30 novembre 2013

Felicità e reddito

I giornali hanno scoperto in questi giorni uno studio del 2012 di due economisti italiani, Proto e Rustichini, secondo i quali la felicità aumenta con il reddito ma soltanto fino a un certo punto. Poi, superato un livello di reddito, superato il quale la felicità tende a diminuire all'aumentare del reddito.

Si tratta in realtà, come spiegano gli autori, di una vecchia idea, proposta da Easterlin che ha osservato per primo, 40 anni fa, una situazione paradossale: un incremento del PIL procapite non determina un aumento della felicità.

Altri hanno osservato che dove il reddito è troppo basso, la felicità di una collettività è bassa e sale poco con il reddito, perchè l'incremento di reddito serve a soddisfare soltanto bisogni primari, mentre aumenta se il reddito è basso ma non troppo. In quel caso ci si può permettere l'acquisto di beni che migliorano la vita e quindi rendono felici.

Invece quando il reddito supera un certo livello, la felicità tende a non crescere più e anzi diminuisce.

La ragione è che si modificano gli obiettivi e i desideri. Se il povero aspira ad avere una casa più confortevole, cibo migliore, vestiti ecc., chi è ricco aspira a possedere una villa invece di un appartamento, vuole un'auto di lusso invece di un'utilitaria, e così via.

Ma aspirare a possedere beni o acquistare servizi più costosi non rende le persone più felici,  anzi scaturisce l'effetto opposto. Questo è il risultato a cui sono giunti i due economisti italiani, che hanno individuato l'intervallo di reddito oltre il quale il benessere non aumenta all'aumentare del reddito.

Ancora una volta si giunge alla conclusione che in una società con minori disuguaglianze si vive meglio. La qualità della vita diminuisce infatti dove è maggiore l'ambizione di possedere i beni, e quindi diminuisce con il grado di disuguaglianza.

28 novembre 2013

Economia e ideologia

Qualche tempo fa s'è scoperto che Oscar Giannino non solo non ha mai ottenuto un master a Chicago, ma neppure s'era laureato. Eppure molti lo consideravano un giornalista economico credibile e per questo lo invitavano a intervenire in televisione, a partecipare ai convegni, a tenere rubriche radiofoniche e a dirigere periodici economici.

Com'è possibile? Semplice: Giannino diceva quello che molti volevano sentire. Gli è andata bene fino a quando è entrato in politica e a qualcuno è venuta voglia di controllare se fosse vero quello che diceva di se stesso.

Il mondo degli economisti è pieno di persone che propagandano idee ideologiche al punto che un mese fa la direzione della commissione europea guidata da Olli Rehn ha prima pubblicato e poi rimosso uno studio molto critico verso l'austerità.

Jan in' t Veld ha creato un modello econometrico con il quale ha misurato gli effetti delle politiche di austerità, concludendo che in Italia uno sforzo di consolidamento dei conti pubblici pari a quasi il 4% del PIL ha prodotto un calo del PIL di quasi il 5%.

Analoghe le percentuali in Francia (3,68% di consolidamento, 4,78% di calo), Germania (2,6% e 3,9%) e Spagna (4,45%  e 5,39%), con conseguenze negative per disoccupazione (+3% in Italia) consumi e investimenti (-4,37% e -4,29% rispettivamente, sempre in Italia).

Dati che non sono piaciuti alla Commissione o almeno a qualche membro. Così lo studio è sparito, per un pò di tempo, dal sito della direzione affari economici e monetari. Forse qualcuno ha pensato che non sarebbe piaciuto ai paesi fautori dell'austerità.

Poi di fronte al rischio di figuraccia, il paper è tornato on line con l'avvertenza che rappresenta il punto di vista dell'autore.

Quello dei politici invece è ben rappresentato da qualche sedicente economista che dice quello che i politici si vogliono sentir dire.

26 novembre 2013

Questo stadio non s'ha da fare

Un piccolo contributo per far crescere l'economia potrebbe venire dallo sport.

Gli italiani fanno i conti con strutture sportive vecchie e inospitali. Gli stadi per il calcio sovente non sono altro che tribune su cui hanno montato seggiolini di plastica, il campo spesso è lontano, non ci sono servizi che invitino a frequentare lo stadio al di fuori delle poche ore in cui si gioca a pallone.

Sono pochissimi gli stadi "moderni" che dispongono di bar, ristoranti, musei, negozi. Tra i pochi c'è lo stadio della Juventus, che ha sostituito il vecchio Stadio delle Alpi. Se questo era spesso vuoto, il nuovo stadio fa quasi sempre il tutto esaurito, perchè coinvolge i tifosi che possono pranzare prima della partita o visitare il museo.

A fianco dello stadio sorge un centro commerciale con decine di negozi grazie ai quali la Juventus ha finanziato la costruzione dell'impianto sportivo, cedendo a gli spazi commerciali a Conad.

Un modello da replicare, deve aver pensato il governo, che ha inserito nella legge di stabilità una norma che dice più o meno così: chi progetta un impianto sportivo avrà un percorso burocratico privilegiato per accorciare i tempi tra la presentazione del progetto e la fine dei lavori di costruzione dello stadio (la Juventus ha impiegato 8 anni per costruire lo stadio, l'Udinese 9 anni), e gli diamo la possibilità di costruire altri immobili, utili per finanziare la struttura sportiva.

Apriti cielo. In molti si sono indignati per la futura possibile colata di cemento e il governo ha dovuto ritirare la norma, che certamente non farà parte della legge di stabilità, come ha spiegato Letta.

Risultato? Per adesso niente legge, niente stadi, nessun aumento degli spettatori e delle imposte che lo Stato incassa. Il mondo del calcio torna a aspettare i soldi pubblici per poter costruire impianti e iniziare a far crescere i ricavi. Soldi attesi da anni e mai stanziati...




24 novembre 2013

1:12 Referendum bocciato

Gli svizzeri hanno bocciato il referendum denominato 1:12 che puntava a limitare l'importo degli stipendi dei manager a 12 volte la retribuzione più bassa.

Oggi il rapporto tra i dipendenti meno pagati e i manager più pagati è 1 a 200. Se avessero vinto i sì i manager avrebbero subito un enorme taglio dei compensi e reso meno diseguale la Svizzera. Eppure gli svizzeri hanno rigettato la proposta.

La prima ragione è che gli svizzeri hanno paura che i manager cambino paese. La gestione del risparmio e magari del risparmio ottenuto in modo poco lecito è da sempre una grande risorsa per la Svizzera.

Ma altri paesi hanno imparato a fare lo stesso mestiere. Gestiscono i capitali, fanno pagare poche imposte, assicurano il segreto bancario, magari danno una mano a spostare capitali "sporchi". La Svizzera però subisce le pressioni di USA e Unione Europea per rendere trasparenti le attività bancarie e questo mette a rischio il ricco business bancario.

Business che è fatto di posti di lavoro ben retribuiti e imposte pagate da banche, lavoratori e tutti quelli che guadagnano grazie alla gestione dei capitali altrui.

Quindi meglio non correre il rischio che capitali e dirigenti si spostino altrove, magari in qualche piccolo paradiso fiscale su cui USA e UE esercitano poco potere.

La seconda ragione è che c'è già stata una riforma: gli svizzeri hanno deciso che i compensi dei manager nelle società quotate devono essere decisi dall'assemblea degli azionisti e non dal consiglio di amministrazione.

Se gli azionisti decidono circa le remunerazioni dei manager, difficilmente sceglieranno di premiare chi ha fatto male, e ciò consigliava di votare no.

Infine è possibile che ci sia un'altra ragione: la Svizzera è un paese in cui c'è un buon livello di benessere, con buoni servizi a favore di tutta la popolazione che preferisce lasciare le cose come stanno e non correre rischi.

22 novembre 2013

Via Solferino

Il Corriere della Sera è senza dubbio uno dei giornali italiani più prestigiosi, forte di una storia centanaria. Negli ultimi anni non sono mancati sul Corriere gli appelli per tagliare le spese statali, privatizzare, ridurre gli sprechi e via discorrendo.

Gianantonio Stella e Sergio Rizzo sono diventati famosi per il libro La Casta che elenca sprechi e privilegi dei politici. E lavorano naturalmente al Corriere, che appartiene al gruppo Rizzoli Corriere della Sera, da tempo alle prese con consistenti perdite.

Qualche mese fa, il gruppo RCS è stato costretto a lanciare un aumento di capitale per ridurre i debiti verso il sistema bancario, rischiando il commissariamento e anche il fallimento.

Per rimettere i conti a posto, la società ha deciso di vendere la storica sede di via Solferino a Milano al fondo Blackstone con la prospettiva nei prossimi anni di abbandonare gli uffici, prestigiosi per aver ospitato molti famosi giornalisti italiani.

E' facile immaginare cosa direbbe il Corriere di un politico che preferisce una sede prestigiosa e costosa a un ufficio "normale" magari in una via non prestigiosa. 

Al Corriere però l'idea che la sede prestigiosa con relativi privilegi di status possa essere abbandonata proprio non piace. I giornalisti hanno chiesto alle autorità di indagare su possibili conflitti di interesse degli azionisti del Corriere nell'operazione di vendita, si sono rivolti alle autorità locali che dovrebbero tutelare la sede storica impedendo all'acquirente di cedere l'immobile perchè vincolato, hanno raccolto migliaia di firme per chiedere che la proprietà rinunciasse alla vendita.

Un doppiopesismo molto italiano, come il giornale che da oltre un secolo orienta le opinioni di molti italiani.




21 novembre 2013

Tecnologia collettiva e individuale

Qualche sera fa mi è capitato di vedere su Rai5 un bel documentario della BBC sulle missioni spaziali degli anni '60-'70, quando gli astronauti americani sono andati sulla luna.

La tecnologia di quegli anni era poco sviluppata, gli astronauti erano eroi che rischiavano la pelle, e qualcuno morì davvero, ma le astronavi e le missioni avevano un fascino incredibile. Una ragione la spiegò John F. Kennedy quando annunciò il programma per conquistare lo spazio. Disse «Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili».

Una sfida che prometteva di ripagare i vincitori con un maggior benessere collettivo. Si immaginava un mondo, quello del mitico 2000, in cui le tecnologie avrebbero aiutato tutti, rendendo la vita più facile, dando più opportunità se non a tutti, certamente a molti.

Si immaginava di liberare l'uomo dalla schiavitù del lavoro manuale grazie alle macchine che sarebbero entrate nelle fabbriche e nelle case, cominciare dai lavori manuali, che poco per volta sarebbero stati sostituiti dalle macchine.

Cosa è rimasto di quei sogni, 40 anni dopo, anzi più di 50 anni dopo, se prendiamo come punto di partenza il discorso di Kennedy del 1962?

La tecnologia di oggi era inimmaginabile anche solo 20 anni fa, figuriamoci ai tempi di Kennedy. Ma sono cambiati gli obiettivi. Non si sogna più un mondo migliore per tutti o per molti. Forse lo fa qualche esperto di marketing che deve convincerci che Apple o Google non sono solo enormi macchine da soldi.

Gli altri sognano e pensano soprattutto al proprio mondo, fatto di oggetti personali che ci offrono nuovi modi di fare le stesse cose: siamo passati dalle chiacchierate al bar alle chiacchierate via facebook impiegando smartphone con cui possiamo anche sentire musica, scattare una foto, guardare un film ecc.

Insomma siamo passati da una tecnologia povera ma collettiva, che prometteva benefici per molti, a una tecnologia individuale che promette solo di farci fare meglio quello che facevamo anche prima, con poche novità e pochi o nessun sogno collettivo.


19 novembre 2013

Mazzucato vs Boldrin

 

Mariana Mazzucato, docente all'Università del Sussex, bolla come ideologiche le tesi di Boldrin... Finalmente qualcuno spiega cos'è Boldrin.

18 novembre 2013

TAV e costituzione svizzera

Da anni ormai in val di Susa ci si divide tra sostenitori e oppositori della TAV, la futura linea ferroviaria che collegherà Italia e Francia. Molte associazioni ambientaliste sono contrarie all'opera perché -sostengono- devasterà la valle e perchè sarebbe inutile.

Ora, possono gli ecologisti essere contrari a un'opera che porterà merci e passeggeri a transitare in val di Susa su rotaia invece che su inquinanti automobili e camion? Contrarietà che stranamente accomuna ecologisti e liberisti, quest'ultimi impegnati a avversare un'opera che significa spesa pubblica.

I liberisti non appoggerebbero mai la TAV anche per un'altra ragione: pensano che non serva. Formulano ipotesi sui traffici futuri e concludono che sulla futura linea TAV transiteranno pochi treni.

Non sono ipotesi irrealistiche, ma partono dal presupposto che chi viaggia o trasporta merci sia libero di scegliere quale mezzo usare. La linea ferroviaria entrerà in concorrenza con altri mezzi di trasporto e per questo i no-TAV pensano che senza un aumento drastico delle merci trasportate sarà inutile costruire una nuova ferrovia.

In Svizzera invece costruiscono le ferrovie partendo dall'idea che si devono limitare i transiti su gomma per tutelare le persone e le alpi. Lo hanno scritto in costituzione. L'articolo 84 dice che la Confederazione protegge la regione alpina dalle ripercussioni negative del traffico di transito, che le merci devono attraversare le alpi tramite ferrovia e che non si può aumentare la capacità delle strade di transito nella regione alpina.

Dunque niente nuove strade e obbligo di costruire ferrovie per trasportare le merci. Ma anche tasse sul traffico pesante per scoraggiare i transiti.

Questa è la Svizzera, dove gli ambientalisti sono favorevoli alla costruzione di ferrovie. Al contrario dei nostri che adottano le teorie liberiste e paiono preferire i camion ai treni, lasciando ai tir la libertà di viaggiare ovunque con il loro carico di inquinamento. Illudendosi forse di poter far diminuire il traffico attraverso le alpi.


17 novembre 2013

Bonus assunzione

Qualche mese fa il governo ha lanciato il bonus per l'assunzione dei giovani. Il ministro Giovannini aveva previsto 100.000 lavoratori beneficiati, grazie a 800 milioni (500 dei quali destinati al sud) stanziati in 3 anni.

I requisiti richiesti erano molto selettivi: i beneficiari non dovevano avere un diploma, disoccupati, con almeno una persona a carico.

E infatti gli incentivi hanno deluso le attese: le domande pervenute sono state meno di 14 mila.

Un fallimento? Probabilmente sì, sia perchè i requisiti erano troppo stringenti, sia perchè in un periodo di crisi, di investimenti assenti, di aziende che licenziano, incentivare l'assunzione rischia di essere un autogol fin troppo facile da prevedere.

Le aziende non assumono se la domanda non aumenta ma diminuisce, e ancor meno lo fanno le aziende del sud dove la domanda estera, che è la sola domanda che fa crescere alcune imprese, è più debole.

La politica di sostegno all'offerta non è una risposta a problemi che dipendono dalla scarsità della domanda: è un modo per lasciare il problema irrisolto.

Viene il sospetto che il governo stiagiocando a fare l'illusionista: i soldi non utilizzati verranno impiegati in altro modo, stanziati in futuro con tanto di conferenza stampa con un ministro speranzoso e magari una platea attenta e incapace di distinguere una buona politica economica da una pessima e inutile.




15 novembre 2013

Econoliberal su Facebook


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