16 maggio 2012

Fughe di capitali


Guardate il grafico: sono i movimenti di capitale che si spostano da alcuni paesi (Spagna, Italia, Irlanda, Portogallo e Grecia) verso Germania, Lussemburgo e Olanda.

E' un grafico allarmante che conferma quando scrivo ormai da anni, ovvero che la crisi sta facendo fuggire capitali e ciò spiega molto degli effetti della crisi, anche se pochi ne parlano.

I capitali dovrebbero fluire dai paesi più ricchi a quelli più poveri, ma accade il contrario e questo non può che indebolire le economie che subiscono il deflusso di capitali.

Spiega anche la necessità di intervento della BCE, che cerca di far affluire i capitali nei paesi da cui fuggono.

Spiega i timori di chi pensa che l'euro possa collassare e infine spiega gli spread: quando si vendono titoli di paesi "deboli" per comprare quelli più affidabili, come quelli tedeschi, i capitali passano da un paese a un altro e gli spread variano premiando alcuni paesi e penalizzando altri.

15 maggio 2012

Deglobalizzazione

Nelle ultime settimane ho ricevuto qualche email con una domanda: che ne pensi di questo video di Report?

Si parla di banche e economia, si propongono modelli economici e bancari alternativi, di compensazione dei crediti, di impegno sociale e di aziende che sopravvivono a sentenze di morte dei loro proprietari, preoccupati soltanto di far profitti.

E' possibile costruire banche che non investono in derivati, non speculano e prestano i soldi ad aziende che producono beni e servizi e scelgono i propri fornitori tra aziende locali a loro volta preoccupate di creare lavoro e di tutelare i diritti dei propri lavoratori? E' possibile compensare crediti e debiti delle imprese così da minimizzare il ricorso al credito bancario? E' possibile avere imprese in cui i dipendenti non siano considerati soltanto costi da ridurre?

Certo, basta volerlo. Un profitto o un reddito più alti non sono il solo obiettivi possibili degli esseri umani e scegliere il fornitore con la caratteristiche desiderate invece di quello più conveniente, può essere conveniente, non solo più etico o più corretto da un punto di vista ecologico. Lo sanno da sempre le imprese giapponesi che da sempre preferiscono rivolgersi a fornitori con cui instaurare rapporti di lungo termine. Forse si paga di più un prodotto o un servizio, ma la qualità richiede un'interazione costante tra imprese, impossibile se prevale una convulsa ricerca del fornitore più conveniente.

Non è necessario che i capitali girino vorticosamente per il mondo alla ricerca del profitto immediato, per fuggire non appena l'investimento si rivela meno conveniente.

Possono finire in banche che li prestano a imprese con cui instaurano rapporti di lungo periodo, come succede soprattutto tra banche locali (le nostre banche di credito cooperativo) e i loro clienti, che seguono nel tempo assicurandosi un minor tasso di insolvenza. O possono esserci imprese in cui l'impresa decide con i lavoratori la strategia da seguire per affontare i concorrenti.


C'è qualcosa di nuovo in tutto questo? No, le banche che non speculano con prodotti finanziari complessi sono sempre esistite, come le imprese che scelgono i fornitori non solo in base alla convenienza immediata.

La globalizzazione o meglio l'ideologia liberista che l'ha promossa, ha convinto molti che il modo di gestire i rapporti tra impresa e lavoratori, tra impresa e fornitori, tra banca e impresa dovevano ispirarsi a regole diverse, dominate da una concorrenza spietata, dalla scelta del lavoratore o del fornitore più conveniente nell'immediato.

S'è quasi dimenticato che c'erano economie, come quella tedesca e quella giapponese, non dominate dalla finanza e dalla ricerca del profitto nel breve termine. I disastri causati dalla crisi spingono alcuni a riproporre quei modelli, che non sono nuovi. Sono il ritorno a un mondo meno globalizzato e meno liberista. Potremmo chiamala deglobalizzazione.




11 maggio 2012

1 a 20

Francois Hollande, neo presidente francese, ha avuto un'ottima idea di sinistra: limitare il divario tra i redditi.

L'idea è banale: le aziende controllate almeno al 50% dallo Stato dovranno porre un limite agli stipendi dei manager che, in ciascuna impresa, non potranno superare di 20 volte lo stipendio più basso. Se il lavoratore pagato di meno incassasse, supponiamo, 1000 euro al mese, i dirigenti non potrebbero superare i 20.000 euro mensili.

Finalmente qualcosa di sinistra, anche se ci sono alcune legittime obiezioni.

La prima è che si può applicare solo alle aziende di proprietà dello Stato o di cui lo Stato possiede la maggioranza assoluta di quote o azioni. Per le altre la regola non vale anche se ha come azionista lo Stato.

La seconda è che si corre il rischio di far fuggire qualche manager e di ridurre la redditività dell'impresa, che risparmierebbe, pagando meno i top manager, ma guadagnerebbe di meno.

La terza è che la norma spinga qualche manager a alzare lo stipendio di chi guadagna meno di 20 volte il dipendente meno pagato, con l'effetto che le imprese alla fine spenderebbero di più, non di meno.

Critiche valide anche se è vero che conta il principio, molto di sinistra, per cui è bene ridurre le disuguaglianze. Inoltre il principio può essere applicato, volendo, anche alla pubblica amministrazione, magari provando nel corso del tempo a ridurre il divario: da 1 a 20 si può passare a 1 a 15: basta ridurre il divario man mano che i contratti scadono o che i dirigenti lasciano il posto ad altri.

Infine si potrebbe usare il principio del limite tra lo stipendio minimo e il massimo in ambito fiscale, facendo pagare di più i manager e le imprese dove più alto è il divario tra i redditi.

Produzione industriale

Due mesi fa avevo scritto questo post (vedi qui). La sostanza era che i dati sulla produzione industriale erano un pò strani. Segnavano una forte contrazione, ma s'erano verificati alcuni fatti anomali, come lo sciopero dei trasporti a gennaio, a cui poi s'è aggiunta l'abbondante nevicata che ha bloccato alcune regioni a febbraio.

Oggi sono arrivati i dati di marzo che registrano un sorprendente (come riporta Reuters Italia, vedi qui) aumento della produzione industriale rispetto a febbraio.

Sorprendente? No, visto che i dati precedenti sembravano viziati da avvenimenti particolari che hanno ridotto la produzione. Lo sciopero aveva depresso la produzione di gennaio e non stupisce la piccola ripresa di marzo, come non stupisce il sali-scendi della produzione energetica, spiegabile con l'ondata di maltempo di febbraio e il caldo anomalo di marzo.

Resta infine l'aspetto preoccupante dei dati: rispetto a un anno prima il quadro è molto negativo, con cali tra il 3 e il 10% in molti settori.


09 maggio 2012

Il Movimento 5 Stelle. E i soldi pubblici

Uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle è il rifiuto dei rimborsi elettorali, che dovrebbero servire a restituire ai partiti i soldi spesi per le campagne elettorali.

I sostenitori del M5S sembrano gradire il rifiuto dei soldi pubblici, scelta che li differenzierebbe dai partiti tradizionali che invece dispongono di dipendenti, sedi, collaboratori, ecc.

Ma è vero che rifiutano i soldi pubblici?

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Prendiamo il resoconto presentato dal Movimento 5 Stelle del Piemonte, o meglio dai 2 consiglieri eletti in Consiglio Regionale. C'è una sola entrata e sono soldi pubblici, come risulta da questa tabella.

Soldi che la Regione dà ai gruppi consigliari per pagarsi le spese e che il Movimento 5 Stelle usa sia per pagare le spese dei due consiglieri regionali sia per pagare le spese del Movimento, come si può capire leggendo le diverse voci di spesa.

Passiamo al bilancio dei consiglieri dell'Emilia Romagna. Anche qui le entrate sono solo soldi pubblici: 333.976 euro (come risulta qui ). Soldi usati per pagare le spese dei consiglieri, pranzi e trasporti soprattutto, ma anche per sostenere il movimento acquistando volantini, affittando sale e proiettori, e rimborsando i gruppi locali del Movimento, vale a dire le liste civiche che si presentano nei comuni, come risulta dai dettagli di spesa (vedi qui). E poi mangiano: molti pranzi pagati con i soldi regionali. Uno con un giornalista del Sole 24 Ore e anche una cena per incontrare un'agenzia investigativa nell'aprile 2011.

In sostanza rinunciano al rimborso elettorale, ma usano i soldi pubblici per pagare le spese elettorali anche di una piccola lista civila locale del Movimento 5 Stelle.

Dov'è la differenza rispetto a chi usa i soldi dei rimborsi elettorali?



08 maggio 2012

Sprechi

Il governo ha chiesto a Enrico Bondi di tagliare i costi superflui dello Stato e Bondi ha chiesto l'aiuto dei cittadini che possono mandare un messaggio via email.

I risultati sono incoraggianti: 95.000 messaggi in pochi giorni, una media di un messaggio ogni 2 secondi.

Per chi volesse dire la sua sugli sprechi, ecco il link: http://www.governo.it/spendingreview/RedWeb_Form.htm

Nel frattempo, come mi segnala Pericle, il Ministero della Difesa assume 10.800 persone come risulta da questo bando (vedi qui).

10.800 militari in più mentre il governo chiede ai cittadini di pagare l'IMU e si chiede al governo, alla politica e alla pubblica amministrazione di risparmiare?

Non so come la pensate voi, ma a me sembra una cosa vergognosa.

07 maggio 2012

I mercati e il trota

Giovedì scorso Servizio Pubblico ospitava Luigi Zingales, un economista di Chicago assai liberista, come nella tradizione di quella università. Il mercato risolve tutto secondo Zingales perché le persone, libere di scegliere, prenderanno le decisioni migliori, preferiranno il prodotto migliore a quello peggiore, opteranno per il servizio più efficiente.

Una tesi che, applicata anche alla politica, spinge molti commentatori a criticare l'attuale legge elettorale che non permette di votare il candidato preferito, lasciando all'elettore l'ultima parola su chi siederà in Parlamento.

La critica è legittima, ma va presa con un pizzico di buonsenso. Infatti se è vero che la legge elettorale ha portato in Parlamento persone imbarazzanti, "nominate" dai partiti, è anche vero che in un sistema elettorale con le preferenze si sceglie tra candidati scelti ovvero nominati, come si usa dire oggi, dai partiti.

Inoltre chi ci garantisce che gli elettori scelgano sempre il migliore, il più competente, il più onesto o il più serio?

Prendiamo Renzo Bossi, detto il trota, figlio del padre-padrone della Lega Nord, Umberto Bossi. E' stato nominato? no, è stato eletto con un bel numero di preferenze. I critici del sistema elettorale non possono obiettare nulla e s'è visto nella puntata di Servizio Pubblico: Zingales e Travaglio sconsolati di fronte all'idea che Bossi è stato scelto da cittadini che hanno scritto Bossi sulla scheda elettorale.

Il mercato ha fatto la sua parte...e ha sbagliato. Ma per chi ama il mercato e ipotizza funzioni sempre bene, è dura accettare l'idea che il mercato non sempre funziona bene, non sempre produce risultati efficienti. Ma succede. E succede che non sempre gli elettori scelgono i migliori. Non sono obbligati. Possono scegliere anche il peggiore, se promette qualcosa in cambio o se possiede altre qualità, come il nome giusto o un'innata capacità di far divertire il prossimo.


04 maggio 2012

Francesco Giavazzi

Il professor Francesco Giavazzi è diventato consulente del governo per tagliare i contributi alle imprese. Era ora, vien da dire, perché finora Giavazzi, studi in ingegneria in Italia e poi di economia negli USA per poi intraprendere una carriera universitaria tra la Bocconi e il MIT di Boston, ha spesso criticato il governo Monti.

Critiche messe nere su bianco sul Corriere: il giorno dopo la nomina, Giavazzi insieme all'amico Alesina non perso occasione di spiegare (vedi qui) che il governo dovrebbe tagliare pesantemente la spesa pubblica e quindi la pressione fiscale, considerando queste mosse una condizione indispensabile per rimettere in moto l'economia italiana.

Così Monti delega a Giavazzi il compito di indicare quali contributi alle imprese vanno aboliti. D'altro canto Giavazzi è la persona giusta: crede nel mercato, ci elencherà decine di casi in cui le imprese incassano contributi per fare cose che non servono o che farebbero anche senza soldi pubblici, e quindi suggerirà tagli.
Finora, dicono A&G, i tagli previsti sono pochi e non hanno "nessun effetto macroeconomico".

Un'espressione normale, se usata da un economista normale. Ma Giavazzi ha qualcosa in più (o forse in meno): nel settembre 2008, all'indomani del fallimento di Lehman Brothers, mentre il mondo tremava, lui celebrava il trionfo del mercato sullo Stato (vedi qui): "Ieri è stata una buona giornata per il capitalismo ... si era diffusa l'impressione che il governo americano avrebbe salvato chiunque... Invece, con grande coraggio, il segretario del Tesoro statunitense Henry Paulson ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d'investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire".

Gli effetti macroeconomici del fallimento di Lehman Brothers non pare averli compresi: l'economia mondiale stava per sprofondare e Giavazzi inneggiava alla vittoria del mercato. Sarà per questo che Mario Monti gli chiede di occuparsi dicontributi alle imprese? Forse il presidente del Consiglio vuole che abbandoni le teorie un pòastratte e si confronti con le imprese che, c'è da credere, non saranno felici di rinunciare soprattutto adesso ai soldi e ai crediti concessi dallo Stato?

03 maggio 2012

Il circolo vizioso


Oggi vi parlerò di un circolo vizioso tra banche e aziende (piccole) unico e peculiare dell'Italia.

Tutti sanno delle lungaggini dei pagamenti in Italia, infatti se in Europa la norma è il bonifico bancario a 30 giorni, in Italia ci siamo inventati di tutto: ricevute bancarie, sconti e simili. Oggi vi voglio parlare di quando il meccanismo si inceppa.

Visto che i pagamenti tra aziende possono arrivare anche a 180 giorni e la liquidità serve subito, le banche consentono di "scontare" oggi fatture che saranno pagate domani.

questo è il meccanismo

Io emetto il 30/04/12 una fattura al mio cliente per € 10.000 + iva = 12.100. Il mio cliente mi dice che la pagherà tra 4 mesi, il 31/08/12. Io mi sono accordato con la mia banca che mi ha concesso un "castelletto anticipi". Il castelletto è l'importo massimo di fatture che posso scontare in banca. Per un'azienda con 300.000 € di fatturato può essere ad esempio di 40.000 €. Ultimamente i rubinetti si sono chiusi e le banche per concedere lo sconto chiedono garanzie, come titoli.

Quindi io oggi porto la mia fattura in banca e la banca mi accredita sul mio c/c 10.000 € (al netto dell'iva). Il 31/08 il mio cliente mi bonifica 12.100 €, contemporaneamente la banca mi addebita 10.000 € e a me sul conto rimane solo l'iva (2.100 €).

La percentuale di sconto può essere anche diversa: io ho fatto un esempio al 100%, ma spesso le banche anticipano il 70% dell'imponibile.

E' chiaro che in una situazione normale tale meccanismo è molto comodo, a parte gli interessi passivi che si pagano sullo sconto (la banca ci ANTICIPA il bonifico).

Cosa succede se il nostro cliente ci chiama e ci dice di non poterci pagare? Oppure come avviene ultimamente non ci paga e basta?

Il 31/08 la banca ci riaddebita comunque i 10.000 € ma questo può diventare un grossissimo problema se io sono al limite del fido: la banca potrebbe rifiutarsi di pagare assegni e potrei finire protestato (e anche fallito!)

Quindi cosa fanno alcuni imprenditori?


Portano un'altra fattura in banca di pari importo per coprire l'insoluto. Spesso queste fatture sono fasulle e qui cominciano i problemi. Infatti le banche fanno controlli se si insospettiscono con visure in Camera di commercio, ma se io sono furbo farò una visura di un'azienda grossa fuori zona o compiacente (con cui sono d'accordo).

Quindi in pratica io finisco ad essere perennemente a debito con la banca, portando di continuo fatture false allo sconto. Questo però a un certo punto finisce, perché ogni fattura insoluta peggiora il mio rating e a un certo punto la banca rifiuterà di fare altri sconti. Quindi tutte le fatture false saranno addebitate e l'azienda salta.

Nella mia carriera professionale non ho visto nessuna azienda che sia riuscita a risanarsi dopo che è entrata in questo meccanismo.

La soluzione (ovvia) è quella di imporre per legge un limite di 60 giorni ai pagamenti, eliminare assegni bancari, sconti e ricevute bancarie, ma attualmente questa è fantasia, in un paese dove la media dei tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni è oltre i 4 mesi...

02 maggio 2012

Guido Martinetti. E l'IRAP

Guido Martinetti è un imprenditore che insieme all'amico Federico Grom ha creato una catena di gelaterie di successo (se n'è parlato qui).

Ospite a Otto e mezzo, ieri sera Martinetti ha spiegato che l'IRAP tassa il costo del lavoro e gli oneri finanziari e pertanto disincentiva sia l'assunzione di dipendenti che l'indebitamento per nuovi investimenti.

Quando l'ho sentito ho fatto un salto sulla sedia. Intendiamoci, l'IRAP non è la migliore delle imposte possibili e non mancano le critiche perché chi ha più lavoratori dipendenti più paga. Tuttavia certe critiche sono poco comprensibili.

La prima ragione è che l'impresa "compra", se così si può dire, lavoro e capitali per produrre e vendere beni e servizi. L'imposta, qualunque sia, finisce direttamente o indirettamente per pesare sui frutti del lavoro e sui capitali investiti nell'impresa.

La seconda ragione è che l'IRAP ha sostituito una serie di imposte che gravavano sul lavoro e sui capitali investiti, o magari erano imposte in somma fissa, da pagare a prescindere da qualunque attività svolta e dai guadagni conseguiti.

"Con la sua istituzione -spiega Wikipedia- sono stati soppressi l'Ilor, Iciap, imposta sul patrimonio netto delle imprese, tassa di concessione governativa sulla partita Iva, contributo per il servizio sanitario nazionale (tassa della salute), contributi per l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi, contributo per l'assistenza di malattia ai pensionati, tassa di concessione comunale e la tosap".

Quindi l'IRAP ha eliminato 9 tra imposte e tasse (e non poca burocrazia) che gravavano sull'impresa e dunque direttamente o indirettamente su capitale e soprattutto lavoro, come avveniva per esempio con il contributo per il SSN.

L'IRAP ha peggiorato le cose per l'impresa? Forse no, se chi l'ha pesantemente criticata quando l'IRAP è nata (Giulio Tremonti in primis) poi l'ha mantenuta. Ma forse Martinetti tutto ciò non lo sa...