Renzo Rosso ha rilasciato una curiosa intervista all'edizione italiana dell'Huffington Post in cui parla di CGIL, Italia e ...Danimarca.
Per l'imprenditore veneto l'Italia è un paese da riammodernare, incominciando dalla CGIL, che è indietro di trent'anni e con cui Rosso polemizza per la questione McDonald's. La pubblicità della multinazionale americana in cui si promettono 3000 posti di lavoro era stata criticata dal maggior sindacato italiano perchè tirava in ballo la Costituzione.
La CGIL ha fatto notare che la maggior parte dei lavoratori hanno contratti per poche ore settimanali, ma per Rosso invece McDonald's è "un’azienda seria che i posti di lavoro li crea veramente".
Altre critiche Rosso le riserva all'Italia: l'Italia è un paese corrotto, si evade, le imposte sono alte, ci sono i poteri forti e quindi serve una rivoluzione, un cambiamento radicale.
Per costruire quale paese? Secondo Rosso dovremmo prendere spunto dalla Danimarca, dove "non c’è differenza di classe sociale per il tipo di occupazione che hai:
se fai il baby sitter o il badante non sei una persona – come succede
da noi – squalificata, c’è la valorizzazione dei ruoli".
"Detto questo -aggiunge immediatamente dopo Rosso- le tasse vanno abbassate perché con questo regime fiscale le aziende italiane non possono sopravvivere..."
Dichiarazioni curiose, per due motivi.
Il primo motivo è che Renzo Rosso ha fondato un impero iniziando da un prodotto "diverso", jeans trattati per sembrare vecchi e consumati, acquistati da persone che vogliono distinguersi e per questo sono disposte a spendere molto. E' curioso che chi ha raggiunto il successo differenziando il prodotto e puntando su clienti che vogliono sentirsi diversi poi prenda come punto di riferimento un paese dove le differenze sociali sono meno forti.
Il secondo motivo è che in Danimarca la pressione fiscale è tra le più alte d'Europa. Ridurre le differenze sociali ha un costo...e numerosi benefici.
Possiamo avere una società con meno differenze pagando meno imposte e con imprese che puntano a vendere prodotti differenziati per venire incontro alle esigenze di chi vuole sentirsi diverso e superiore agli altri?
Renzo Rosso ha notato i benefici del sistema danese, ma non sembra disposto a pagarne il prezzo. Da buon italiano chiede infatti di ridurre le imposte prima di chiedersi come i danesi raggiungono i benefici.
14 gennaio 2013
11 gennaio 2013
L'imprenditrice a servizio pubblico
Ho seguito per qualche minuto Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi.
Giusto il tempo di sentire le bizzarre teorie di un'imprenditrice veneta (vedi qui)che invece di fare una domanda all'ex presidente del consiglio sulle difficoltà delle imprese, ha spiegato le sue idee sulla moneta e le banche.
L'imprenditrice ha sottolineato che gli imprenditori faticano a trovare credito e ha spiegato che i governi sbagliano a salvare le banche. Meglio dunque lasciare che le banche falliscano? La signora non s'è chiesta: se le banche falliscono, poi chi eroga il credito? Se la mucca fa troppo poco latte e la trasformiamo in hamburger, forse il latte a disposizione aumenta?
Poi l'imprenditrice ha spiegato che da Monti si aspettava solo una riforma monetaria e che tutti i problemi si risolverebbero con la sovranità monetaria.
Che significa, in soldoni: ridateci la lira e diamo alla Banca d'Italia la libertà di emettere lire in quantità. Possibile?
No. Gli USA possono emettere più dollari del necessario senza causare un eccesso di inflazione e svalutazione perché il mondo è pieno di soggetti che acquistano dollari. Non solo per utilizzarli, ma anche come strumento di riserva.
Lo stesso accade, sia pure in misura ridotta, con l'euro, acquistato dalle banche centrali e dagli investitori. Non potrebbe succedere con la lira.
Se emettessimo lire in gran quantità per risolvere i nostri problemi, la lira si svaluterebbe, i capitali girerebbero alla larga dall'Italia e l'inflazione salirebbe, rendendoci meno competitivi.
La sovranità monetaria dunque non è una soluzione. E' solo un'illusione, buona per qualche personaggio strambo in un programma televisivo
Giusto il tempo di sentire le bizzarre teorie di un'imprenditrice veneta (vedi qui)che invece di fare una domanda all'ex presidente del consiglio sulle difficoltà delle imprese, ha spiegato le sue idee sulla moneta e le banche.
L'imprenditrice ha sottolineato che gli imprenditori faticano a trovare credito e ha spiegato che i governi sbagliano a salvare le banche. Meglio dunque lasciare che le banche falliscano? La signora non s'è chiesta: se le banche falliscono, poi chi eroga il credito? Se la mucca fa troppo poco latte e la trasformiamo in hamburger, forse il latte a disposizione aumenta?
Poi l'imprenditrice ha spiegato che da Monti si aspettava solo una riforma monetaria e che tutti i problemi si risolverebbero con la sovranità monetaria.
Che significa, in soldoni: ridateci la lira e diamo alla Banca d'Italia la libertà di emettere lire in quantità. Possibile?
No. Gli USA possono emettere più dollari del necessario senza causare un eccesso di inflazione e svalutazione perché il mondo è pieno di soggetti che acquistano dollari. Non solo per utilizzarli, ma anche come strumento di riserva.
Lo stesso accade, sia pure in misura ridotta, con l'euro, acquistato dalle banche centrali e dagli investitori. Non potrebbe succedere con la lira.
Se emettessimo lire in gran quantità per risolvere i nostri problemi, la lira si svaluterebbe, i capitali girerebbero alla larga dall'Italia e l'inflazione salirebbe, rendendoci meno competitivi.
La sovranità monetaria dunque non è una soluzione. E' solo un'illusione, buona per qualche personaggio strambo in un programma televisivo
10 gennaio 2013
Paradossi dello spread
Lo spread almeno per adesso è sceso sotto quota 300, allontanando il pericolo di nuove manovre a carico degli italiani già gravati da tante tasse e imposte.
Ma la discesa, gradevole per italiani e spagnoli, rischia di essere indigesta per i tedeschi. Per la Germania infatti una discesa dei tassi nei paesi del mediterrano rischia di essere accompagnata da un aumento del tasso di interesse pagato sul debito pubblico.
Per carità, nulla di grave. La Germania è e resta l'economia più forte del continente e l'asta dei titoli pubblici tedeschi non andrà mai deserta.
Ma i tassi cresceranno per i tedeschi, proprio perchè sono troppo bassi. Se infatti arrivano buoni segnali dai paesi meno virtuosi, gli investitori tornano a comprarne i titoli. attratti dai tassi più alti e molti si domandano: se si sta riducendo il rischio di un investimento in titoli italiani o spagnoli, perchè comprare quelli tedeschi che rendono meno?
I titoli tedeschi sono andati a ruba quando le prospettive dell'economia dei paesi meno virtuosi erano pessime. Gli investitori si fidavano solo dei titoli tedeschi che rendevano poco ma erano privi di rischio.
Adesso che lo spread scende, iniziano a far gola anche i titoli italiani. Ottima notizia per gli italiani perchè gli acquisti di BOT e BTP significa un ulteriore calo dello spread e quindi della spesa per interessi. Ma notizia non tanto buona per i tedeschi che sono costretti a pagare di più a fronte di un minor interesse per i loro bund.
Ma la discesa, gradevole per italiani e spagnoli, rischia di essere indigesta per i tedeschi. Per la Germania infatti una discesa dei tassi nei paesi del mediterrano rischia di essere accompagnata da un aumento del tasso di interesse pagato sul debito pubblico.
Per carità, nulla di grave. La Germania è e resta l'economia più forte del continente e l'asta dei titoli pubblici tedeschi non andrà mai deserta.
Ma i tassi cresceranno per i tedeschi, proprio perchè sono troppo bassi. Se infatti arrivano buoni segnali dai paesi meno virtuosi, gli investitori tornano a comprarne i titoli. attratti dai tassi più alti e molti si domandano: se si sta riducendo il rischio di un investimento in titoli italiani o spagnoli, perchè comprare quelli tedeschi che rendono meno?
I titoli tedeschi sono andati a ruba quando le prospettive dell'economia dei paesi meno virtuosi erano pessime. Gli investitori si fidavano solo dei titoli tedeschi che rendevano poco ma erano privi di rischio.
Adesso che lo spread scende, iniziano a far gola anche i titoli italiani. Ottima notizia per gli italiani perchè gli acquisti di BOT e BTP significa un ulteriore calo dello spread e quindi della spesa per interessi. Ma notizia non tanto buona per i tedeschi che sono costretti a pagare di più a fronte di un minor interesse per i loro bund.
09 gennaio 2013
Cara sanità americana
Nel 2014 negli Stati Uniti entrerà in vigore la riforma sanitaria voluta da Obama, che ha introdotto alcune novità importanti per estendere la copertura sanitaria a tutti i cittadini a stelle e strisce.
Le assicurazioni non potranno più rifiutare le cure ai pazienti, come accadeva prima della riforma. Le assicurazioni cercavano una scusa per non pagare le cure dei malati cronici, che costano all'assicurazione più di quanto pagassero per assicurarsi.
Perchè lo facevano? Per ottenere profitti, ovvio.
Così di fronte al maggior costo di cure che le assicurazioni non potranno più rifiutare, con l'inizio dell'anno sono aumentati i costi di molte assicurazioni. In alcuni casi l'aumento ha superato il 25%, che si va ad aggiungere agli aumenti introdotti appena dopo l'approvazione della riforma sanitaria.
Le assicurazioni non vogliono rinunciare ai profitti e scaricano sui cittadini e sulle imprese i maggiori costi di un'estensione dei diritti degli assicurati.
Le assicurazioni non potranno più rifiutare le cure ai pazienti, come accadeva prima della riforma. Le assicurazioni cercavano una scusa per non pagare le cure dei malati cronici, che costano all'assicurazione più di quanto pagassero per assicurarsi.
Perchè lo facevano? Per ottenere profitti, ovvio.
Così di fronte al maggior costo di cure che le assicurazioni non potranno più rifiutare, con l'inizio dell'anno sono aumentati i costi di molte assicurazioni. In alcuni casi l'aumento ha superato il 25%, che si va ad aggiungere agli aumenti introdotti appena dopo l'approvazione della riforma sanitaria.
Le assicurazioni non vogliono rinunciare ai profitti e scaricano sui cittadini e sulle imprese i maggiori costi di un'estensione dei diritti degli assicurati.
07 gennaio 2013
L'anno che verrà...
Dopo un anno vissuto pericolosamente, iniziato con il quasi fallimento dell'Italia e terminato con i twitter di Mario Monti, cosa possiamo dire di aver imparato in quest'anno?
Punto il dito su alcuni fatti che mi sembrano degni di nota:
1. Gli economisti non ci prendono sempre. Basterebbe rileggere i commenti di giusto un anno fa, vedi ad esempio Roubini con l'Euro. I pareri degli economisti valgono come quelli di chiunque altro: a volte ci prendono, a volte no. Prevedere il futuro è difficile per tutti!
2. La politica conta molto, ancora. Nonostante sia stata ampiamente svalutata, criticata e tacciata di non saper rispondere alle esigenze dei cittadini, se vuole qualcosa riesce ad ottenerla, in barba ai mercati e a tutti i poteri forti. In quanti hanno scommesso sul fallimento della Grecia? Invece i greci hanno pianto lacrime e sangue, ma hanno tenuto duro, a fatica, ma sono ancora li (e anche noi, mi verrebbe da dire).
3. Ci sono alcune banche troppo grandi per fallire. E questo non è un bene. Chi governa o governerà tali banche lo sa e la politica dovrebbe trovare un modo per evitare l'azzardo morale di fare tutto, tanto ci penseranno i cittadini con le tasse a risolvere tutti i problemi. Le banche dovrebbero tornare ad assolvere un ruolo sociale nell'economia, in virtù dei tanti (forse troppi) privilegi di cui godono.
4. Finanza ed economia reale sono due realtà diverse, ma interconnesse con una cinghia di trasmissione che trasmette le perturbazioni in senso bidirezionale. Le perturbazioni finanziarie si trasmettono all'economia reale, e viceversa. In genere però il sistema finanziario anticipa i movimenti dell'economia reale.
5. Qualcuno ha informazioni migliori di altri. Rassegnamoci, non avremo mai il consiglio giusto su che mercato andrà bene o male. Le informazioni costano tantissimo e chi le ha non le condivide affatto. Chi le ha in genere sono le grandi banche di affari e di investimento. Se voi avreste la dritta giusta sul prezzo del mais tra 6 mesi lo direste ad altri o ve lo terreste tutto per voi?
Le strane idee di Mario Monti
"Non ho riflettuto sul mio futuro. Quello politico finisce a primavera" ha detto Mario Monti al Washington Post (vedi qui), salvo, come sappiamo, fare il possibile per tornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni di febbraio.
Il piatto forte è l'agenda Monti, condita di qualche promessa elettorale: un punto in meno di Irpef e il non alzare di un punto l'Iva a luglio è possibile, secondo Monti, forse dimenticando la bocciatura, a ottobre, del taglio dell'IRPEF, perché accompagnata da altre proposte sgradite alla maggioranza.
Monti vuole forse dirci che propone il taglio dell'IRPEF e la rinuncia all'aumento dell'IVA senza altre conseguenze sgradevoli per il contribuente? O ripropone il vecchio pacchetto di misure, dimenticando quelle meno gradite?
Non lo sappiamo, e non sappiamo in cosa consisterebbe la modifica dell'Imu. Due settimane fa Monti disse: "Promettere di togliere l'Imu è
bellissimo... e anche promettere di ridurre altre tasse". "Se si farà
senza grandissime azioni di politica economica un provvedimento
come questo chi verrà a governare un anno dopo, non dico cinque anni dopo ma un anno dopo, dovrà rimettere l'Imu doppia".
Il Monti politico pare aver preso il sopravvento sul Monti risanatore e prudente, e per questo le idee strane paiono non mancare.
Il piatto forte è l'agenda Monti, condita di qualche promessa elettorale: un punto in meno di Irpef e il non alzare di un punto l'Iva a luglio è possibile, secondo Monti, forse dimenticando la bocciatura, a ottobre, del taglio dell'IRPEF, perché accompagnata da altre proposte sgradite alla maggioranza.
Monti vuole forse dirci che propone il taglio dell'IRPEF e la rinuncia all'aumento dell'IVA senza altre conseguenze sgradevoli per il contribuente? O ripropone il vecchio pacchetto di misure, dimenticando quelle meno gradite?
Non lo sappiamo, e non sappiamo in cosa consisterebbe la modifica dell'Imu. Due settimane fa Monti disse: "Promettere di togliere l'Imu è
bellissimo... e anche promettere di ridurre altre tasse". "Se si farà
senza grandissime azioni di politica economica un provvedimento
come questo chi verrà a governare un anno dopo, non dico cinque anni dopo ma un anno dopo, dovrà rimettere l'Imu doppia".
Il Monti politico pare aver preso il sopravvento sul Monti risanatore e prudente, e per questo le idee strane paiono non mancare.
05 gennaio 2013
Aristotele e l'economia
Articolo tratto da Sbilanciamoci.info, articolo di Federica Martiny
Lo scorso 15 novembre a Budapest, Benoît Cœuré, uno
dei membri dell'Executive Board della Banca Centrale Europea, ha
iniziato la sua introduzione al convegno su costi ed efficienza nei
sistemi di pagamento al dettaglio citando Aristotele, in quanto è stato
colui che per primo ha teorizzato le tre funzioni della moneta: riserva
di valore, unità di conto e mezzo di scambio. La citazione era
funzionale a concettualizzare il mandato e l’opera della BCE
nell’attuale situazione di crisi. In un momento come questo, tuttavia,
sarebbe stato più utile ricordare cosa scrisse Aristotele sull’economia.
Aristotele è stato il primo a essersi chiesto a che cosa serve l’economia: «Che l’oiconomia, (l’amministrazione della casa e delle proprietà) e la crematistica (l'arte di accumulare ricchezze) non siano identiche è chiaro: infatti all’una spetta procurare i beni, all’altra usarli», scrive il filosofo nel I libro della Politica e più avanti specifica: «Una sola specie di acquisto è una parte naturale dell’economia: quella che si deve praticare per raccogliere i mezzi necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare. Ed è ragionevole affermare che la vera ricchezza consista in questi mezzi. La quantità di simili mezzi per una “vita buona” non è infinita».
Per Aristotele l’obiettivo non può essere una crescita illimitata dei beni materiali – del Pil, diremmo oggi – anzi, l’ossessione per l’accumulo di denaro e ricchezze ci distrae inevitabilmente dalla ricerca di una “vita buona” e ci fa vivere in modo innaturale. E la “vita buona” non è una ricerca individuale, funzione delle preferenze soggettive, che ciascuno può decidere. È un progetto collettivo, che è compito del politico perseguire, per arrivare a un’economia “naturale”, che amministra le ricchezze con lo scopo di garantire la possibilità di realizzare la “vita buona” per i membri della comunità politica.
Per Aristotele è la politica, che avendo come proprio fine ciò che è meglio, «si prende grandissima cura di rendere i cittadini persone di un certo tipo, e buone, e capaci di compiere belle azioni». Del resto anche «l’economia si cura più degli uomini che della proprietà inanimata e delle virtù dei primi più che di quella della proprietà che chiamiamo ricchezza». L’economia, cioè l’amministrazione della casa e della città, dovrebbe occuparsi delle virtù degli uomini (e delle donne), oltre a far tornare i conti delle finanze familiari e delle casse dello Stato.
Aristotele era dunque un teorico anticapitalista ante-litteram del IV secolo a.C.? Ovviamente no, era un insegnante di filosofia molto benestante – il suo allievo più illustre è stato Alessandro il Grande – che possedeva proprietà e schiavi. Il pensiero di una redistribuzione della ricchezza non lo ha mai sfiorato. Ma per lui la ricchezza è solo “l’insieme degli strumenti che hanno a disposizione la famiglia e la città” e per ciò stesso essa deve avere un limite.
Non sono cose da banchieri centrali, queste, specialmente di una Banca centrale come la BCE che nel suo statuto non solo non ha l’obiettivo della “vita” buona” di Aristotele, ma non ha neanche la piena occupazione che si trova nello statuto della Federal Reserve americana.
Per la BCE quello che conta è solo la stabilità dei prezzi, in base a quanto stabilito dal trattato di Maastricht, che ha dato vita a più di un rovesciamento. L'Euro è la prima moneta della storia senza Stato, l’amministrazione della moneta è affidata a una banca centrale, la BCE, che è sottratta alla responsabilità della politica: i compiti che Aristotele assegnava alla Politica sono stati cancellati dal dogma liberista dell’indipendenza della banca centrale. Nell’Europa che abbiamo costruito l’economia si sottrare al controllo della politica, la lotta all’inflazione viene prima della disoccupazione, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa distrugge la possibilità di “vita buona”. Lo sanno bene quei 608 mila giovani sotto i 25 anni che in Italia che sono disoccupati e in cerca di lavoro e i quasi 900 mila disoccupati che nel 2012 hanno presentato domanda di disoccupazione.
Aristotele è stato il primo a essersi chiesto a che cosa serve l’economia: «Che l’oiconomia, (l’amministrazione della casa e delle proprietà) e la crematistica (l'arte di accumulare ricchezze) non siano identiche è chiaro: infatti all’una spetta procurare i beni, all’altra usarli», scrive il filosofo nel I libro della Politica e più avanti specifica: «Una sola specie di acquisto è una parte naturale dell’economia: quella che si deve praticare per raccogliere i mezzi necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare. Ed è ragionevole affermare che la vera ricchezza consista in questi mezzi. La quantità di simili mezzi per una “vita buona” non è infinita».
Per Aristotele l’obiettivo non può essere una crescita illimitata dei beni materiali – del Pil, diremmo oggi – anzi, l’ossessione per l’accumulo di denaro e ricchezze ci distrae inevitabilmente dalla ricerca di una “vita buona” e ci fa vivere in modo innaturale. E la “vita buona” non è una ricerca individuale, funzione delle preferenze soggettive, che ciascuno può decidere. È un progetto collettivo, che è compito del politico perseguire, per arrivare a un’economia “naturale”, che amministra le ricchezze con lo scopo di garantire la possibilità di realizzare la “vita buona” per i membri della comunità politica.
Per Aristotele è la politica, che avendo come proprio fine ciò che è meglio, «si prende grandissima cura di rendere i cittadini persone di un certo tipo, e buone, e capaci di compiere belle azioni». Del resto anche «l’economia si cura più degli uomini che della proprietà inanimata e delle virtù dei primi più che di quella della proprietà che chiamiamo ricchezza». L’economia, cioè l’amministrazione della casa e della città, dovrebbe occuparsi delle virtù degli uomini (e delle donne), oltre a far tornare i conti delle finanze familiari e delle casse dello Stato.
Aristotele era dunque un teorico anticapitalista ante-litteram del IV secolo a.C.? Ovviamente no, era un insegnante di filosofia molto benestante – il suo allievo più illustre è stato Alessandro il Grande – che possedeva proprietà e schiavi. Il pensiero di una redistribuzione della ricchezza non lo ha mai sfiorato. Ma per lui la ricchezza è solo “l’insieme degli strumenti che hanno a disposizione la famiglia e la città” e per ciò stesso essa deve avere un limite.
Non sono cose da banchieri centrali, queste, specialmente di una Banca centrale come la BCE che nel suo statuto non solo non ha l’obiettivo della “vita” buona” di Aristotele, ma non ha neanche la piena occupazione che si trova nello statuto della Federal Reserve americana.
Per la BCE quello che conta è solo la stabilità dei prezzi, in base a quanto stabilito dal trattato di Maastricht, che ha dato vita a più di un rovesciamento. L'Euro è la prima moneta della storia senza Stato, l’amministrazione della moneta è affidata a una banca centrale, la BCE, che è sottratta alla responsabilità della politica: i compiti che Aristotele assegnava alla Politica sono stati cancellati dal dogma liberista dell’indipendenza della banca centrale. Nell’Europa che abbiamo costruito l’economia si sottrare al controllo della politica, la lotta all’inflazione viene prima della disoccupazione, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa distrugge la possibilità di “vita buona”. Lo sanno bene quei 608 mila giovani sotto i 25 anni che in Italia che sono disoccupati e in cerca di lavoro e i quasi 900 mila disoccupati che nel 2012 hanno presentato domanda di disoccupazione.
04 gennaio 2013
Isole Falkland, 30 anni dopo
Qualche giorno fa la presidente dell'Argentina, Cristina Kirchner, ha fatto pubblicare su alcuni giornali inglesi una lettera in cui si chiede la restituzione all'Argentina delle isole Falkland, chiamate Malvinas dagli argentini.
Le isole distano alcune centinaia di km dall'Argentina e sono abitate da poco più di tremila persone. Godono di ampia autonomia ma appartengono alla Gran Bretagna che per riprendersele, nel 1982, dopo l'invasione argentina, scatenò una guerra costata la vita a 649 soldati argentini e a 255 britannici.
Nel 1982 in Argentina la giunta militare era travolta dalle proteste e dalla crisi economica. La guerra delle Falkland-Malvinas era un tentativo di salvare la dittatura, ma si trasformò nell'atto conclusivo di un'esperienza tragica, che aveva visto per anni i militari argentini impegnati nello sterminio di migliaia di oppositori politici.
Colpisce a oltre 30 anni di distanza la lettera della presidente Kirchner, alle prese con conti pubblici che non tornano, alta inflazione (si vedano questo articolo), rischio di default.
Viene da chiedersi se la nuova richiesta di restituzione delle isole non sia semplicemente un modo di distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica argentina dai gravi problemi economici che potrebbero riservare amare sorprese.
Le isole distano alcune centinaia di km dall'Argentina e sono abitate da poco più di tremila persone. Godono di ampia autonomia ma appartengono alla Gran Bretagna che per riprendersele, nel 1982, dopo l'invasione argentina, scatenò una guerra costata la vita a 649 soldati argentini e a 255 britannici.
Nel 1982 in Argentina la giunta militare era travolta dalle proteste e dalla crisi economica. La guerra delle Falkland-Malvinas era un tentativo di salvare la dittatura, ma si trasformò nell'atto conclusivo di un'esperienza tragica, che aveva visto per anni i militari argentini impegnati nello sterminio di migliaia di oppositori politici.
Colpisce a oltre 30 anni di distanza la lettera della presidente Kirchner, alle prese con conti pubblici che non tornano, alta inflazione (si vedano questo articolo), rischio di default.
Viene da chiedersi se la nuova richiesta di restituzione delle isole non sia semplicemente un modo di distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica argentina dai gravi problemi economici che potrebbero riservare amare sorprese.
03 gennaio 2013
Giannetto e il Tea Party
Oscar Giannino (o Giannetto come lo chiamarono durante il confronto tra i candidati a leader del centro-sinistra) andrà da solo alle elezioni politiche, anche se insieme a un folto gruppo di personaggi di cui questo blog s'è spesso occupato.
Si tratta anzitutto dell'Istituto Bruno Leoni, di cui abbiamo parlato alcune volte (ad esempio qui), un gruppo di pressione ultraconservatore, a cui si aggiungono alcuni economisti altrettanto conservatori, come Luigi Zingales, Mario Baldassarri, Michele Boldrin, e personaggi vari De Nicola (ne avevo scritto qui), Chicco Testa e Enrico Montesano (un comico, a destra, non manca mai).
Dunque l'Istituto Bruno Leoni ha un suo partito ed è un bene. Perchè finora chi ha fatto parte dell'associazione è parso un tecnico, esperto di una materia, chiamato da giornali e tv per fornire un parere autorevole. Invece si tratta spesso di finti esperti il cui vero obiettivo pare esser quello di propagandare una visione politica, sociale e economica precisa.
Una visione così liberista che Mario Monti ha negato a Giannino la possibilità di allearsi al centro di Casini e altri.
Giannino dice di voler evitare agli italiani qualsiasi sacrificio, facendoli fare soltanto allo Stato. La spesa pubblica -propone Giannino- deve diminuire del 6% in 5 anni perchè si possa far scendere del 5% la pressione fiscale. Aggiunge anche che è vergognoso il livello delle pensioni minime, che pertanto devono aumentare.
6% del PIL ovvero 100 miliardi da tagliare alla spesa pubblica. Equivale al 25% della spesa pubblica al netto di pensioni e interessi sul debito. Come è possibile mettere in cantiere un taglio così forte?
Un dato inverosimile, che ricorda tanto la promessa di un milione di posti di lavoro del 1994. A farla fu Silvio Berlusconi e sappiamo quanto poco fosse credibile. Sarà per questo che Monti ha detto no a Giannino?
Si tratta anzitutto dell'Istituto Bruno Leoni, di cui abbiamo parlato alcune volte (ad esempio qui), un gruppo di pressione ultraconservatore, a cui si aggiungono alcuni economisti altrettanto conservatori, come Luigi Zingales, Mario Baldassarri, Michele Boldrin, e personaggi vari De Nicola (ne avevo scritto qui), Chicco Testa e Enrico Montesano (un comico, a destra, non manca mai).
Dunque l'Istituto Bruno Leoni ha un suo partito ed è un bene. Perchè finora chi ha fatto parte dell'associazione è parso un tecnico, esperto di una materia, chiamato da giornali e tv per fornire un parere autorevole. Invece si tratta spesso di finti esperti il cui vero obiettivo pare esser quello di propagandare una visione politica, sociale e economica precisa.
Una visione così liberista che Mario Monti ha negato a Giannino la possibilità di allearsi al centro di Casini e altri.
Giannino dice di voler evitare agli italiani qualsiasi sacrificio, facendoli fare soltanto allo Stato. La spesa pubblica -propone Giannino- deve diminuire del 6% in 5 anni perchè si possa far scendere del 5% la pressione fiscale. Aggiunge anche che è vergognoso il livello delle pensioni minime, che pertanto devono aumentare.
6% del PIL ovvero 100 miliardi da tagliare alla spesa pubblica. Equivale al 25% della spesa pubblica al netto di pensioni e interessi sul debito. Come è possibile mettere in cantiere un taglio così forte?
Un dato inverosimile, che ricorda tanto la promessa di un milione di posti di lavoro del 1994. A farla fu Silvio Berlusconi e sappiamo quanto poco fosse credibile. Sarà per questo che Monti ha detto no a Giannino?
01 gennaio 2013
Grazie, Presidente
Ultimo discorso di fine anno per Giorgio Napolitano, presidente ancora per qualche mese, quasi interamente dedicato all'economia.
Segno di un anno difficile dal punto di vista economico. Tanto difficile che l'economia ha sfrattato dal discorso presidenziale altri temi, di solito affrontati in questa occasione.
Napolitano, dedicando la sua attenzione alla crisi, ricordando i gravi problemi in particolare del sud e della Sardegna in particolare, sottolineando i drammi sociali, sembra aver riempito i vuoti lasciati dal presidente del Consiglio Monti che, nella conferenza stampa di fine anno, ha descritto come inevitabili le scelte del suo governo e dimenticato i tanti problemi legati alla politica di austerità.
Ma soprattutto il Presidente ha fatto un vero discorso moderno e di sinistra quando ha sottolineato la necessità di redistribuire i sacrifici (E’ dunque entro questi limiti che si può agire per affrontare le situazioni sociali più gravi. Lo si può e lo si deve fare distribuendo meglio, subito, i pesi dello sforzo di risanamento indispensabile, definendo in modo meno indiscriminato e automatico sia gli inasprimenti fiscali sia i tagli alla spesa pubblica, che va, in ogni settore e con rigore, liberata da sprechi e razionalizzata) e quando ha affermato il ruolo negativo delle diseguaglianze sociali nella crisi (una rinnovata visione dello sviluppo economico non può eludere il problema del crescere delle diseguaglianze sociali. Si riconosce ormai, ben oltre vecchi confini ideologici, che esso è divenuto fattore di crisi e ostacolo alla crescita proprio nelle economie avanzate).
Un discorso dunque innovativo, di un presidente che non si può che ringraziare per il coraggio avuto in questi anni difficili e anche ieri sera nel suo ultimo discorso agli italiani.
Segno di un anno difficile dal punto di vista economico. Tanto difficile che l'economia ha sfrattato dal discorso presidenziale altri temi, di solito affrontati in questa occasione.
Napolitano, dedicando la sua attenzione alla crisi, ricordando i gravi problemi in particolare del sud e della Sardegna in particolare, sottolineando i drammi sociali, sembra aver riempito i vuoti lasciati dal presidente del Consiglio Monti che, nella conferenza stampa di fine anno, ha descritto come inevitabili le scelte del suo governo e dimenticato i tanti problemi legati alla politica di austerità.
Ma soprattutto il Presidente ha fatto un vero discorso moderno e di sinistra quando ha sottolineato la necessità di redistribuire i sacrifici (E’ dunque entro questi limiti che si può agire per affrontare le situazioni sociali più gravi. Lo si può e lo si deve fare distribuendo meglio, subito, i pesi dello sforzo di risanamento indispensabile, definendo in modo meno indiscriminato e automatico sia gli inasprimenti fiscali sia i tagli alla spesa pubblica, che va, in ogni settore e con rigore, liberata da sprechi e razionalizzata) e quando ha affermato il ruolo negativo delle diseguaglianze sociali nella crisi (una rinnovata visione dello sviluppo economico non può eludere il problema del crescere delle diseguaglianze sociali. Si riconosce ormai, ben oltre vecchi confini ideologici, che esso è divenuto fattore di crisi e ostacolo alla crescita proprio nelle economie avanzate).
Un discorso dunque innovativo, di un presidente che non si può che ringraziare per il coraggio avuto in questi anni difficili e anche ieri sera nel suo ultimo discorso agli italiani.
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