02 luglio 2010
Il buco nero delle associazioni
Innanzi tutto bisogna sapere che esiste un regime fiscale speciale per le associazioni, regolate dalla legge 398/1991. Il regime pone alcuni paletti, tra cui l’iscrizione ad una federazione sportiva riconosciuta dal CONI e il non superamento di ricavi pari a 250.000 €. Per ricavi si intendono attività commerciali, sponsorizzazioni, diritti di riprese sportive, in quanto i ricavi per le attività istituzionali, come le quote sociali, sono esenti al 100%.
Ciò che permette di “eludere” il fisco è la combinazione dei seguenti tre elementi:
1. IVA: le associazioni non pagano l’IVA nel modo normale delle società commerciali: non la detraggono sulle spese e ne versano una percentuale dal 50% al 90%, a secondo del tipo di provento, di quella riportata sulle fatture emesse. Cioè ad esempio se emetto una fattura per 1000 € + IVA (200 €) per sponsorizzazioni, verserò il 90% dell’iva a debito (180 €).
2. Imposte dirette: le associazioni pagano l’IRES, ma solo sul 3% del fatturato commerciale. Attualmente l’aliquota è pari al 27,50%. Quindi al massimo, se fatturano 250.000 €, pagheranno 250.000 x 3% x 27,50% = 2.062,50, indipendentemente dalle spese effettuate.
3. Costi: le associazioni, si sa, non possono essere a fini di lucro, quindi devono chiudere in pareggio ogni esercizio. Se chiudono in utile non possono distribuirlo, ma devono investirlo. Ma c’è un’altra cosa molto interessante: i compensi pagati agli atleti o allenatori, fino a 7.500 € l’anno sono esenti per chi li percepisce; l’associazione deve solo dichiararli nel modello 770 annuale.
E’ quindi chiaro combinando i tre punti quanto è facile mettere su un meccanismo elusorio delle imposte, praticamente perfetto. Vediamo come.
Innanzi tutto fatturo 250.000 € per sponsorizzazioni ad un paio di aziende amiche. 125.000 € + IVA a testa per l’esposizione di due bei cartelloni pubblicitari nel campo di calcio dove giocano i nostri dilettanti. Ma poi, siccome queste aziende sono proprio amiche, gli restituisco 100.000 € a testa!
Come glieli restituisco?!?!?!
Eh, si….. i filantropi non esistono e se non si fa così i soldi per le sponsorizzazioni non si trovano proprio. Poi da questo meccanismo tutti hanno da guadagnarci.
La società amica esporrà in bilancio un costo di 125.000 €, risparmiando IRAP e IRES per circa 40.000 €. Ecco il conto: 125.000 versate – 100.000 restituite – 40.000 risparmiate = risparmio netto di 15.000 € (di tasse) evase.
La società sportiva pagherà tasse, come abbiamo detto, pari a 2.062,50 su 250.000, inoltre dell’IVA su 250.000, pari a 50.000 € ne verserà il 90%, trattenendone 5.000. Facciamo due conti: 250.000 € incassati – 200.000 restituiti + 5.000 di IVA – 2.062,50 di imposte = guadagno netto di 52.937,50 €.
Ma come?!? Ma non dovrebbe essere a fine di lucro?
Ma certo, infatti all’inizio dell’anno l’associazione sportiva si sarà premurata di tesserare 50 soci, ai quali nel corso dell’anno elargirà 5.000 € a testa, a titolo di compenso per un importo pari – guarda guarda – a 250.000 €!
250.000 € fatturati – 250.000 € usciti: risultato di gestione pari a zero!
Le associazioni non devono tenere scritture contabili e siccome sui 5.000 € di compensi i percipienti non pagano tasse, una volta inviato il modello 770 è tutto a posto.
Ora voi vi chiederete: è possibile che l’Agenzia delle Entrate permetta tutto questo?
Intanto premetto che quello descritto sopra non è assolutamente un incitamento a mettere in pratica il suddetto meccanismo perché si tratta di un reato perseguibile penalmente.
Poi io credo che l’Agenzia delle Entrate conosca benissimo il meccanismo, ma che, entro certi limiti, lo tolleri, in quanto se così non fosse, tutto lo sport dilettantistico italiano sparirebbe.
Eh si. Scomparirebbe. Perché i campi da gioco costano, i palazzetti costano, le divise, le borse, tutto costa e nessuno fa niente per niente. Il ritorno pubblicitario nello sponsorizzare una squadra (che non sia calcio di serie A o poche altre realtà) è pari a zero. Quindi nessuno caccerebbe fuori un centesimo se non ci fosse un minimo di ritorno economico.
E’ triste ammetterlo, ma lo sport dilettantistico italiano si basa essenzialmente sull’evasione fiscale!
Cara autostrada

"Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani" è il tormentone del governo.
Forse nelle tasche no, ma nel portafoglio sì, viene da dire.
Infatti sono scattati ieri gli aumenti sulle autostrade che potrebbero gravare anche per 120 euro al mese sui bilancio di alcuni pendolari.
Il governo a corto di soldi fa pagare una parte dei costi dell'ANAS agli utenti delle autostrade secondo una logica un pò strana: percorri una tangenziale gestita da una società autostradale da cui si dirama una bretella per l'aeroporto gestita dall'ANAS? Paghi di più, anche se non usufruisci della bretella per l'aeroporto. Il maggiore introito finisce all'ANAS.
Si tratta di una scelta criticabile e iniqua da diversi punti di vista.
Anzitutto perché si fa pagare solo ad alcuni il costo di un bene (la strada dell'ANAS) di proprietà di tutti, costo che andrebbe pagato con le imposte di tutti i cittadini.
Doppiamente iniqua, poi, perchè colpisce i pendolari, categoria di persone che, disponendo di solito di minori ricchezze, vanno a vivere fuori città per godere di immobili che costano di meno.
Dal punto di vista ecologico, l'aumento dei pedaggi ris
chia di essere deleteria, aumentando il traffico, le code e i consumi sulle strade non a pagamento.E infine è un provvedimento che non combatte le inefficienze e la corruzione legata alla gestione dell'ANAS. Sarebbe stato più ragionevole, in cambio dell'aumento delle tariffe, far gestire alle società da cui dipendono le tangenziali e le autostrade anche i tratti ancora di competenza ANAS, realizzando economie di scala capaci di far risparmiare qualche soldo all'automobilista.
01 luglio 2010
Il fantasma della cedolare secca
L'ipotesi in studio è di sostituire la tassazione attuale degli affitti effettuata tramite l'IRE (ex IRPEF) con un'imposta sostitutiva pari al 20% dell'affitto percepito.
Intanto premetto una cosa, ignota ai più: sugli affitti è previsto un abbattimento forfettario del 15% del canone di locazione annuo, per le spese condominiali, di ristrutturazione e simili, che presumibilmente sarà soppressa con la cedolare secca. Inoltre ignoro nell'analisi l'imposta di registro, pari al 2% all'anno.
Ma vediamo nel dettaglio quali sarebbero le conseguenze con vari profili di reddito (per semplicità supponiamo che non ci siano deduzioni o detrazioni all'infuori di quelle per lavoro autonomo o dipendente):
lavoratore dipendente con reddito lordo di 25.000 € l'anno e un immobile locato a 700 € al mese (8.400 € l'anno). Reddito complessivo: 32.140 € (25.000 + (85% di 8.400)) Attualmente paga, tra IRE e addizionali regionali e comunali 8.379 €, ovvero il 25,09% (calcolata su 33.400 Euro, cioè sul percepito, non su 32.140). Con la cedolare secca pagherebbe 5.601 € di IRE e addizionali più 1.680 € di cedolare, cioè 7.281 €, con un'aliquota media del 21,80%
lavoratore dipendente con reddito lordo di 40.000 € l'anno e 5 immobili locati a 700 € al mese (42.000 € l'anno). Reddito complessivo: 75.700 €. Attualmente paga in totale 27.160 € di imposte, con un'aliquota del 33,12%. Con la cedolare secca pagherebbe 11.778 di imposte e 8.400 € di cedolare, cioè 20.178 €, dunque il 24,61% del reddito.
lavoratore dipendente con reddito lordo di 14.000 € l'anno e un immobile locato a 400 € al mese (4.800 € l'anno). Reddito complessivo: 18.080€. Attualmente paga in totale 3.390 € di imposte, ovvero il 18,75%. Con la cedolare secca pagherebbe 2.076 € di imposte e 960 € di cedolare, cioè 3.036 €, ovvero il 16,15% del reddito.
E' evidente che la cedolare secca, pur non sfavorendo in generale nessuno (a meno di non costruire situazioni molto particolari), favorisce poco i redditi bassi e moltissimo i redditi alti. In una situazione limite in cui un contribuente avesse solo affitti si troverebbe a pagare un'aliquota del 20% indipendentemente dal suo reddito. Mi sembra che una tale ipotesi favorirebbe troppo la rendita, che si ritroverebbe tassata molto poco. Inoltre non vedo come ciò possa servire a contrastare gli affitti “in nero”, contrasto che sarebbe molto semplice fare incrociando i dati della conservatoria dei beni immobiliari con quelli del catasto e delle dichiarazioni dei contribuenti.
Benvenuto William
Benvenuto, William.
30 giugno 2010
Buone notizie sul fronte della BCE
Sta succedendo la stessa cosa, con qualche mese di ritardo, anche in Europa, come testimonia il fatto che la BCE ha erogato meno soldi del previsto (ecco la notizia).
Dopo un aumento considerevole della quantità di moneta emessa, per far fronte alle necessità di liquidità da parte delle banche, si assiste a un progressivo calo. Man mano che le banche ricevono soldi dalla clientela, a sua volta più propensa a prestare soldi alle banche se queste dimostrano la propria solidità, diminuisce l'esigenza di ricorrere alla banca centrale, prestatore di ultima istanza.
Non aspettatevi però roghi di banconote, con Trichet che imita il pirotecnico ministro Calderoli: la liquidità si crea e si distrugge con accrediti e addebiti bancari, non stampando montagne di banconote.
Tutto bene dunque? Crisi finita?
No, i problemi strutturali restano e sarà necessario molto tempo per risolverli. Lo dimostra la notizia di ieri: la fiducia del consumatore americano è in caduta libera.
Le banche non minacciano più di fallire, ma questo non significa fine della crisi. Vuol solo dire che il paziente, malato e debilitato, non rischia la febbre a 40. Ma resta in prognosi riservata.
27 giugno 2010
Debiti e intercettazioni
Si riapre il caso intercettazioni-Telecom. Una svolta che chiama in causa Marco Tronchetti Provera, numero uno di Pirelli e, per qualche anno, anche di Telecom.
I giudici capiscono (finalmente, è il caso di dire) che se Giuliano Tavaroli, capo della sicurezza Telecom, e Emanuele Cipriani, investigatore privato che lavorava per Telecom, hanno organizzato una rete di spionaggio illegale che ha lavorato e speso moltissimo, non potevano farlo per se stessi. Agivano nell'interesse di qualcuno, ovvero del leader dell'azienda, Tronchetti Provera, verso il quale si indirizzano adesso le indagini.
I magistrati fanno riferimento a motivazioni di vario genere per spiegare perchè avvenissero, le intercettazioni e le indagini illegali su persone di ogni genere, tra i quali c'era -ad esempio- un pensionato "colpevole" di aver minacciato, in una lettera a Tronchetti Provera, di far rumore all'assemblea degli azionisti.
Il pensionato voleva attirare l'attenzione perché la sua linea adsl non funzionava. In pochi giorni Telecom risolse il problema, mentre Tavaroli e altri indagavano su di lui. Si chiesero chi fosse e perchè minacciasse di disturare l'assemblea degli azionisti. Lo pagava qualcuno? Gli spioni di Telecom cercarono di scoprirlo indagando sul conto corrente del pensionato.
Non trovarono nulla, ma qualche anno dopo la storia del pensionato saltò fuori, raccontando uno scenario fatto di paure e illegalità e forse anche di ricatti.
Ma perché qualcuno in Telecom voleva queste informazioni? Cosa temeva?
Una ragione è chiara da anni: Telecom era un'azienda molto indebitata e chi la controllava aveva offerto alle banche le proprie azioni Telecom in garanzia.
C'era però una clausola: se il valore delle azioni fosse sceso al di sotto di un certo prezzo, le banche creditrici avrebbero potuto chiedere alla Pirelli, che controllava Telecom, di pagare la differenza tra il debito e il valore delle azioni.
Di qui il timore, forse il terrore, che qualcuno potesse spingere verso il basso le azioni per indurre Pirelli a vendere Telecom. Per questo anche una lettera di un pensionato era considerata una potenziale minaccia e si doveva indagare: chi era? cosa voleva davvero? forse qualcuno lo pagava?
Quando il valore delle azioni è sceso troppo e la garanzia rischiava di saltare, Tronchetti Provera ha venduto Telecom, come aveva fatto prima di lui, per le stesse ragioni, Roberto Colaninno. Nel frattempo ha condotto una serie di operazioni assai criticabili, sempre nel timore di perdere il controllo della società telefonica. Ma questa è un'altra storia.
25 giugno 2010
La contabilità (errata) del pallone
Prendiamo questo pezzo di articolo dal sito di Tuttosport: La cessione di Tiago... è arrivata alle fase conclusiva: sarebbe già stato trovato l’accordo ..sulla base di 5,5 milioni di euro. Per i bianconeri si tratterebbe di una minusvalenza (avevano pagato il portoghese 13,6 milioni nell’estate 2007)
Il lettore pensa: hanno comprato un giocatore pagandolo 13,6 milioni e lo rivendono per 5,5 milioni: 8,1 milioni di minusvalenza. Accipicchia!
Ma la giornalista dimentica gli ammortamenti. Se il giocatore aveva un contatto di 5 anni (il massimo, in Italia) dopo 3 anni i 3/5 del valore sono ammortizzati.
Quindi il valore residuo del giocatore è pari ai 2/5 del prezzo d'acquisto, ovvero 5,44 milioni. Se lo vendono per 5,5 c'è un piccolo guadagno, non certo una perdita (minusvalenza). Se invece il contratto era di 4 anni
24 giugno 2010
Più tasse per tutti, a destra
Chi pensa sia un bene diminuire le imposte è mosso da interesse (a chi non fa piacere pagare meno?) ma anche dalla convinzione che lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini significa lasciarli più liberi di scegliere quali servizi acquistare e a quale prezzo. Il mercato e la libera scelta, si suppone, fanno meglio dello Stato che costringe in ogni caso ad acquistare, attraverso le imposte, servizi non graditi.
Il taglio delle imposte è diventata per qualcuno (1) la panacea di tutti i mali, invocata quando l'economia rallenta e anche quando l'afta epizooitica colpisce gli allevamenti o quando è chiamato a dare un giudizio sui palinsesti televisivi.
I tagli in realtà hanno favorito soprattutto i più ricchi e, negli USA, hanno trasformato i surplus di bilancio lasciato nel 2000 da Clinton in pesanti deficit durante l'amministrazione Bush.
Al contrario l'aumento delle imposte voluto da Clinton non ha causato alcuna diminuzione delle entrate fiscali, come sostenuto a suo tempo dagli economisti conservatori, secondo i quali ne sarebbe derivato un rallentamento dell'economia e quindi un calo delle entrate fiscali, ma anzi ha consentito un surplus stimato in oltre 400 miliardi di dollari.
Così di fronte a deficit di bilancio eccessivi i paesi europei imboccano la strada dell'aumento delle imposte. I governi conservatori si rimangiano 40 anni di politiche anti-tasse e prima o poi fingeranno di non sapere chi fossero Margareth Thatcher o Ronald Reagan.
Eppure è dura a morire l'idea che un aumento delle imposte sia sempre deleterio per l'economia, come dimostra lo stesso articolo del Corriere, che riporta le parole di Arthur Laffer secondo il quale la scadenza dei benefici fiscali per i ricchi avrà l'effetto di far cadere gli USA nella recessione a partire dal 2012.
Laffer, che si riferisce ai tagli fiscali voluti da Bush ormai in scadenza, a causa dei quali il fisco perde diverse centinaia di miliardi di dollari ogni anno, è diventato famoso nei primi anni '80 per una strana curva che porta il suo nome (vedasi l'immagine all'inizio).
La leggenda narra che durante un pranzo con il candidato alla presidenza Ronald Reagan Laffer prese un tovagliolo di carta e disegnò, su assi cartesiani, una curva a campana. Spiegò che la curva mostrava l'andamento delle entrate fiscali al variare dell'aliquota media. Fino a un certo punto le entrate aumentavano proprio come la curva a campagna che sale, disse Laffer per poi diminuire se le aliquote continuano ad aumentare, perchè aliquote troppo alte scoraggiano l'attività economica.
Gli USA secondo lui erano collocati in un punto della parte destra della campana. Una diminuzione delle aliquote perciò avrebbe provocato un aumento delle entrate fiscali.
Reagan non aspettava di meglio: aveva davanti un economista che spiegava che diminuendo le aliquote, il fisco ne avrebbe tratto beneficio. Come dire: mangia di più e dimagrirai. Mise in pratica il suggerimento di Laffer e ... il deficit federale salì a livelli impressionanti. Una chiara prova che le idee di Laffer erano sbagliate. Ma l'ideologia prevalse e Laffer continuò ad avere un credito mai meritato.
Per anni gli economisti hanno cercato una conferma alle teorie di Laffer, scoprendo che non solo la teoria faceva acqua da tutte le parti, ma anche che, se fosse stata vera, non c'era alcuna prova che una diminuzione delle aliquote al tempo di Reagan avrebbe aumentato le entrate fiscali. Non c'era alcuna prova cioé che gli USA erano collocati sulla parte discendente della curva a campana.
Ce n'è abbastanza - e da molto tempo - per dire che Laffer è un economista poco credibile. E invece no: a furia di ripetere il mantra che le imposte è meglio diminuirle, si ripesca Laffer dal dimenticatoio e si ripropongono le sue idee (la previsione di una recessione innescata da troppe imposte) come se non ci fossero le prove che nel recente passato si sono dimostrate prive di fondamento.
Per fortuna la realtà prevale sempre sulla fantasia e sono i governi conservatori a spiegare ai loro elettori che è bene dimenticare il vecchio mantra.
Se ne accorgeranno anche Berlusconi e Tremonti che continuano a ripetere che non vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani, quasi che pagare imposte per avere servizi fosse un furto?
----
(1) Si veda P.Krugman, La deriva americana, Laterza, pag. 115 e seguenti
23 giugno 2010
18 giugno 2010
La posta in gioco a Pomigliano
Lo stabilimento di Pomigliano d'Arco appartiene alla Fiat da un ventennio, da quando ha comprato l'Alfa Romeo, celebre casa automobilistica ceduta dall'IRI. A Pomigliano si mescolano inefficienze di ogni tipo, come assenze dal lavoro per i motivi pià svariati, ma anche furti, danneggiamenti volontari delle automobili, scioperi del venerdì o in occasione delle partite di calcio (si veda in proposito questo articolo).
Marchionne già due anni fa ha cercato di mettere le cose a posto, chiudendo lo stabilimento, rinnovando tutto, allontanando i lavoratori problematici e insegnando agli altri a lavorare in modo più efficiente.
Poi la crisi ha colpito la produzione di Alfa Romeo. La produzione è crollata ma Pomigliano, a differenza dello stabilimento di Termini Imerese, ha una sua logica: c'è l'indotto e si producono i componenti necessari ad assemblare un'automobile.
Nel settore auto tutto il sistema produttivo, la filiera come si usa dire oggi, è complesso e costoso. Le aziende automobilistiche cercano di produrre just in time: si eliminano le scorte. Chi produce gli pneumatici lo fa poche ore prima che siano montati sulle automobili.
Se qualcosa si inceppa, tutto il sistema produttivo si blocca, facendo aumentare i costi medi della singola automobile.
Per rendere competitivo lo stabilimento e l'intera filiera produttiva, si deve perciò sfruttare il più possibile gli impianti, portando in Italia la produzione della nuova Panda (in Polonia gli stabilimenti Fiat producono già la 500 e la Ford KA).
Per questo Fiat cerca di spingere i lavoratori ad accettare un accordo che riduce i diritti di sciopero e disincentiva le assenze ingiustificate dal lavoro: occorre che gli impianti non subiscano interruzioni e si usin il più possibile.
Il prezzo da pagare è la compressione di alcuni diritti fondamentali, come il diritto di sciopero. E' un diritto irrinunciabile e quindi è ragionevole che la Fiom rifiuti la proposta della Fiat, sottolineando il rischio di una involuzione nel campo dei diritti e delle regole.
Infatti alla finestra stanno Brunetta e Sacconi che non vedono l'ora di ridurre i diritti di tutti i lavoratori. Diritto del lavoro, stipendi pubblici e la Costituzione catto-comunista sono nel mirino del governo, cui farebbe piacere la sconfitta della Fiom-Cigl.
Come se ne esce?
Cercando di distinguere il diritto dal suo uso furbesco: se un lavoratore sciopera per difendere un diritto o per protestare contro chi fa una politica lesiva dei suoi interessi, fa cosa ben diversa da chi sciopera -guardacaso- in occasione della partita della nazionale di calcio.
Senza queste distinzioni, e la difesa dei diritti usati correttamente, la Fiom rischia un autogol clamoroso, che ricorderebbe la marcia dei quarantamila nell'autunno del 1980. Allora scesero in piazza i lavoratori Fiat che capivano che l'azienda non poteva fare a meno di ristrutturarsi, se voleva continuare a esistere. Il sindacato subì una sconfitta dura dalla quale si riprese dopo molti anni.
Oggi il rischio è lo stesso, aggravato dalla minaccia dei ministri di destra che cercano l'occasione per ridurre i diritti di tutti. La sola via d'uscita è accettare evitando di sostenere, magari involontariamente, i furbetti dello stabilimento di Pomigliano.