10 novembre 2011

La misura del fallimento (di Berlusconi)

Nei giorni scorsi ho ricevuto qualche email di amici che mi chiedevano: ci possiamo fidare? Posso tenere i soldi in banca?

Risposta difficile, vista l'incertezza politica che c'è stata fino a ieri. Con Berlusconi al governo il rischio di fallimento o di provvedimenti durissimi e impopolari, come il prelievo forzoso sui conti correnti, era alto.

Poi lo scenario è cambiato. Ottenuta la certezza che Monti guiderà il governo, lo spread è sceso rapidamente. Si spera sia solo l'inizio di tempi migliori, perchè fino a luglio, come mostra il grafico di Bloomberg, lo spread era attorno a 150-200 punti (100 punti vuol dire 1%).

Lo Stato italiano pagava dunque l'1.50-2% in più della Germania per emettere titoli della stessa durata, 10 anni.

Poi sono arrivate le sollecitazioni europee a sistemare i conti e a raggiungere il pareggio di bilancio. Berlusconi ha riunito i suoi uomini e ... ha fatto un disastro.

Il grafico dello spread (che potete vedere cliccando qui) è impietoso. Ad aprile è sceso a 127 e il primo luglio era a 183.

A quel punto arriva la richiesta europea: date garanzie sui conti pubblici, fate una manovra correttiva. Berlusconi e il suo governo tentano la furbata: piccole correzioni per il 2011 e il 2012 e un grosso sacrificio da farsi dopo le elezioni, nel 2013.

Una strategia degna di un truffatore che, abituato a prendere in giro i creduloni, non capisce quando si trova di fronte persone di tutt'altro spessore. Da quel momento lo spread non ha fatto altroche aumentare. E più che raddoppiato a luglio, passando da 183 (1 luglio) a 389 (4 agosto) per poi schizzare verso l'alto quando Berlusconi ha promesso riforme ambiziose, peraltro mai tentate in quasi 20 anni di politica.

Oscar Giannino l'aveva detto, in un telegiornale: quando si arriva a 500 chi di dovere (testuali parole) alza il telefono e per Berlusconi è la fine. Mai previsione è stata così azzeccata.

Oggi si può guardare con un pò più di ottimismo alle sorti dei risparmi e con una certezza in più: Berlusconi ha fallito ancora una volta. E questa volta si spera per sempre.

Post Scriptum: Giacomo Vaciago ha detto che Monti lavora da 4 mesi, sollecitato dal Quirinale, al programma. Quattro mesi fa è iniziato il dramma: Berlusconi ha presentato una manovra non credibile e gli spread hanno incominciato a salire. Fa piacere sapere che Napolitano (e magari non solo lui) abbia capito per tempo la situazione e abbia provveduto.

09 novembre 2011

La stangata


In pochi giorni lo spread è salito da 400 a oltre 550 punti, con un picco a 575. Colpa delle incertezze legate alla fine del governo Berlusconi e alla nomina di un nuovo governo. Si temono un colpo di coda di Berlusconi e le elezioni anticipate che lascerebbero l'economia esposta alla speculazione internazionale.

In tale scenario, i mercati continuano a liberarsi dei nostri titoli di stato e gli spread crescono mentre le borse crollano. Napolitano, molto preoccupato, precisa che Berlusconi senza dubbio se ne andrà e spinge per accelerare i tempi dell'ultimo atto del governo, la legge di stabilità, e nomina Mario Monti senatore.

E' un segnale per i mercati. Si mette Monti in pole position per fare le scelte che il governo uscente ha evitato sistematicamente. Si crea un governo di salvezza nazionale per fornire ai mercati finanziari certezze sui conti pubblici e allentare la pressione sui tassi di interesse.

Ovvero....ci aspetta una stangata, con tagli alle spese e aumenti delle entrate tali da convincere i mercati, la BCE e i partner europei.

E' necessario agire subito perché la situazione è critica e perchè gli spread di cui tanto si parla sono riferiti i rendimenti dei titoli già emessi.

Lo Stato paga il 6-7% solo su una parte dei titoli del debito pubblico, emessi molti anni fa, quando i tassi di interesse erano più alti, e sui titoli emessi nelle ultime settimane.

Ma sul resto del debito si pagano interessi inferiori, quelli promessi al momento dell'emissione.

Il rischio è che su tutto il debito prima o poi si finisca per pagare tassi elevati e che questo comporti maggiori sacrifici in termini di maggiori imposte e minore spesa pubblica. Ma più aumentano i tassi, minore è la probabilità che lo Stato restituisca il debito e maggiore il rischio che i sacrifici non bastino.

Invece più siamo credibili, minori sono i tassi che lo Stato paga e dunque minore è la spesa per interessi.

Dunque non resta che intervenire in modo pesante e subito sui conti pubblici. Chi può farlo? Un esterno al mondo politico, come Monti, a cui non manca la credibilità a Bruxelles.
Lo situazione è la stessa del 1992. Anche allora gli spread erano elevati e la lira era sotto pressione. Finì con la svalutazione e una finanziaria lacrime e sangue da parte del governo Amato che spiegava ai parlamentari che se non avessero approvato i sacrifici il rischio di fallimento erano molti.

Riuscirà tutto ciò a far scendere gli spread? Forse sì. Secondo Goldman Sachs nuove elezioni fanno schizzare gli spread a 500 (oggi in realtà siamo arrivati a 575), con un nuovo governo di destra si scenderebbe a 400-450 e con un governo tecnico scenderemmo a 350 (vedi immagine).

08 novembre 2011

La folle idea di stampare moneta


Lunedì sera nel Tg3 linea notte un giornalista schierato a favore del governo, tale Loquenzi, direttore de L'Occidentale cercava di difendere l'idea di un governo in salute.

Di fronte all'osservazione che gli spread, negli ultimi giorni, miglioravano solo di fronte alla prospettiva di dimissioni di Berlusconi e peggioravano quando Berlusconi si rafforzava, Loquenzi ha spiegato che a suo avviso c'è un complotto contro il governo e il nostro debito pubblico.

La soluzione -ha ragionato Loquenzi- sarebbe stampare moneta, con cui comprare i nostri titoli e abbassare il temuto spread rispetto ai bund tedeschi.

Ma cosa succederebbe se l'Italia emettesse moneta in gran quantità per comprare il proprio debito?

Le condizioni per creare inflazione non ci sono e quindi supponiamo che creare moneta non produca inflazione attraverso un aumento della domanda. Perchè allora non stampare moneta per comprare i BTP?

Se lo facessimo la quantità di moneta creata aumenterebbe e si svaluterebbe rispetto alle altre monete. Ciò avrebbe diversi effetti.

Anzitutto, farebbe fuggire i capitali. Chi dispone di capitali preferirebbe le monete forti, provocando difficoltà nel finanziamento delle imprese, del debito pubblico e riducendo le possibilità di investire nel paese.

Se il problema è finanziare il debito a costi accettabili, con la fuga dei capitali non fa che peggiorare le cose. La svalutazione non fa solo fuggire i capitali. Il debito espresso nella moneta che si svaluta paga interessi più elevati.
Se si affronta un spread elevato creando moneta, si finisce comunque per pagare interessi più elevati. La cura non guarisce il paziente, ma aggrava la malattia perchè introduce un elemento di incertezza, fa crescere l'inaffidabilità del paese e della moneta che si svaluta.

Incertezza che fa male all'economia e costa, contribuisce a far salire i tassi applicati alla moneta che si svaluta.

Infine ci sono gli effetti della svalutazione sull'attività produttiva e l'inflazione. Se è vero che una svalutazione aiuta a esportare, è anche vero che aumenterebbe il valore dei beni importati, con conseguenze negative per i settori produttivi che usano le materie prime e altri beni a cui non possono rinunciare.

La svalutazione poi aumenta l'inflazione importata: se prima di svalutare una moneta -per capirci- un aumento del prezzo del petrolio fa salire i prezzi dell'1%, dopo la svalutazione l'aumento dei prezzi è maggiore.

In conclusione l'idea che l'economia sarebbe beneficiata dalla possibilità di stampare moneta con cui comprare i titoli di stato e ridurre lo spread, è un'idea errata anche nell'ipotesi che stampare moneta non provochi maggiore inflazione.

Serve solo a illudere chi pensa che i problemi della finanza pubblica si possano eludere o risolvere con qualche trucco monetario.

07 novembre 2011

Grillate


La Banca d'Italia dispone di riserve in oro per circa 83 miliardi di euro, al valore del 31.12.2010. Probabilmente molto di più, se si considera che il prezzo dell'oro è nel frattempo salito.

Riserve in buona parte inutile in un sistema di cambi flessibili e ai tempi dell'euro. Sarebbe opportuno venderne una parte per far scendere il debito pubblico.

Il blog di Beppe Grillo propone invece (vedi qui) uno scenario diverso e assolutamente irrealistico. Poichè la Banca d'Italia -sostiene il blog- è proprietà di banche private, queste useranno l'oro per salvarsi.

Ma sanno di cosa parlano?

Se andiamo a cercare i conti di IntesaSanPaolo, per esempio, scopriamo che l'attivo vale a dire la somma di crediti verso i clienti, titoli di vario genere acquistati dalla banca, ammonti a oltre 400 miliardi di euro.

Le riserve ammontano a quasi 40 miliardi. Possono coprire eventuali perdite, anche rilevanti, determinate dall'insolvenza dei creditori o di uno stato, ma sono tutto sommato poca cosa rispetto al totale dell'attivo, 400 miliardi circa.

Se si verificasse una crisi sistemica, con capitali ritirati e perdite per insolvenza, le necessità di una banca come Intesa San Paolo sarebbero molto superiori all'ammontare delle riserve.

Servirebbe l'oro della Banca d'Italia?
Probabilmente no. Intesa San Paolo possiede circa il 40% delle quote, considerando anche le banche controllate. Se anche tutte le riserve in oro venissero vendute e distribuite, la banca incasserebbe 30-40 miliardi di euro che, insieme alle riserve, porterebbero a 70-80 miliardi la somma disponibile per coprire le perdite.

Il 20% dell'attivo, nella migliore delle ipotesi. Troppo poco per salvare una banca dal fallimento, se mai si creassero le condizioni per un fallimento e non fosse possibile fare altro che lasciarla fallire.
Grillo dunque propone una soluzione inutile e impraticabile perché l'oro non è disponibile senza il consenso della BCE e, come ben sappiamo, le banche che possiedono le quote di Bankitalia non contano davvero nulla.

Il govenatore Visco è stato nominato da altri. Le banche, che possiedono le quote di Bankitalia, sono state a guardare.

06 novembre 2011

Novità sull'auto a aria

Zerogas ha commentato il post del luglio 2011 in cui manifestavo alcuni dubbi sul progetto. Le loro osservazioni, che a mio parere non fanno svanire i dubbi, le trovate qui http://econoliberal.blogspot.com/2011/07/lauto-aria-compressa-e-molti-sospetti.html

Non mi pare si fughino i dubbi tecnici espressi da Quattroruote e ripresi da Paolo Attivissimo sulla possibilità che l'auto funzioni davvero, sulle modalità strane di costituzione della società che costruirebbe le auto e su altro.

Di fronte a risposte parziali si può solo chiedere fatti: auto che circolino davvero, acquistate da qualcuno e non solo pubblicizzata e presentata alla stampa (come nel precedente progetto di auto a aria: dopo la presentazione non s'è visto nulla), i dubbi scompariranno e applaudiremo alla geniale trovata.

05 novembre 2011

Globalizzazione: Economia vs Antropologia Economica


Uno degli esami universitari che sto preparando per il primo quadrimestre (in Spagna l'università funziona a quadrimestri come la scuola dell'obbligo, e la commissione dei docenti sceglie le date degli esami: quali e quando vanno dati; lo studente, al contrario di quanto avviene in Italia non se li gestisce da solo), del secondo anno di "Trabajo Social", (tradotto letteralmente sarebbe "Lavoro Sociale", però in realtà non sono sicuro di come si chiami il corrispettivo italiano, qualcuno quest'Estate in Italia m'ha detto sia "Servizio Sociale" ma sinceramente nutro qualche dubbio per alcuni motivi), è quello d'Antropologia Culturale.

Uno dei capitoli del libro ("Antropologìa Cultural", Barbara Miller, Editoriale Pearson), poi è dedicato all'Antropologia Economica, che viene definita: il campo dell'antropologia culturale incentrato sui sistemi economici in modo inter-culturale.
Per contestualizzare la definizione c'è da dire che nei capitoli anteriori si spiega come antropologicamente la cultura sia intesa come: un'insieme di credenze, simboli, idee e comportamenti appresi e condivisi da una società o da un segmento di essa.

Premettendo che l'economia e l'antropologia economica presentino alcuni terreni di studio in comune e che alcuni economisti ed antropologi economici talvolta abbiano collaborato nell'elaborazione di politiche economiche, il libro evidenzia le differenze fra le due discipline:

-L'antropologia economica studia approfonditamente tutti i sistemi economici esistenti ed esistiti in passato, mentre l'economia si concentrerebbe soprattutto sul capitalismo moderno e sulla formulazione di teorie economiche per il futuro.

-Il lavoro dell'antropologo è più legato a dati di carattere qualitativo piuttosto che quantitativo ed al lavoro sul campo piuttosto che all'analisi di dati statistici o censitivi.

-La differenza sostanziale comunque è che l'antropologia economica tenta più di comprendere i concetti propri della popolazione studiata ed il valore che essa stessa gli attribuisce, in relazione al suo modo di guadagnarsi la vita. Cercando d'evitare di analizzare il tutto attraverso canoni occidentali.

E qui poi le parole spese dal testo sulla relazione tra la scienza economica e quella antropologica si esauriscono, per poi essere riprese verso la fine del capitolo quando si parla del fenomeno della globalizzazione.Ed era proprio questo che m'interessava proporre come spunto su questo blog.
Traduco letteralmente dal libro tentando di sintetizzare un po', (grassetti miei):

Gli scienziati sociali discutono energicamente gli effetti della globalizzazione economica sulla povertà e la disuguaglianza. Gli economisti, basandosi su cifre a livello nazionale [....] di solito appoggiano tale fenomeno, soprattutto perché aumenta la crescita economica.
Gli antropologi culturali, che lavorano più con dati di livello locale e più "sul terreno", tendono invece a mettere in evidenza gli effetti negativi dell'espansione del capitalismo in scenari non capitalisti.
Si segnalano tre trasformazioni principali:


- 'Sfratto' ["despojo" è una delle tante parole delle quali non saprei dare una traduzione precisa in italiano], della popolazione locale dalla sua terra, con una crescita sostanziale di persone scacciate e disoccupate. Il capitalismo globale ha espulso milioni di persone dalla loro terra e contribuito all'aumento di poveri nelle città.

-Reclutamento di cacciatori-raccoglitori, orticultori, pastori e contadini in posti di lavoro di basso livello nel settore industriale/informatico. Persone che passano a dipendere da un salario, in contrapposizione alla loro previa autonomia.

-Aumento della produzione dei beni d'esportazione in regioni periferiche del mondo, in risposta al mercato globale, a discapito della produzione d'alimenti per il consumo familiare. Tendenza che può generare maggiori guadagni per la gente, ma anche ridurre la loro capacità di alimentarsi in autonomia. Contribuisce anche alla monocoltura ed alla perdita della biodiversità nelle coltivazioni.

In realtà esistono esempi di alcuni gruppi di cacciatori-raccoglitori ed orticultori immersi nell'economia globale mantenendo le proprie caratteristiche. 'Tuttavia' ["sin embargo" altra espressione che non so rendere precisamente in italiano], è molto più frequente che queste culture vengano distrutte a causa dell'intrusione degli interessi economici occidentali, che perdano le loro conoscenze locali, e che le persone cadano nell'abbattimento, la depressione, la malattia ed il suicidio.


Le pagine successive descrivono alcuni esempi reali di come hanno reagito alla globalizzazione varie culture, (tra gli esempi proposti: i Tiwi in Australia, i Maya del Chiapas, la Mongolia post-sovietica, Sudafrica post-apartheid, operai di una fabbrica dell'Ohio, e tribù indigene dell'Amazzonia) .

Questa era Barbara Miller, antropologa culturale statunitense ed autrice del libro universitario, (del quale io ovviamente possiedo solo la versione in spagnolo), utilizzato come fonte in quest'articolo.

Visto che dice che gli studiosi d'economia invece di solito sostengono la globalizzazione, ho pensato di proporre qui queste argomentazioni di antropologia economica, e sentire l'eventuale contraddittorio degli economisti.

04 novembre 2011

Il capo di stato maggiore e la raccolta punti


Ogni tanto ho la sensazione che l'Italia si stia trasformando giorno dopo giorno in uno di quei paesi del terzo mondo in cui la ricchezza senza limiti di alcuni vive a stretto contatto con la povertà estrema.

Gian Antonio Stella sul Corriere (vedi qui) racconta l'ennesimo spreco: un appalto da 2,3 milioni di euro per pulire 9 alloggi per 4 anni. Più di 250.000 euro ad alloggio, oltre 60.000 euro l'anno in media ad alloggio.

E che alloggi! Quello destinato a un signore che lavora come capo di stato maggiore ha "399 metri quadri di parquet, 143 di marmo, 275 di terrazzo, 48 di pianerottolo interno. Ha inoltre 188 metri quadri di maioliche, 78 di «superfici vetrate», 240 di rivestimento in legno".

C'è da dubitare che questo onesto (si spera) lavoratore pubblico abbia bisogno di tanto spazio e di tanto fasto. E viene anche il sospetto che non riceva uno stipendio da fame. Eppure non può pagare di tasca propria le pulizie, come un normale dirigente d'azienda ben pagato. No, le pulizie e tutto il resto li paga lo Stato.

E' uno Stato molto generoso: "la domestica chiamata a prendersi cura per 44 ore (scarse) la settimana dell'alloggio del comandante dell'Accademia aeronautica costerà in quattro anni 187.599 euro più Iva: 226.994 euro. Vale a dire 56.748 euro l'anno" spiega Stella.

Stato generoso verso pochi privilegiatissimi e poco generoso verso il comune dipendente pubblico. Un circolo didattico di Genova (vedi qui) ha bisogno di 4 stampanti. Costo inferiore ai 160 euro. Ma non ha i soldi. Così a qualcuno è venuta un'idea geniale: la promozione dell'azienda del latte prevede che chi raccoglie oltre 1000 punti riceverà una stampante.

Così il circolo didattico ha chiesto a tutti gli alunni di portare i punti che trovano sulle confezioni di latte. Se le famiglie aderiranno all'iniziativa, arriveranno le stampanti, se no si dovranno arrangiare.

03 novembre 2011

L'esordio di Draghi


Mario Draghi ha cominciato a lavorare alla BCE, che presiede dal 1 novembre.

E la prima decisione, presa all'unanimità dal massimo organo direttivo della BCE, è stato di ridurre il tasso di sconto. Da 1,50% a 1,25%. Trichet invece aveva fatto salire il tasso dall'1% all'1,50% nel corso del 2011.

La borsa ha festeggiato, passando in poche ore da oltre -2% ad un guadagno del 4%, ma non è un buon segno. Vuol dire che l'economia europea non va bene. C'è il rischio di recessione e per questo la BCE si aspetta un calo dell'inflazione. Non serve aumentare i tassi per tenere a bada l'inflazione. Semmai il contrario: occorre stimolare l'economia perché non ci sono rischi di inflazione.

01 novembre 2011

Argentina, l'altra faccia della medaglia

In rete si legge spesso che l'Argentina ha fatto bene a dichiarare default.

Se è vero che il PIL è crollato e la disoccupazione è salita alle stelle, dicono i sostenitori del default, è anche vero che poi l'economia ha ripreso a crescere, complice anche la forte riduzione del debito, grazie al default e al fatto che l'Argentina s'è ripresa la cosiddetta sovranità monetaria, cioè la possibilità di stampare moneta, slegando la moneta argentina dal dollaro.

E' una teoria debolissima che non tiene conto della realtà. La ripresa argentina ad esempio è dipesa dall'andamento di alcuni beni esportati, il cui prezzo è salito alle stelle negli ultimi anni come conseguenza delle speculazioni.

Non è una ripresa dovuta a una maggiore competitività delle imprese nè dipende dai giochini sulle monete di chi segue qualche strana teoria economica. No, dipende da un aumento del prezzo della carne, del grano e di altri beni agro-alimentari che l'Argentina esporta in gran quantità.

L'Argentina ha vinto la lotteria del prezzo di quei beni e i creduloni hanno pensato che avesse azzeccato le mosse giuste in campo monetario.

Ora pare che l'effetto del prezzo in crescita stia svanendo e tornano a galla i vecchi problemi. In Argentina le imprese sono poco competitive e gli imprenditori non amano pagare le imposte. Si ribellano, cercano di comprarsi il potere politico, e preferiscono portare i soldi all'estero.

Ce lo racconta Milano Finanza (vedi qui) secondo il quale la presidente Cristina Kirchner, appena riconfermata, ha deciso che per comprare valuta straniera, anche in piccola quantità, serve un'autorizzazione.

La nuova moneta argentina infatti produce inflazione (30% annuo secondo Milano Finanza, 22% secondo altri) e anche per questo gli argentini portano i capitali all'estero.

Alla presidente Kirchner non resta che cercare di fermare
la fuga dei capitali a colpi di leggi.

Le alchimie monetarie non possono cambiare la realtà economica di un paese. Se non si pagano le imposte o se le imprese non sono competitive, non c'è moneta che tenga. Prima o poi i problemi diventano insostenibili e le illusioni svaniscono.

L'Argentina ha legato la propria moneta al dollaro nel tentativo di attrarre capitali, ma questo non ha cambiato la realtà di un paese economicamente debole dove chi può porta i capitali all'estero per fuggire al fisco e lo stato si indebita costantemente.

Negli ultimi anni l'Argentina s'è ripresa la sovranità monetaria e ha ridotto il debito, ma non per questo ha risolto i problemi. E' tornata l'inflazione che aveva tentato di arginare legando la moneta la dollaro. Con l'inflazione tornano le fughe di capitali. Le riserve si assottigliano perchè la moneta emessa liberamente non è più desiderabile e alla presidente non resta che tentare di evitare per legge il disastro.

Il fondo salva stati



L'idea di Eurobond è semplice: si dovrebbe creare un debito europeo, unendo parte dei debiti pubblici degli stati dell'area euro, quindi si dovrebbe finanziare il debito con l'emissione di titoli, gli eurobonds, gestiti e garantiti dall'UE. L'UE dovrebbe inoltre controllare le politiche economiche dei paesi membri, imponendo correzioni dei conti e politiche fiscali comuni, quando serve.

Con gli eurobond Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna potrebbero raccogliere capitali a tassi ragionevoli e avrebbero la possibilità di sistemare i propri bilanci nel tempo, evitando di deprimere le proprie economie.

Perchè non si emettono eurobond? La ragione principale è che i politici conservatori tedeschi e i francesi non vogliono. Hanno raccontato ai loro concittadini che i paesi meno virtuosi devono risolvere da soli i propri guai e temono di pagare interessi più alti.

Ma i fatti stanno dando loro torto. La Grecia, il Portogallo e l'Irlanda ma anche Spagna e Italia non ce la fanno da soli.

Bisognava trovare il modo di finanziare a costi ragionevoli gli stati e chi ne possiede i titoli del debito pubblico e il modo s'è trovato. Si chiama EFSF: European Financial Stability Facility.
Cos'è? E' una società lussemburghese guidata da un ex ministro delle finanze tedesco e ex alto dirigente del Fondo Monetario Internazionale, Klaus Regling, i cui obiettivi sono finanziare gli stati in difficoltà finanziarie, rifinanziare le istituzioni finanziarie e intervenire sui mercati primari e secondari del debito pubblico.
L'EFSF emette bond con il miglior rating perchè sono garantiti dagli stati. Dovrebbe agire come il Fondo Monetario Internazionale, coprendo le necessità temporanee degli stati, ma i governi hanno deciso che può erogare prestiti trentennali.

Per ora solo Irlanda e Portogallo hanno ricevuto alcuni miliardi di euro dall'EFSF, ma altri paesi si potrebbero aggiungere. Per questo servono maggiori garanzie, ovvero l'impegno dei paesi partecipanti (quelli dell'euro) di garantire i prestiti. La Cina, il Giappone e altri paesi sono interessati a prestare soldi all'EFSF ma vogliono garanzie.
Ora tutto questo cos'è se non un modo complicato per emettere eurobond? L'EFSF emette titoli garantiti da tutti i paesi, compresi quelli che ricevono i soldi. Un'assurdità.

Insomma degli eurobond c'è bisogno. Ma i governi di Francia e Germania non ne vogliono sapere e così hanno messo in piedi uno strumento che emette qualcosa di molto simile agli eurobond. Rinviano il problema, sperando in tempi migliori.