Sapete quanto si spende in pensioni di guerra?
822 milioni l'anno, secondo il bilancio dello Stato in forma ridotta scaricabile dal sito della ragioneria dello stato. Se ogni pensione costasse in media 20.000 euro l'anno, si tratterebbe di oltre 41. 000 pensioni. A quasi 70 anni dalla fine dell'ultima guerra. Incredibile.. o forse c'è altro?
Forse nelle pensioni di guerra ci sono anche spese relative a chi ha perso la vita o è rimasto invalido nelle cosiddette missioni di pace, come ad esempio la disgraziatissima avventura in Somalia dei primi anni '90?
Se è così almeno sarebbe opportuno ricordarsi dell'articolo 11 e non chiamarle pensioni di guerra...
31 ottobre 2013
30 ottobre 2013
Libri: Soldi, Galbraith
Si intitola Soldi, ma si dovrebbe intitolare Storia della moneta.
La Rizzoli ripropone un vecchio (l'edizione americana è del 1975, in Italia è stato pubblicato nel 1997) libro di John Kenneth Galbraith, economista canadese, grande divulgatore ma anche consulente di Kennedy, morto quasi centenario nel 2006.
Decisamente un bel libro. Non è una storia della moneta in stile accademico. Non ci sono grafici e numeri. E' un saggio piuttosto leggero, pieno di considerazioni intelligenti che aiutano a capire i meccanismi di funzionamento della moneta nel corso della storia.
Una lettura utile, da consigliare soprattutto a chi la spara grossa su argomenti come euro e emissione della moneta, a cominciare dai signoraggisti.
La Rizzoli ripropone un vecchio (l'edizione americana è del 1975, in Italia è stato pubblicato nel 1997) libro di John Kenneth Galbraith, economista canadese, grande divulgatore ma anche consulente di Kennedy, morto quasi centenario nel 2006.
Decisamente un bel libro. Non è una storia della moneta in stile accademico. Non ci sono grafici e numeri. E' un saggio piuttosto leggero, pieno di considerazioni intelligenti che aiutano a capire i meccanismi di funzionamento della moneta nel corso della storia.
Una lettura utile, da consigliare soprattutto a chi la spara grossa su argomenti come euro e emissione della moneta, a cominciare dai signoraggisti.
28 ottobre 2013
Teletrasporto
Chiunque abbia visto almeno una puntata di Star Trek sa bene cosa sia il teletrasporto.
Per chi non lo sapesse, Star Trek racconta le avventure di una nave spaziale che incontra pianeti e popoli spesso ostili. Per passare dall'astronave a un pianeta o ad un'altra astronave, i protagonisti della serie usano il teletrasporto. Entrano in una stanza, azionano una macchina, la loro immagine si dissolve e riappaiono altrove.
E' forse l'effetto più famoso di Star Trek. Quello che molti non sanno è che il teletrasporto venne inventato per questioni economiche.
Il progetto di Star Trek non ha entusiasmato la NBC, e, all'inizio, neanche il pubblico americano. Cosi registi e produttori hanno dovuto fare i conti con un budget limitato. Come trasportare i protagonisti dall'astronave Enterprise alla superficie di un pianeta?
Avrebbero potuto costruire un'apposita astronave, ma non avevano i soldi. Aguzzarono l'ingegno e inventarono così il teletrasporto: fantasioso e conveniente.
Per chi non lo sapesse, Star Trek racconta le avventure di una nave spaziale che incontra pianeti e popoli spesso ostili. Per passare dall'astronave a un pianeta o ad un'altra astronave, i protagonisti della serie usano il teletrasporto. Entrano in una stanza, azionano una macchina, la loro immagine si dissolve e riappaiono altrove.
E' forse l'effetto più famoso di Star Trek. Quello che molti non sanno è che il teletrasporto venne inventato per questioni economiche.
Il progetto di Star Trek non ha entusiasmato la NBC, e, all'inizio, neanche il pubblico americano. Cosi registi e produttori hanno dovuto fare i conti con un budget limitato. Come trasportare i protagonisti dall'astronave Enterprise alla superficie di un pianeta?
Avrebbero potuto costruire un'apposita astronave, ma non avevano i soldi. Aguzzarono l'ingegno e inventarono così il teletrasporto: fantasioso e conveniente.
27 ottobre 2013
Grande distribuzione: rivincita degli italiani
Da alcuni mesi in un grande supermercato vicino a casa è iniziata una lenta ristrutturazione.
Dopo 20 anni l'edificio aveva bisogno di qualche restauro, e la proprietà, una catena di distribuzione francese, ne ha approfittato per rinnovare anche arredi, i prodotti, disposizioni delle merci, insomma un pò di tutto. Hanno rifatto a tappe il pavimento e introdotto nuovi servizi come
E' colpa della crisi, che spinge a innovare per cercare di non far diminuire il fatturato, ma c'è altro. Le due catene di distribuzione francesi molto presenti in Italia, Carrefour e Auchan, stanno perdendo terreno, superate dagli italiani.
E' una sorpresa. In testa alla graduatoria della distribuzione in Italia ci sono Coop e Conad, seguite dal gruppo Selex, che unisce diversi marchi come A&O e Famila, e Esselunga. Poi, al quinto e al sesto posto, i francesi di Carrefour e Auchan.
Fino a qualche anno fa i francesi occupavano il terzo e il quarto posto e per molti erano destinati a scalare le classifiche (ricordate le dichiarazioni di Tremonti sugli italiani che avevano venduto i supermercati ai francesi o di Grillo secondo cui la TAV Torino-Lione servirebbe a portare in Italia le merci francesi?). Oggi Carrefour e Auchan hanno perso posizioni e corrono ai ripari.
I grandi supermercati all'interno dei centro commerciali costruiti in periferia attirano di meno il cliente per tre ragioni.
La prima è che i clienti, per spendere meno, preferiscono lasciare a casa l'auto e recarsi al supermercato più piccolo ma più vicino a casa.
La seconda ragione è che risparmiare sulla spesa significa evitare i grandi acquisti una volta a settimana per evitare di comprare troppe cose e in quantità eccessiva. Per evitare gli sprechi è meglio acquistare l'indispensabile più volte a settimana.
La terza ragione è che qualità per molti significa comprare il prodotto locale venduto in piccola quantità da un supermercato non troppo grande, in cui sia possibile instaurare un rapporto con il personale un pò come succedeva un tempo nel negozio sotto casa.
Dunque i supermercati più piccoli e vicini al consumatore stanno attirando clienti e costringono chi, come i francesi, ha puntato sui grandissimi spazi a rivedere le strategie di vendita. Con qualche ritardo, perché la "testa" dei grandi gruppi è altrove. Così gli italiani, più veloci a capire cosa vuole il cliente italiano, prevalgono su chi invece può cambiare strategia ma solo con l'approvazione della casa madre, che si trova al di là delle alpi.
Dopo 20 anni l'edificio aveva bisogno di qualche restauro, e la proprietà, una catena di distribuzione francese, ne ha approfittato per rinnovare anche arredi, i prodotti, disposizioni delle merci, insomma un pò di tutto. Hanno rifatto a tappe il pavimento e introdotto nuovi servizi come
E' colpa della crisi, che spinge a innovare per cercare di non far diminuire il fatturato, ma c'è altro. Le due catene di distribuzione francesi molto presenti in Italia, Carrefour e Auchan, stanno perdendo terreno, superate dagli italiani.
E' una sorpresa. In testa alla graduatoria della distribuzione in Italia ci sono Coop e Conad, seguite dal gruppo Selex, che unisce diversi marchi come A&O e Famila, e Esselunga. Poi, al quinto e al sesto posto, i francesi di Carrefour e Auchan.
Fino a qualche anno fa i francesi occupavano il terzo e il quarto posto e per molti erano destinati a scalare le classifiche (ricordate le dichiarazioni di Tremonti sugli italiani che avevano venduto i supermercati ai francesi o di Grillo secondo cui la TAV Torino-Lione servirebbe a portare in Italia le merci francesi?). Oggi Carrefour e Auchan hanno perso posizioni e corrono ai ripari.
I grandi supermercati all'interno dei centro commerciali costruiti in periferia attirano di meno il cliente per tre ragioni.
La prima è che i clienti, per spendere meno, preferiscono lasciare a casa l'auto e recarsi al supermercato più piccolo ma più vicino a casa.
La seconda ragione è che risparmiare sulla spesa significa evitare i grandi acquisti una volta a settimana per evitare di comprare troppe cose e in quantità eccessiva. Per evitare gli sprechi è meglio acquistare l'indispensabile più volte a settimana.
La terza ragione è che qualità per molti significa comprare il prodotto locale venduto in piccola quantità da un supermercato non troppo grande, in cui sia possibile instaurare un rapporto con il personale un pò come succedeva un tempo nel negozio sotto casa.
Dunque i supermercati più piccoli e vicini al consumatore stanno attirando clienti e costringono chi, come i francesi, ha puntato sui grandissimi spazi a rivedere le strategie di vendita. Con qualche ritardo, perché la "testa" dei grandi gruppi è altrove. Così gli italiani, più veloci a capire cosa vuole il cliente italiano, prevalgono su chi invece può cambiare strategia ma solo con l'approvazione della casa madre, che si trova al di là delle alpi.
26 ottobre 2013
Siro Lombardini
E' morto oggi a 89 anni Siro Lombardini, economista nato a Milano che però ha trascorso a Torino gran parte della sua carriera universitaria.
Non è stato solo un brillantissimo economista di fama internazionale. E' stato anche ministro delle partecipazioni statali, presidente della Banca Popolare di Novara, con l'ingrato compito di risanare l'istituto in difficoltà.
E' stato anche antifascista cattolico, che si ribellava alle ideologie e cercava di mettere in guardia i giovani dai rischi della massificazione.
Personalmente lo ricordo in una serata presso il mio ex liceo. Andai a sentirlo insieme a due compagni di università, c'era poca gente, ci sedemmo nelle prime file. Mi aspettavo un economista famoso che illustrasse teorie di non immediata comprensione.
Invece trovai una persona che univa le ottime conoscenze economiche, la sua cultura cattolica e, in generale, umanistica, molto buon senso, molto senso pratico e molta attenzione al futuro.
Futuro che quella sera era rappresentato da noi, tre studenti di economia incuriositi dal famoso economista, desideroso non solo di rispondere a una nostra domanda, ma anche di stringerci la mano e farci i complimenti.
Non è stato solo un brillantissimo economista di fama internazionale. E' stato anche ministro delle partecipazioni statali, presidente della Banca Popolare di Novara, con l'ingrato compito di risanare l'istituto in difficoltà.
E' stato anche antifascista cattolico, che si ribellava alle ideologie e cercava di mettere in guardia i giovani dai rischi della massificazione.
Personalmente lo ricordo in una serata presso il mio ex liceo. Andai a sentirlo insieme a due compagni di università, c'era poca gente, ci sedemmo nelle prime file. Mi aspettavo un economista famoso che illustrasse teorie di non immediata comprensione.
Invece trovai una persona che univa le ottime conoscenze economiche, la sua cultura cattolica e, in generale, umanistica, molto buon senso, molto senso pratico e molta attenzione al futuro.
Futuro che quella sera era rappresentato da noi, tre studenti di economia incuriositi dal famoso economista, desideroso non solo di rispondere a una nostra domanda, ma anche di stringerci la mano e farci i complimenti.
23 ottobre 2013
Sicurezza e lavoro
Recentemente sto frequentando il corso per datori di lavoro per responsabile per la sicurezza. Faccio presente che la mia "azienda" conta un dipendente (e la donna delle pulizie) e che la stessa dipendente deve frequentare il corso come rappresentante dei lavoratori (cioè di se stessa) per la sicurezza e ho avuto modo di scambiare alcune opinioni in maniera abbastanza vivace con i docenti.
La causa di tutto questo è il monumentale decreto 81/2008 che prevede una serie di obblighi a carico dei datori di lavoro al momento dell'assunzione del primo dipendente. Le critiche mosse da noi discenti erano sostanzialmente di tipo economico: tutti siamo consci che la sicurezza sul lavoro è importante, importantissima e che gli incidenti e le malattie professionali dovrebbero essere zero, ma come si conciliano con i costi connessi alla sicurezza? E soprattutto con la cultura necessaria per la sicurezza e con le tante scelte scomode che la politica per prima dovrebbe fare e che scarica sulle imprese?
Ma andiamo con ordine. Il decreto 81 prevede una serie di adempimenti a carico del datore di lavoro molto onerosi sia dal punto di vista dei costi (o del tempo necessario), sia dal punto di vista sanzionatorio, sia penale che civile. Considerate che in un'azienda perfetta, dove tutti rispettano la sicurezza in maniera impeccabile, in caso di infortunio il responsabile è il datore di lavoro.... sembra assurdo ma è così: si tende ad escludere l'imponderabile, tutto può essere previsto ed evitabile.
Ma fin dove si arriva ragionando così? E chi si assumerà il rischio e i costi connessi in caso di incidenti o malattie professionali?
I problemi sono terribili per le aziende piccole, le quali hanno più o meno gli stessi adempimenti di quelle grandi, con la differenza che in quelle piccole è il titolare (o l'amministratore) a dover fare tutto: fare i corsi, comprare le scarpe antinfortunistica, imporle ai dipendenti, controllare che le mettano e verificare che seguano tutte le prescrizioni. E se c'è un incidente?
Bisogna sperare che non ci sia: in caso di decesso le procure aprono fascicoli d'ufficio per omicidio colposo a carico del datore di lavoro e l'INAIL, se si omette anche un particolare negli adempimenti per la sicurezza, si rivale sull'impresa e in caso di decesso, parliamo anche di milioni di Euro. E questo significa la rovina per tutti, sia per il lavoratore deceduto, sia per l'imprenditore, sia per gli altri dipendenti, perché nella maggior parte dei casi l'impresa chiude!
Il problema sta proprio nel coniugare la sicurezza con l'economicità: come comportarsi se a causa della sicurezza (assoluta) un'attività diventa antieconomica?
Faccio alcuni esempi
Il docente accennava alla pericolosità del trattore in agricoltura e io ho proposto, per eliminare gli incidenti sui posti di lavoro di eliminare i trattori: in questo modo non si avrebbe più alcun caso di ribaltamento e incidenti. In maniera più economica si potrebbe installare un rollbar, che però non eliminerebbe del tutto il rischio in caso di ribaltamento. Poniamo (caso reale) che il nostro dipendente guidatore di trattore sia punto da un'ape e, essendo allergico, muore. Il datore di lavoro sarebbe responsabile perché avrebbe dovuto chiedergli un certificato sulle allergie, dotarlo di un antidoto e non mandarlo in giro da solo (è difficile autoiniettarsi un siero in shock anafilattico...).
E' chiaro, al di la di qualunque considerazione che si rischia, ragionando così, di arrivare all'assurdo: qualunque evento è evitabile in linea di principio, anche le pioggie di meteoriti, ma quale è il prezzo da pagare?
Facciamo un altro esempio.
Se l'ILVA (e tante altre aziende in Italia) inquina e provoca un aumento dei tumori tutt'intorno, allora perché tante remore a chiuderla?
Forse perché impiega 20.000 dipendenti e causerebbe un disastro economico a Taranto?
Però è' pericolosa, quindi va chiusa, esattamente come tutte le attività potenzialmente pericolose! E' possibile produrre acciaio in maniera assolutamente pulita a un prezzo concorrenziale, cioè che l'acciaio prodotto non costi 10 € al Kg? Se la risposta è no, allora non ci sono soluzioni: niente malattie e incidenti e chiusura immediata dell'azienda!
E' molto facile e vigliacco per la politica sanzionare ex post, la politica dovrebbe avere il coraggio e la responsabilità di dire che è impossibile produrre acciaio senza inquinare quindi l'azienda va chiusa subito e i dipendenti farebbero bene a trovarsi immediatamente un altro lavoro! E questo per tutte le aziende inquinanti in Italia, con il solo dettaglio che a quel punto la sicurezza sul lavoro diverrebbe superflua, perché non ci sarebbe più lavoro.
Il futuro sarà molto difficile per le aziende siderurgiche, petrolchimiche, chimiche, manifatturiere, edili, meccaniche! Cioè appartenenti a settori dove escludere del tutto incidenti è molto, ma molto difficile e sicuramente molto costoso.
Il futuro sarà la desertificazione industriale dell'Italia (in atto anche per altri motivi...) e il conseguente spostamento delle aziende inquinanti in altri paesi? Perché sporcare qui? Sporchiamo altrove!
I milioni di posti di lavoro persi in questi ultimi anni (e quelli che perderemo nell'industria prossimamente), non li recupereremo più, perché chi rischierebbe di aprire aziende minimamente pericolose qui in Italia? Voi lo fareste?
22 ottobre 2013
Semafori a LED: quanto si risparmia?
Quanto risparmiano i comuni se sostituiscono le lampadine nei semafori cittadini adottando i LED?
Il progetto dello scorso anno del comune di Milano (vedi qui) suppone un risparmio enorme, superiore al 90%. Analoghe sono le percentuali di risparmio secondo il comune di Capannori (vedi qui) mentre a Bressanone l'ing. Tarolli valuta il risparmio "fino all'80%" (vedi qui), come anche a Trieste (vedi qui).
A Bergamo il risparmio è tra il 70 e l'80%, a Pordenone (vedi qui) il risparmio di energia elettrica è attorno al 60%, a Genova si prevedeva un risparmio di spesa della metà circa (vedi qui), mentre a Torino (vedi ad esempio qui) la sostituzione di tutti i semafori risparmiare tra il 65% e il 75% di energia.
Insomma, il risparmio c'è ed è e vidente ma è a macchia di leopardo. Ogni comune dichiara risparmi, veri o potenziali, diversi.
Il progetto dello scorso anno del comune di Milano (vedi qui) suppone un risparmio enorme, superiore al 90%. Analoghe sono le percentuali di risparmio secondo il comune di Capannori (vedi qui) mentre a Bressanone l'ing. Tarolli valuta il risparmio "fino all'80%" (vedi qui), come anche a Trieste (vedi qui).
A Bergamo il risparmio è tra il 70 e l'80%, a Pordenone (vedi qui) il risparmio di energia elettrica è attorno al 60%, a Genova si prevedeva un risparmio di spesa della metà circa (vedi qui), mentre a Torino (vedi ad esempio qui) la sostituzione di tutti i semafori risparmiare tra il 65% e il 75% di energia.
Insomma, il risparmio c'è ed è e vidente ma è a macchia di leopardo. Ogni comune dichiara risparmi, veri o potenziali, diversi.
21 ottobre 2013
Domande su IMU e TASI
L'IMU sulla prima casa non c'è più ma arriva la TASI, che in aggiunta a un'altra imposta calcolata sulla superficie degli immobili, darà vita alla TRISE.
La TASI avrà come imponibile lo stesso imponibile dell'IMU. L'aliquota di base sarà l'un per mille contro il 4 dell'IMU, aumentabile fino al 2,5 per mille. Niente esenzioni, previste invece nel caso dell'IMU.
I conti dicono che gli introiti derivanti dalla TASI non saranno molto diversi da quelli generati dall'IMU sulla prima casa. Ma come è possibile se l'aliquota è decisamente più bassa?
Dall'IMU erano esentate molte famiglie. I 200 euro di esenzione magari con l'aggiunta dei 50 per ogni figlio erano sufficienti a esentare molte famiglie. Tenuto conto dell'aliquota minima al 4 per mille, ciò significa che le famiglie esenti vivono in immobili che per il fisco valgono non più di 50.000 euro.
Sono dati realistici? A mio avviso no, la vecchia IMU era poco equa perchè il catasto offre valori poco realistici. E in alcuni casi offre situazioni paradossali, come dimostra questo articolo di Repubblica secondo il quale nella città di Genova esistono oltre 6000 case signorili, anche in quartieri popolari, e risultano esserci 62 castelli, secondo il catasto aggiornato oltre 70 anni fa.
Dati che appaiono ancora più assurdi se si considera che gli immobili di lusso nel capoluogo ligure sono oltre il doppio, sempre secondo i dati catastali, di quelli di Milano, nonostate Milano sia una città indubbiamente più popolosa e con un reddito medio più elevato.
La TASI ha forse qualche vantaggio: se in un comune i valori catastali fossero più altri di quelli di un altro comune, ma entrambi hanno bisogno di somme simili, il comune con valori catastali più elevati applicherà aliquote inferiori e i proprietari di immobili si troveranno a pagare somme simili.
Inoltre porrà un problema. Supponiamo che una famiglia possieda un immobile del valore di 100.000 euro (supponiamo 70.000 secondo il catasto) e un'altra un immobile che vale 300.000 euro (210.000 secondo il catasto). Il rapporto tra i due valori è 1 a 3. Con un'aliquota IMU al 4 per mille e 200 euro di detrazione, la prima famiglia paga 80 euro, l'altra 640 euro.
Il rapporto tra i valori degli immobili è 1 a 3 ma il rapporto tra le imposte è 1 a 8.
Con la TASI all'1 per mille, una pagherà 70 euro, l'altra 210. Si ritorna al rapporto 1 a 3.
Ora, considerando solo il rapporto tra le imposte cos'è meglio? l'IMU o la TASI? è meglio che il rapporto tra le imposte sia simile al rapporto tra i valori degli immobili o che una detrazione favorisca chi ha una casa di minore valore?
E sono accettabili i valori irrealistici che hanno esentato molte famiglie dal pagamento dell'IMU?
La TASI avrà come imponibile lo stesso imponibile dell'IMU. L'aliquota di base sarà l'un per mille contro il 4 dell'IMU, aumentabile fino al 2,5 per mille. Niente esenzioni, previste invece nel caso dell'IMU.
Dall'IMU erano esentate molte famiglie. I 200 euro di esenzione magari con l'aggiunta dei 50 per ogni figlio erano sufficienti a esentare molte famiglie. Tenuto conto dell'aliquota minima al 4 per mille, ciò significa che le famiglie esenti vivono in immobili che per il fisco valgono non più di 50.000 euro.
Sono dati realistici? A mio avviso no, la vecchia IMU era poco equa perchè il catasto offre valori poco realistici. E in alcuni casi offre situazioni paradossali, come dimostra questo articolo di Repubblica secondo il quale nella città di Genova esistono oltre 6000 case signorili, anche in quartieri popolari, e risultano esserci 62 castelli, secondo il catasto aggiornato oltre 70 anni fa.
Dati che appaiono ancora più assurdi se si considera che gli immobili di lusso nel capoluogo ligure sono oltre il doppio, sempre secondo i dati catastali, di quelli di Milano, nonostate Milano sia una città indubbiamente più popolosa e con un reddito medio più elevato.
La TASI ha forse qualche vantaggio: se in un comune i valori catastali fossero più altri di quelli di un altro comune, ma entrambi hanno bisogno di somme simili, il comune con valori catastali più elevati applicherà aliquote inferiori e i proprietari di immobili si troveranno a pagare somme simili.
Inoltre porrà un problema. Supponiamo che una famiglia possieda un immobile del valore di 100.000 euro (supponiamo 70.000 secondo il catasto) e un'altra un immobile che vale 300.000 euro (210.000 secondo il catasto). Il rapporto tra i due valori è 1 a 3. Con un'aliquota IMU al 4 per mille e 200 euro di detrazione, la prima famiglia paga 80 euro, l'altra 640 euro.
Il rapporto tra i valori degli immobili è 1 a 3 ma il rapporto tra le imposte è 1 a 8.
Con la TASI all'1 per mille, una pagherà 70 euro, l'altra 210. Si ritorna al rapporto 1 a 3.
Ora, considerando solo il rapporto tra le imposte cos'è meglio? l'IMU o la TASI? è meglio che il rapporto tra le imposte sia simile al rapporto tra i valori degli immobili o che una detrazione favorisca chi ha una casa di minore valore?
E sono accettabili i valori irrealistici che hanno esentato molte famiglie dal pagamento dell'IMU?
19 ottobre 2013
Stabilità
Si può fare una legge di stabilità che sia generosa verso i consumatori, le imprese e lo stato rispettando il vincolo di bilancio imposto dai patti europei e dalla necessità di non far salire i tassi di interesse?
Certo che no. Si spiegano così i tanti mal di pancia di fronte al progetto del governo, al punto da portare Mario Monti a dimettersi da Scelta Civica e Stefano Fassina a minacciare, per ora, di lasciare il governo.
Monti (e insieme a lui Fassina) avrebbero voluto mantenere l'IMU sulla prima casa, che invece il Pdl ha preteso prima di eliminare e poi di trasformare in una service tax finalmente federalista. Uno dei tanti contrasti tra forze politiche che offrono valori e politiche differenti.
Impossibile accontentarli tutti, e quindi s'è scelto il compromesso: un pò di soldi ai lavoratori, un pò di detrazioni in meno, un pò di imposta sulla casa, un pò di federalismo e così via.
Tutti un pò contenti e tutti delusi, con qualcuno che se ne va perché le sue proposte non sono state prese in considerazione.
Leggendo le proposte (vedi qui) mi pare che un indubbio merito la legge di stabilità ce l'abbia: si punta a non creare ulteriori squilibri, a non creare shock.
Due anni fa Mario Monti introdusse nella sua legge di stabilità molte novità, a cominiciare dall'IMU. L'austerità ha messo al tappeto l'economia, facendo crollare PIL, consumi e occupazione e creando un'Italia più insicura e instabile.
Per far crescere l'Italia servirebbero provvedimenti nella direzione opposta: meno imposte, più investimenti. Non è possibile, ma almeno si possono evitare altri shock all'economia, con una manovra che cerchi di distribuire i sacrifici.
E' questo l'aspetto positivo della legge di stabilità: sembra ispirata al nome della legge, promette stabilità per i cittadini che devono fare i conti con una pressione fiscale elevata e temono di dover fare i conti con nuove imposte, cerca di far intravedere agli italiani un futuro non roseo ma più tranquillo, che permetta a molti di incominciare a spendere qualche soldo in più, senza il timore di novità clamorose che spingono i consumatori a risparmiare di più e spendere di meno.
Certo che no. Si spiegano così i tanti mal di pancia di fronte al progetto del governo, al punto da portare Mario Monti a dimettersi da Scelta Civica e Stefano Fassina a minacciare, per ora, di lasciare il governo.
Monti (e insieme a lui Fassina) avrebbero voluto mantenere l'IMU sulla prima casa, che invece il Pdl ha preteso prima di eliminare e poi di trasformare in una service tax finalmente federalista. Uno dei tanti contrasti tra forze politiche che offrono valori e politiche differenti.
Impossibile accontentarli tutti, e quindi s'è scelto il compromesso: un pò di soldi ai lavoratori, un pò di detrazioni in meno, un pò di imposta sulla casa, un pò di federalismo e così via.
Tutti un pò contenti e tutti delusi, con qualcuno che se ne va perché le sue proposte non sono state prese in considerazione.
Leggendo le proposte (vedi qui) mi pare che un indubbio merito la legge di stabilità ce l'abbia: si punta a non creare ulteriori squilibri, a non creare shock.
Due anni fa Mario Monti introdusse nella sua legge di stabilità molte novità, a cominiciare dall'IMU. L'austerità ha messo al tappeto l'economia, facendo crollare PIL, consumi e occupazione e creando un'Italia più insicura e instabile.
Per far crescere l'Italia servirebbero provvedimenti nella direzione opposta: meno imposte, più investimenti. Non è possibile, ma almeno si possono evitare altri shock all'economia, con una manovra che cerchi di distribuire i sacrifici.
E' questo l'aspetto positivo della legge di stabilità: sembra ispirata al nome della legge, promette stabilità per i cittadini che devono fare i conti con una pressione fiscale elevata e temono di dover fare i conti con nuove imposte, cerca di far intravedere agli italiani un futuro non roseo ma più tranquillo, che permetta a molti di incominciare a spendere qualche soldo in più, senza il timore di novità clamorose che spingono i consumatori a risparmiare di più e spendere di meno.
17 ottobre 2013
Moratti
Nei giorni scorsi si è conclusa la lunghissima trattativa tra Massimo Moratti e Erik Thohir per la compravendita dell'Inter. 250 milioni sono passati dall'imprenditore indonesiano a Moratti, che ha ceduto il 70% della società calcistica.
Si chiude così una storia durata 18 anni nei quali Moratti ha ottenuto risultati economici disastrosi: oltre un miliardo di euro spesi per coprire le perdite della squadra, a cui ha regalato molti giocatori costosi e pagati profumatamente.
I 250 milioni che incassa dalla vendita della maggioranza dell'Inter servono in gran parte a ripagare le banche, verso le quali Moratti si era indebitato personalmente, riducendo i debiti dell'Inter. Una cinquantina di milioni resteranno invece nelle tasche del quasi ex presidente, che ha pagato carissimo il sogno di imitare i successi calcistici del padre, proprietario dell'Inter negli anni '70.
E come il padre, Moratti non ha badato a spese, comprando molti giocatori e soprattutto offrendo loro contratti generosissimi. I conti dell'Inter hanno così presentato grandi perdite che Moratti ha coperto di tasca propria.
Almeno finchè ha potuto, ovvero fino a quando la Saras, l'impresa di famiglia che raffina petrolio, ha distribuito utili. Poi Moratti ha cercato di rimettere in sesto i disastrati conti della società, riuscendovi solo in parte perchè la rinuncia a giocatori importanti ha provocato il peggioramento dei risultati calcistici e, con essi, un calo preoccupante delle entrate.
Basti pensare che in tre anni l'Inter è passata dalla vittoria della Champions League, che significa decine di milioni di entrate tra premi, diritti tv e introiti dello stadio, alla mancata qualificazione in Europa League e quindi un desolante zero alla voce entrate da competizioni internazionali.
E ora? Thohir e i suoi soci indonesiani non sembrano intenzionati a spendere soldi che non recupereranno. Anzi l'imprenditore dei media indonesiani ha ceduto una quota che possedeva in una squadra di basket americana per finanziare l'operazione di acquisto dell'Inter.
E' quindi probabile che l'Inter per la prima volta in due decenni sarà costretta a camminare con le sue gambe, spendendo soltanto i soldi generati da biglietti, diritti tv, sponsor ecc.
Cercheranno di vendere il prodotto Inter in patria, organizzeranno tournè, cercheranno sponsor internazionali, offriranno a marchi indonesiani la possibilità di farsi conoscere in Europa. Ma sarà sufficiente tutto ciò a far ripetere all'Inter i risultati del passato? O Thohir e soci stanno solo cercando un modo di far soldi magari rivendendo in futuro una società risanata?
Di sicuro, oggi, c'è solo che il modello Moratti, fatto di spese folli coperte dal padrone del vapore, ha perso. E non solo nel calcio. La Saras raffinando petrolio ormai non genera più utili dal 2008 e altri petrolieri, i Garrone proprietari della ERG e di un'altra squadra di calcio, la Sampdoria, hanno ormai ceduto le loro attività di raffinazione, per concentrarsi su altri business più interessanti e remunerativi.
Si chiude così una storia durata 18 anni nei quali Moratti ha ottenuto risultati economici disastrosi: oltre un miliardo di euro spesi per coprire le perdite della squadra, a cui ha regalato molti giocatori costosi e pagati profumatamente.
I 250 milioni che incassa dalla vendita della maggioranza dell'Inter servono in gran parte a ripagare le banche, verso le quali Moratti si era indebitato personalmente, riducendo i debiti dell'Inter. Una cinquantina di milioni resteranno invece nelle tasche del quasi ex presidente, che ha pagato carissimo il sogno di imitare i successi calcistici del padre, proprietario dell'Inter negli anni '70.
E come il padre, Moratti non ha badato a spese, comprando molti giocatori e soprattutto offrendo loro contratti generosissimi. I conti dell'Inter hanno così presentato grandi perdite che Moratti ha coperto di tasca propria.
Almeno finchè ha potuto, ovvero fino a quando la Saras, l'impresa di famiglia che raffina petrolio, ha distribuito utili. Poi Moratti ha cercato di rimettere in sesto i disastrati conti della società, riuscendovi solo in parte perchè la rinuncia a giocatori importanti ha provocato il peggioramento dei risultati calcistici e, con essi, un calo preoccupante delle entrate.
Basti pensare che in tre anni l'Inter è passata dalla vittoria della Champions League, che significa decine di milioni di entrate tra premi, diritti tv e introiti dello stadio, alla mancata qualificazione in Europa League e quindi un desolante zero alla voce entrate da competizioni internazionali.
E ora? Thohir e i suoi soci indonesiani non sembrano intenzionati a spendere soldi che non recupereranno. Anzi l'imprenditore dei media indonesiani ha ceduto una quota che possedeva in una squadra di basket americana per finanziare l'operazione di acquisto dell'Inter.
E' quindi probabile che l'Inter per la prima volta in due decenni sarà costretta a camminare con le sue gambe, spendendo soltanto i soldi generati da biglietti, diritti tv, sponsor ecc.
Cercheranno di vendere il prodotto Inter in patria, organizzeranno tournè, cercheranno sponsor internazionali, offriranno a marchi indonesiani la possibilità di farsi conoscere in Europa. Ma sarà sufficiente tutto ciò a far ripetere all'Inter i risultati del passato? O Thohir e soci stanno solo cercando un modo di far soldi magari rivendendo in futuro una società risanata?
Di sicuro, oggi, c'è solo che il modello Moratti, fatto di spese folli coperte dal padrone del vapore, ha perso. E non solo nel calcio. La Saras raffinando petrolio ormai non genera più utili dal 2008 e altri petrolieri, i Garrone proprietari della ERG e di un'altra squadra di calcio, la Sampdoria, hanno ormai ceduto le loro attività di raffinazione, per concentrarsi su altri business più interessanti e remunerativi.
Iscriviti a:
Post (Atom)