell’occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Se la fiducia diminuisce l'economia soffre: calano produzione, occupazioni e investimenti.

Ciò "assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l’ “atmosfera di fiducia”, in quanto ciò può produrre una crisi economica".

Parole attuali: se il governo cerca di migliorare la fiducia del mondo finanziario (e quindi anche delle banche) nella capacità di uno Stato di pagare i debiti, non potrà prendere provvedimenti, come l'imposizione dell'IMU, sgraditi alle banche.




13 agosto 2012

L'incredibile giustificazione contro gli aiuti anti-spread

Qualche giorno fa sul Sole 24 Ore il professore della Bocconi Roberto Perotti ha provato a spiegare le ragioni del rifiuto dei tedeschi (meglio di una parte delle forze politiche tedesche) ai provvedimenti che potrebbero ridurre lo spread.

Il principale se non unico intervento per far scendere lo spread consisterebbe nell'acquisto o meglio nel progetto di acquisto di titoli di stato spagnoli e/o italiani da parte della Bce o dei fondi salva-stati (Efsf e Esm).

Tale progetto a parere di molti, tra cui il governatore della Banca d'Italia Visco, spingerebbe i mercati comprare i nostri titoli pubblici, con conseguente diminuzione dello spread. Si produrrebbe l'effetto voluto senza alcun esborso, con buona pace dei politici che non vogliono interventi perché -sostengono- non vogliono pagare i debiti altrui (e su questo argomento torneremo in un altro post).

Uno spread minore significa minor spesa per interessi, bilanci pubblici più equilibrati, minore necessità di nuove imposte e di tagli alla spesa pubblica e quindi maggiore probabilità di crescita e minore di recessione.

Sarebbe, in altri termini, più facile raggiungere l'obiettivo di un calo nel rapporto debito/PIL e quindi salvare le economie "latine" e con esse l'euro e l'Europa unita.

Se è così semplice, perché non si fa? Secondo Perotti, che trascura i vantaggi di uno spread più basso e suppone che i governanti tedeschi non possono sbagliare, dimenticando il disastro della signora Merkel nel caso greco, le ragioni sono due.

La prima è la paura tedesca per l'inflazione, paura che ha condizionato da decenni la politica monetaria tedesca (se n'è parlato qui).  La seconda è che se si consentisse alla Bce o ai fondi salva-stati di intervenire comprando quantità illimitate di titoli, non ci sarebbe alcun freno ai deficit dei paesi "salvati".

Una giustificazione incredibile, che, se fosse vera, dimostrerebbe ancora una volta l'assoluta inadeguatezza dei conservatori tedeschi di fronte alla crisi. L'Europa s'è autoimposta una serie di limiti ai deficit, i tedeschi hanno obbligato mezza Europa a inserire nelle costituzioni il pareggio di bilancio e adesso impongono una riduzione nel corso del tempo del rapporto debito/PIL.

Come possono credere che Italia o Spagna violerebbero le regole concedendosi deficit elevati con il rischio concreto di vedersi revocare l'aiuto rappresentato dall'intervento della Bce o dei fondi salva-stati?

La minaccia di interrompere gli aiuti o addirittura di cedere i titoli acquistati in caso di deficit oltre i limiti previsti basterebbe a evitare ogni sforamento dei vincoli di bilancio.

Se un paese spendesse troppo e il suo debito crescesse più del previsto, la Bce o i fondi salva-stati potrebbero decidere di interrompere l'acquisto di titoli e anche di cedere i titoli acquistati. Lo spread a quel punto salirebbe alle stelle e il paese impreudente rischierebbe di dover pagare tassi elevati o di fallire perchè é troppo indebitato.

Dunque appare poco credibile la giustificazione dei conservatori tedeschi contro le misure anti-spread, spiegabile invece in termini di miopia politica oppure con la volontà di non intervenire, costringendo gli stati a fare da soli, qualunque sia il prezzo umano e sociale da pagare.






11 agosto 2012

La folle politica tedesca sul debito

Nel suo ultimo libro (vedi qui) Paul Krugman spiega che da due anni a questa parte c'è una strana attenzione verso il debito pubblico.

La preoccupazione di molti politici e economisti, specie conservatori, è per il livello del debito, costantemente monitorato, mentre i temi su cui di solito si svolgeva il dibattito economico-politico, vale a dire il livello del deficit, la crescita e l'occupazione sembrano non interessare più.

Nel caso della Grecia tutto ciò ha raggiunto livelli paradossali: i sacrifici, tremendi, sono imposti senza alcuna attenzione al tasso di disoccupazione, salito alle stelle, alle tensioni sociali, alle centinaia di migliaia di bambini malnutriti, al PIL che crolla da anni, riducendo la capacità di pagare i debiti. Importa solo che i greci accettino le richieste della troika (BCE, FMI, UE), ovvero contano gli interessi dei creditori, che impongono misure draconiane ai debitori, giustificate dalla volontà di porre rimedio a politiche sbagliate.


A volte i creditori sono capaci di farsi molto male da soli. Gli obbligazionisti della Cirio, ad esempio, a un certo punto si sono trovati di fronte a una scelta: accettare la proposta di un rimborso parziale o rifiutarlo, causando il fallimento del gruppo guidato da Cragnotti e perdere quasi tutto. Scelsero questa seconda strada, rimanendo a mani vuote.

Allo stesso modo la mancata concessione di un prestito di 30-40 miliardi alla Grecia da parte dell'Europa, ha condannato i creditori della Grecia a perdere 100 miliardi, col rischio di perdere altre 200 miliardi, in caso di fallimento. Il debitore, la Grecia, è oggi meno capace di far fronte ai suoi doveri di debitore di quanto non fosse qualche anno fa.

E' convenuto ai tedeschi e agli europei in generale avere una cancelliera tedesca che impone condizioni draconiane ai paesi debitori, appoggiando l'idea che quel che conta davvero è fare sacrifici senza precedenti per tentare di ridurre il debito pubblico?

Certamente no, l'attenzione quasi esclusiva agli interessi dei creditori ha provocato perdite agli stessi creditori e ha indebolito tutta l'Europa, aumentando il numero di paesi che sono diventati debitori a rischio di insolvenza.

Sostenere che i greci hanno barato, falsificando i conti, e hanno abusato delle disponibilità di capitali, finanziando con il debito spese irragionevoli, non ha modificato di una virgola i conti greci.

I creditori hanno esagerato ed è cresciuta la probabilità che essi subiscano perdite causate dall'insolvenza di debitori sempre meno capaci di far fronte ai propri impegni.

Schierarsi dalla parte dei creditori è dunque una pessima scelta per i politici e in generale per chiunque abbia a cuore l'interesse del creditore, se le scelte imposte al debitore ne minano la capacità di pagare.

C'è bisogno di spiegare tutto ciò ai tedeschi? Io credo di no. La causa del disastro economico della Repubblica di Weimar è da ricercarsi negli accordi di pace: ai tedeschi si imponevano condizioni terribili. Non erano in grado di rispettarle ovvero di pagare i vincitori e al tempo stesso di pagare le imposte necessarie allo stato per fornire servizi.

Le conseguenze sono state terribili. I tedeschi e soprattutto i politici dovrebbero saperlo. Per questo pare assurdo l'atteggiamento del governo tedesco che impone agli altri ricette perdenti imposte a suoi tempo alla Germania, invece di mediare tra gli interessi dei creditori e quelli dei debitori alla ricerca di una soluzione che minimizzi i danni per entrambi.

08 agosto 2012

Con Berlusconi lo spread sarebbe a 1200 ?

Da quando Silvio Berlusconi ha lasciato la presidenza del consiglio del ministri, ai primi di novembre del 2011, i mass media non fanno altro che parlare di spread e ogni tanto si mette a confronto lo spread durante il governo Berlusconi con lo spread durante l'attuale governo di Mario Monti.

E visto che lo spread non accenna a tornare a livelli tranquillizzanti, non manca chi, tra i politici di destra, prova a spiegare che l'Italia si dovrebbe scusare con Berlusconi, cacciato per una colpa non sua, lo spread alle stelle.

Mario Monti ha spiegato che senza il cambio di governo lo spread sarebbe a 1200, osservando, di fronte alle critiche del centro-destra, che il risultato è stato ottenuto chiedendosi cosa sarebber successo se gli speculatori avessero continuato a muoversi contro l'Italia governata da Berlusconi.

La storia non si fa con i se, come sappiamo, ma abbiamo alcune certezze. La prima è che in pochi mesi lo scorso anno lo spread è salito da meno di 200 punti a quasi 600 per effetto della mancata reazione del governo Berlusconi ad un ambiente economico sempre più ostile verso i paesi indebitati.

Di qui il calcolo dello staff di Monti: se lo spread è salito di quasi 400 punti in pochi mesi, e se avesse continuato a salire agli stessi ritmi, oggi sarebbe a 1.200 punti. O forse no, visto che un livello così alto avrebbe certamente provocato qualche repentino e magari drammatico cambiamento politico e economico.

La seconda certezza è che lo spread italiano durante le ultime settimane di vita del governo Berlusconi era circa 100 punti superiore allo spread spagnolo. Oggi invece è di 100 punti circa inferiore allo spread spagnolo. Con il nuovo governo la situazione rispetto alla Spagna è migliorata di circa 200 punti. Senza tale miglioramento lo spread sarebbe almeno 200 punti più alto, a quota 650.


 Possiamo dunque concludere che se avessimo ancora Berlusconi come presidente del consiglio, lo spread sarebbe più alto, probabilmente compreso tra 650 e 1200 punti, contro i 450 circa raggiunti ieri. I calcoli richiedono ipotesi magari restrittive, ma una cosa pare certa: il cambio di governo ha giovato allo spread, se non in termini assoluti almeno in termini relativi, ovvero s'è preso l'ultimo della classe e gli si è fatto guadagnare qualche posizione. I voti restano bassi, ma almeno non è l'ultimo della classe.






07 agosto 2012

Incomprensibile Giavazzi

Francesco Giavazzi ha scritto sabato 4 agosto un articolo (vedi qui) davvero incomprensibile, nel quale sostiene che si deve ridurre il debito per salvare l'Italia da un probabile aumento dello spread.

L'obiettivo forse era di invocare ancora una volta le riforme che stanno a cuore al professore bocconiano: la riforma del lavoro, il taglio delle spese e del debito e una nuova legge elettorale. Cambiamenti che richiedono l'approvazione del Parlamento, del quale però Giavazzi ha poca fiducia (pensa solo a interessi particolari).

Così, per costringere il Parlamento a accettare le riforme, Giavazzi sventola lo spauracchio di uno spread alle stelle, se la Spagna chiederà l'aiuto dell'Europa.

Perché la Spagna chiederà a giorni l'intervento dell'Europa e noi no? Perchè, argomenta Giavazzi, la situazione economico-finanziaria spagnola è peggiore della nostra: hanno meno debito ma le banche sono al collasso,  come il settore immobiliare, che ha trainato per anni l'economia. Devono chiedere l'aiuto europeo e dovranno rispettare le condizioni imposte, perdendo sovranità. Diventeranno un paese a sovranità (economica) limitata. L'Italia invece sta meglio, ma lo spread potrebbe salire, costringendoci a seguire l'esempio spagnolo.

A meno che....a meno che si concludano le riforme e si abbatta il debito pubblico. Per questo Giavazzi propone di non emettere titoli a medio-lungo termine per i prossimi 7 mesi. Lo Stato si farebbe finanziare dalla Cassa depositi e prestiti che a sua volta si finanzierebbe presso la Bce, e riceverebbe dallo Stato quote di società pubbliche come Enel, Eni e Terna, promettendo di vendere appena possibile tali azioni e quindi di tagliare 100 miliardi di debito pubblico.

La proposta ha una sua logica e porterebbe, in attesa di vendere (non svendere) parte del patrimonio pubblico, un risparmio di 4-5 miliardi di interessi, ma le motivazioni con cui Giavazzi propone tutto questo sono poco comprensibili.

Infatti pare che il professore ragioni così: se troviamo il modo di non emettere titoli a medio-lungo termine, lo spread in risalita non ci costringerà a esborsi di interessi eccessivi, e per questo non dovremo chiedere l'aiuto dell'Europa. Non perderemo quindi sovranità e le riforme spingeranno verso il basso lo spread.

L'argomentazione ha diversi punti deboli. Giavazzi suppone che lo spread salirà dopo che la Spagna avrà chiesto l'aiuto europeo. Perchè dovrebbe salire? Sappiamo che le scelte di Monti hanno ridotto lo spread da novembre a marzo, da oltre 500 a circa 275 punti-base. Poi è risalito man mano che peggioravano le situazioni di Grecia e Spagna.

Allora delle due l'una: o i mercati valutano il merito di credito dell'Italia e lo spread non peggiorerà dopo l'intervento a favore della Spagna ma anzi migliorerà, come era migliorato tra novembre 2011 e marzo 2012, oppure i mercati speculano e allora la situazione non migliorerà neppure se l'Italia farà altre riforme. Nel primo caso la previsione di Giavazzi risulterà sbagliata, mentre nel secondo le riforme non sono una strada obbligata, come suppone il professore bocconiano.

L'intervento a favore della Spagna inoltre può far scendere lo spread italiano in un altro modo: i mercati considererebbero più probabile un intervento a favore dell'Italia per far scendere lo spread italiano e, scontando questa possibilità, acquisterebbero titoli italiani.

Anche l'idea che la speculazione si concentrerebbe sui titoli italiani, facendo salire lo spread, sembra poco realistica. La storia degli ultimi mesi sembra suggerirci che il peggioramento dello spread spagnolo ha trascinato lo spread italiano: se lo spread spagnolo migliorerà perchè quello italiano dovrebbe peggiorare?

In diverse occasioni poi lo spread è salito, e qualche giorno dopo non ci sono stati problemi alle ate dei titoli di stato. Possiamo pensare che in futuro succederà la stessa cosa. I tassi saranno alti ma non insostenibili.

Ancora, se è meglio non emettere titoli a media-lunga scadenza perché i tassi sarebbero elevati, una soluzione semplice è emettere titoli a breve scadenza, sui quali si pagano tassi inferiori, invece di imbastire una complessa operazione come quella ipotizzata da Giavazzi. L'emissione di titoli di breve scadenza è preferibile perchè è su questi titoli  che si concentreranno le operazioni della BCE, come annunciato da Draghi.

Insomma le idee di Giavazzi sembrano errate, utili solo per spingere il Parlamento a accettare riforme sgradite (anche Mario Monti in questi giorni ha manifestato in un'intervista a Der Spiegel un pò di fastidio verso il Parlamento) usando argomentazioni economiche poco convincenti.

03 agosto 2012

Piccolo giallo (economico) nel calcio

Da qualche giorno il calcio italiano sembra scosso, oltre che dagli scandali, anche dalla prospettiva che due delle importanti squadre, Milan e Inter, possano finire in mano straniera.


L'Inter è al centro di un piccolo giallo: la società di Moratti ha annunciato la vendita di una quota a un grande gruppo immobiliare cinese, poi smentita dal gruppo cinese. Si è parlato di un 15% delle azioni dell'Inter destinate a diventare il 40% nell'arco di qualche anno e di un coinvolgimento della società cinese nella costruzione di un nuovo stadio in una delle aree interessate dall'Expo del 2015.

I cinesi hanno poi smentito, dicendo di essere stati contattati dall'Inter ma solo per la costruzione dello stadio e di non aver intenzione di entrare nel capitale. Piacerebbe, perché comprare una squadra di calcio significa prestigio da usare per imbastire altri affari.

Ma le squadre come l'Inter costano e non producono utili. Valutare quasi 500 milioni una società che non registra utili da molti anni ha poco senso, e una cosa è certa: il pareggio dei conti non è vicino. Moratti non ha molte risorse da spendere, perché Saras da anni non distribuisce dividendi, e cerca di finanziare le perdite correnti e future attraverso la vendita di quote della società, provando a allettare i cinesi con la prospettiva di un appalto per costruire lo stadio.

I cinesi hanno capito che l'investimento nel calcio significa sborsare fondi senza speranze di incassare utili. Non vogliono che il governo cinese e gli investitori credano che stanno per buttare decine di milioni di euro dalla finestra e così hanno precisato che non sono intenzionati comprare quote dell'Inter e che hanno dialogato con l'Inter solo per costruire un nuovo stadio.

Chi avrà ragione? Riuscirà Moratti a trovare qualcuno che finanzi le perdite dell'Inter con la prospettiva di diventare soci di una squadra con conti in ordine e uno stadio proprio?

Anche Silvio Berlusconi è alla ricerca di nuovi soci per il Milan. Anche lui non ha intenzione di continuare a versare decine di milioni ogni anno per coprire le perdite del Milan. Ha scelto di non rinnovare molti contratti in scadenza e di cedere due importanti giocatori, Ibrahimovic e Thiago Silva, incassando oltre 60 milioni. Ma il taglio dei costi forse non è sufficiente. Meglio cercare un socio che contribuisca a ricapitalizzare la società, quando serve.

Il nome che circola è Gazprom, società legata a Putin. Arriveranno nel calcio italiano i soldi dei petrolieri russi?

Comunque finisca sembra certo che alcune squadre hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e vogliono farlo ancora, anche se in misura minore. Per questo hanno bisogno che qualcuno paghi i conti di oggi, con la speranza, probabilmente destinata a trasformarsi in delusione, di un futuro migliore, fatto di grandi incassi e conti in ordine.

01 agosto 2012

Fuori da questa crisi, adesso!

Volete capire davvero qualcosa della crisi che scuote le principali economie da 4 anni?


Fuori da questa crisi, adesso! è il libro che fa per voi. Paul Krugman analizza la crisi, i tanti luoghi comuni, come l'eccessiva e ingiustificata attenzione al debito pubblico, le strategie errate come le misure recessive messe in atto dai governi nella vana speranza di migliorare lo spread. 

Ma soprattutto Krugman coglie l'occasione, come sempre, per spiegare come funziona l'economia. Virtù rara, perché moltissimi economisti di cui si leggono gli articoli su internet o le interviste sui giornali, spesso spiegano cosa non va in certe idee altrui o parlano di un tema in particolare, ma danno la sensazione di non avere una visione d'insieme dell'economia. 

Krugman invece sa spiegare sia il comportamento dei singoli individui che i temi macroeconomici di grande portata. E lo fa bene, è convincente, sa smontare le teorie sbagliate ma anche costruire teorie capaci di convincere il lettore che c'è qualcuno che sa capire i problemi del singolo cittadino ma anche dell'Europa o dell'Italia.

Il risultato è un libro molto piacevole e istruttivo, anche se non mancano i motivi di preoccupazione perché si intuisce che la crisi è forse peggiore di quanto appare, visto che molti economisti e politici sono fuori strada, incapaci non solo di risolvere i problemi ma anche solo di capire quali questioni sono davvero importanti e quali no, e per questo la crisi potrebbe durare a lungo. C'è però anche qualche ragione per essere ottimisti: volendo se ne esce, ma solo a condizione di gettare alle ortiche alcune pessime idee o l'attenzione quasi morbosa -e del tutto inutile- per il livello del debito pubblico mostrata da diversi governi da 2 anni a questa parte.

Leggendolo ho trovato conferma a molte idee presentate da questo blog (la descrizione sul modo in cui si crea moneta, ad esempio) e molte altre idee bene motivate da un ottimo economista "liberal" che, a differenza di molti suoi colleghi meno bravi, non si limita a smontare le tesi altrui e non si concentra solo su aspetti particolari dell'economia, ma aiuta a capire importanti scenari economici, da cui dipende il nostro benessere futuro.

30 luglio 2012

Passo di tartaruga e passo di lepre


Solo una breve segnalazione. Non è vero che tutte le opere pubbliche procedono a velocità di tartaruga.

Qualche volta vanno a velocità di lepre, come i lavori di ampliamento dell'A14, da Rimini Nord a Porto Sant'Elpidio (nelle Marche). Hanno appena aperto un nuovo casello autostradale e i lavori hanno un'anticipo medio sui tempi previsti di 6-8 mesi!

E se c'è la VOLONTA' POLITICA, le cose si fanno, siamo bravissimi a farle se riusciamo a lavorare indisturbati!

23 luglio 2012

Quando è troppo è troppo...


Sto uscendo dal vortice delle Dichiarazioni dei redditi 2011, la "Campagna Dichiarativi", come qualcuno l'ha scherzosamente, ma non troppo definita, paragonandola alla campagna di Russia e ho trovato il tempo per togliermi una curiosità. Ma quanti adempimenti fiscali deve fare un'azienda media? Per azienda media intendo intorno a 1 milione di fatturato annuo circa.
I puristi obietteranno che si tratta di un'azienda "piccola", ma tali aziende demandano tutti gli adempimenti al consulente, invece un'azienda con ad esempio 30 milioni di fatturato annuo, ha dei dipendenti interni che seguono alcuni aspetti.

Ho diviso gli adempimenti in semplici e complessi, intendendo come complessi quelli che necessitano di un'elaborazione di dati (ad esempio il bilancio o il modello Unico), come semplici quelli che non la necessitano (come un invio telematico di F24 per pagare).

Orbene, ecco il risultato. Adempimenti complessi nell'anno solare (compresi quelli civilistici e per i dipendenti, escluso tutto il contenzioso):

12 liquidazioni IVA mensili, comunicazione IVA, Dichiarazione IVA, 4 modelli Intra, 4 modelli Black list, Dichiarazione IRAP, Dichiarazione beni concessi in comodato ai soci, Spesometro, Studi di settore, Modello 770 autonomi, Dichiarazioni di intento, Bilancio di esercizio, Privacy, anti reciclaggio, sicurezza sul lavoro, Dichiarazione ICI/IMU, 12 modelli Uniemens, Modello 770 dipendenti, Autoliquidazione INAIL, CUD dipendenti, Preavvisi telematici, Comunicazione per la trasparenza fiscale, contabilità annua.

In totale arriviamo a 51 comunicazioni, dichiarazioni ed elaborati, alcuni dei quali di notevole complessità, come il bilancio di esercizio.

Poi passiamo agli adempimenti semplici, tra cui elenco sinteticamente gli F24, le comunicazioni telematiche, la stampa dei registri fiscali, per un totale di altri 63 adempimenti (circa).

In totale 114 adempimenti, molti dei quali per comunicare sempre gli stessi dati, contenuti in dichiarazioni diverse: basta pensare ai dati INTRA, Comunicazione IVA, Dichiarazione IVA e spesometro/Elenco clienti fornitori, sempre le stesse anagrafiche e gli stessi dati, aggregati in maniera diversa.

Pensate che sto esagerando? Bene, eccovi il link allo scadenzario dell'agenzia delle entrate per il mese di Luglio 2012: 207 scadenze divise in 21 pagine!!!

Credo che qualunque commento sia assolutamente superfluo!