31 marzo 2012

Ci libereremo mai dei vizi nazionali?

Qualche settimana fa nei commenti a un post si parlava di vizi nazionali. Gli italiani ne hanno molti e qualcuno pensa che sia difficile sradicarli.


Resteremo dunque un popolo di furbastri, un pò anarchici e pasticcioni?

Forse no. Come ha scritto Giulio Sapelli in Diario Americano (Bollati Boringhieri, pag. 113-5) è solo una questione di abitudine:

"D'estate e nelle stagioni di mezzo si formano lunghe file dinanzi all'ingresso ela gente attende paziente, chiacchierando e ridendo di gusto. Questo è il cotè fanstatico degli americani del Nord: sono straordinariamente controllati dalle norme sociali e sentono una profonda obbligazione nei confronti delle medesime. Si fa la coda e la si fa ordinatamente, perchè si comprende che in tal modo i disagi per tutti diminuiscono e tutti più celermente potranno usufruire del bene che sono venuti a godere."

"Una simile obbligazione sociale mi colpì anni or sono a Melbourne...Essa è un'insieme di tre nazionalità: quella anglosassone di storico insediamento, che rappresenta un decimo degli abitanti; quella greca che ne rappresenta la metà dei nove decimi restanti e che conta all'incirca gli stessi abitanti dell'altra nazionalità...l'italiana.

Ebbene per le strade e le sterminate spiagge di Melbourne non si trova un pezzetto di carta, una sigaretta, un rifiuto e tutti fanno ordinatamente la coda in ogni dove e con una disciplina ammirabile.

Qualità dell'ordine sociale che sicuramente immediatamente perdono allorquando pongono piede sul suolo di origine delle loro nazioni primigenie, come può testimoniare chiunque conosca la Grecia o il mezzogiorno d'Italia d'estate e abbia visto come si comportano gli immigrati tornati nei paesi d'origine per le vacanze. Mezzo milione di inglesi tengono a bada, culturalmente, sul piano delle regole della convivenza, un numero sproporzionato di cittadini..."

29 marzo 2012

Che Guevara, dove lo mettiamo?

I signoraggisti ricordano le vittime del signoraggio: Abramo Lincoln, John F.Kennedy e Duisemberg per restare tra i personaggi famosi.

Prove, nessuna. Indizi, pochi. Fonti, qualche periodico religioso.

C'è un altro personaggio storico famoso legato al mondo delle banche centrali e morto in modo un pò misterioso: Che Guevara.

Nella rivoluzione cubana gli vennero affidati diversi compiti. Uno di questi è stato quello di presidente della Banca Centrale Cubana. Eppure è morto in circostanze mai del tutto chiarite in uno sperduto villaggio boliviano.

Un banchiere centrale che muore, secondo la tradizione signoraggista non può che essere vittima del signoraggio. Ma stranamente i signoraggisti non ne parlano. Forse perchè ha contribuito alla costruzione del socialismo cubano, che forse ai neofascisti ovvero ai signoraggisti (le due categorie si sovrappongono) non sta simpatico?

27 marzo 2012

Incomprensioni sulle modifiche costituzionali tra le due sponde dell'Atlantico


Recentemente è stato approvato il nuovo Trattato a 25 (Gran Bretagna e Repubblica Ceca si sono, per motivi simili, ma a se stanti, rifiutate di sottoscriverlo) denominato "fiscal compact".
Molti hanno avuto modo di parlarne, ed alcuni, anche di straparlarne. Il testo, per comodità, è accessibile qui.
Avevo già affrontato questo tema, e devo dire che non è cambiata di molto la situazione. I soliti complottisti hanno cominciato ad urlare al lupo al lupo, credendo che una norma espressa in un consesso libero e con più contributi (europarlamento, Consiglio e Commissione), potesse in realtà celare chissà quale golpe.
Devo dire che alcuni contributi, un po' "innocenti" son stati male interpretati, tipo quello del Senatore Morando, che avrebbe detto addirittura un abracadabra stile "completa cessione di sovranità agli Stati uniti d'Europa", nel momento delle indicazioni di voto in commissione. Badate, quest'ultimo link fa riferimento ad una pagina che, per gli elementi che butta nella mischia a casaccio, ho definito bellamente "viziata" anche con i redattori... Le parole sono importanti, per cui i riferimenti velati al fatto che questa proposta di revisione costituzionale abbia più dei due terzi (mi pare il 79% dei consensi ed il 21 restante più per motivi giuridici tecnici di redazione che non per una vera opposizione... premetto che anche a me fa un po' ribrezzo il modo con cui la formulazione è stata proposta), non deve far cadere nell'inganno di qualche cospirazione. Semplicemente, quando si fanno revisioni costituzionali per aggiustamenti "tecnici", come lo sono le materie inerenti la formazione materiale del bilancio, non c'è da stupirsi su queste percentuali di adesione. La parte dell'articolo 138 che evita referendum qualora ci siano i 2/3 dei voti in parlamento, serve per evitare che maggioranze sporadiche possano, in momenti di euforia, modificare da soli la Costituzione, ovvero è un lascito che i costituenti ci han lasciato per evitare che si potesse ripetere il fascismo, famoso per aver avviato la produzione di leggi con forza pari allo statuto albertino (più per debolezza di quest'ultimo), da cui l'appunto che fecero in Assemblea Costituente.

Detto questo, bisognerà aspettare la versione definitiva, ma intanto possiamo affidarci a chi ha scorporato su la proposta e l'ha messa a confronto con il testo vigente, che potete trovare qui.

I dubbi che avevo già manifestato, permangono. Rilevante, per chi ci fa caso, è che il lascito di Einaudi (l'ultimo comma dell'attuale articolo 81), diventi il primo della nuova formulazione, subito dopo due commi nuovi di zecca e, senza mezzi termini, ridondanti.
La parte che han fatto bene, ma su cui hanno evidentemente puntato poco è alla fine della proposta del nuovo articolo 81, dove dice "il contenuto della legge di bilancio... sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta... nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale". Lì si poteva fare di più. Prima che pensare a toccare con l'introduzione di termini che poco si addicono a testi costituzionali (ciclo economico, scusate, in un paper di economia è perfetto, ma lì è pietoso...). Manca, inoltre, un qualsivoglia riferimento all'impossibilità a giocare a fare da scaricabarile tra deputati e Governo, come avviene oggi in Francia, in cui solo gli esecutivi sono responsabili in via diretta dei conti, in quanto nella loro Costituzione è previsto che "Le proposte e gli emendamenti formulati dai membri delle Camere non possono essere presi in considerazione, allorquando la loro adozione abbia, per conseguenza, una diminuzione delle entrate pubbliche, ovvero la creazione o l’aggravio di un onere pubblico", appunto che venne fatto, mi pare da De Gaulle, per rinforzare l'esecutivo e per evitare che i governi partissero con un bilancio e se ne trovassero, senza ben capire come (i membri dei partiti di governo non erano esenti da comportamenti collusivi... tutto lì) un altro.

Quello che più ha destato stupore, mentre esorcizzavo la solita quantità di complottisti quotidiani, è stato l'intervento dei 5 premi Nobel di cui si è parlato anche qui.
Per poter affrontare la questione sono essenziali alcune condizioni:

1) avere sottomano il documento presentato negli USA, per la revisione della LORO Costituzione. Va detto che, a mio parere, gli strali di questi signori sono un po' ipocondriaci, in quanto è da parecchio che non si fa una revisione della Costituzione, e sinceramente ha saputo, in oltre 225 anni di vita, gestire crisi anche peggiori di quest'ultima (se volete poi informazioni sulla strada titanicamente in salita di quella proposta, sono a disposizione).

2) non fare di tutte le erbe un fascio, in quanto le modifiche costituzionali, di cui si parla per gli USA, non è detto che siano le stesse (o che arrivino identiche alla fine dell'iter legislativo) anche in Europa.

3) aver letto il Fiscal Compact, non sono molti articoli, sono TUTTI di carattere tecnico, per cui così noiosi (ai più) da non suscitare stimolo alla lettura... neppure nei complottisti, che difatti, puntualmente cadono sui contenuti.

4) e qui sono all'aspetto più complesso: negli articoli che sono usciti, i cinque vate dell'economia hanno parlato di contrarietà al vincolo del pareggio in bilancio, ma hanno auspicato una riduzione del deficit pubblico...

Ora, i casi sono due: o i giornalisti hanno tradotto male i termini (cosa possibile), oppure non ci stiamo capendo, noi e i premi Nobel, sui contenuti delle proposte di legge.

Nel primo caso, l'esito è molto semplice: il deficit pubblico è quanto le entrate sono inferiori rispetto alle spese, ovvero si spende di più di quanto si incassa. In tal caso, per risanare, riduci la spesa. Perché, chiedere che gli stati, principalmente (son contemplate eccezioni), chiudano almeno in pareggio, è diverso? Anzi, a me pare peggio porre la cosa con "tagliamo la spesa", tagliamo rispetto a cosa? se confrontato ad una norma che imponga un principio basilare del tipo "Tutte le entrate e le spese del Bund devono risultare dal bilancio preventivo" (tratto dalla Costituzione tedesca). In questo secondo caso ho sempre davanti il raffronto, anche come modus operandi suggerito dal legislatore costituzionale.

Nel secondo caso, questi strali sono un messaggio politico, indirizzato esclusivamente ai policy maker USA, in chiave di preventivo ammonimento, in quanto c'è (o meno) un rischio di proposta del tipo "le entrate e le uscite devono essere SEMPRE o in pareggio o in attivo", non contemplando eccezioni, cosa delirante per un qualsiasi docente di economia che non abbia studiato con i vari Tommasi&Friends.
A questo punto, se dovesse essere questa l'interpretazione delle parole dei magnifici 5, appare lapalissiano che nulla di quanto abbiano detto sia applicabile da noi. Basta prendere in mano quel testo noioso e tecnico del fiscal compact, in particolare, all'articolo 3, comma 2 e comma 3 lettera b). Nel caso, si potrebbe scrivere ai Nobel, che si sa, rispondono con più frequenza di certi docenti italiani :D

26 marzo 2012

Argentina: i dati sono falsi

L'Argentina s'è ripresa la sovranità monetaria, spiega chi pensa che la sovranità monetaria sia la panacea di tutti i mali. Ma con quali conseguenze?

Un mese fa l'Economist, che pubblica le statistiche economiche di tutto il mondo, ha spiegato ai lettori che non pubblicherà più i dati ufficiali sull'inflazione argentina. L'istituto di statistica, controllato dal partito di governo, fornisce dati palesemente falsi. L'inflazione vera è stimata tra il 20 e il 30% ma l'ente statale dichiara un tasso di inflazione molto più basso, tra il 5 e il 10%.

Come capire che il dato ufficiale è falso? Semplice: basta analizzare i dati e si scoprono evidenti incongruenze. Ad esempio i salari crescono del 25%.

Se l'inflazione è pari al 10% e i salari salgono del 25%, vuol dire che i dati sull'inflazione sono falsi oppure che l'economia cresce a ritmi incredibili (10-15% almeno). Se accadesse, però, lo Stato non avrebbe alcun problema di bilancio, i conti pubblici sarebbero a posto e gli investitori stranieri farebbero la coda per impiegare i loro capitali nell'economia argentina.

Invece i conti dello Stato non sono in equilibrio. Lo Stato emette titoli di stato, ma poichè nessuno si fida a sottoscriverli, visto che in passato l'Argentina ha dichiarato default, lo Stato costringe la Banca Centrale a comprare i titoli. La quantità di moneta aumenta del 25-30% l'anno. Inoltre i capitali fuggono dall'Argentina, nonostante il governo limiti per legge la possibilità di esportare capitali (come aveva scritto qui Milano & Finanza).

Dunque i dati sono falsi. Non solo quelli sull'inflazione, ma anche quelli sulla crescita: se l'inflazione è maggiore di quanto dichiarato, la crescita del PIL non può che essere inferiore di quel che appare.

L'Argentina cresce meno di quanto sembra, l'inflazione è più alta, i capitali fuggono e nessuno compra i titoli di stato argentini.

Questa è l'Argentina, il paese di sempre: poca crescita (e quella poca dipende dall'andamento dei prezzi internazionali di carne e cereali), capitali che fuggono e deficit pubblici coperti stampando moneta, ovvero creando inflazione, oppure emettendo titoli e poi dichiarando bancarotta, il tutto condito con dati falsi e illusioni collettive.

La sovranità monetaria ha forse risolto qualcosa? No, ha solo alimentato l'ennesima illusione. L'illusione di un paese in crescita, che prima o poi, invece dovrà fare i conti con i suoi squilibri economici.




25 marzo 2012

Cosa resterà della riforma del lavoro?

Leggendo qualche articolo sulla proposta di riforma del lavoro presentata dal governo, con la clausola "salvo intese" che, secondo Mario Monti, significa che la proposta può essere modificata su richiesta del Presidente della Repubblica (cui spetta il dovere costituzionale di firmare le proposte di legge governative), mi domando: cosa resterà della proposta della Fornero?

Già, perché la proposta di riforma suscita molti dubbi. Dubbi dei partiti, in particolare il PD, che criticano i contenuti, così come i lavoratori, che bocciano il governo, la cui popolarità non è mai stata così bassa. Dubbi sulla costituzionalità della legge, sollevati dal solo costituzionalista del governo, il ministro della Salute Balduzzi. Dubbi degli imprenditori che si troveranno a fare i conti con l'aumento del costo del lavoro, misura necessaria per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali e disincentivare il ricorso al lavoro precario.

L'idea della Fornero è semplice: si vuole disincentivare il ricorso al lavoro precario, ai finti stage che servono solo a pagare di meno i lavoratori e in cambio si offre una maggiore flessibilità in uscita, poiché si ritiene che sia un errore mantenere in vita aziende decotte e sia preferibile, invece, rendere più dinamico il mercato del lavoro e, in generale, la vita delle imprese.

Una logica di stampo liberista che non va bocciata a priori, ma che suscita molti dubbi. Se da un lato è positivo che si disincentivi il lavoro precario, dall'altro si rende più precario il lavoro, consentendo alle imprese di licenziare un lavoratore per ragioni economiche, con la certezza che non sarà mai reintegrato e che al massimo l'impresa si troverà a pagare una somma stabilita dal giudice.

Gli effetti di questa novità, contestata dai lavoratori (oltre a quelli ricordati da William qui) saranno sia positivi che negativi.

Da un lato si disincentivano tutti quei comportamenti poco onesti da parte del lavoratore difficili da sanzionare e si riduce la microconflittualità. Dall'altro si rende più precario tutto il lavoro, se un'impresa può licenziare senza reintegro anche in caso di motivazioni dichiarate illegittime.

Tale norma è potenzialmente disastrosa, perché l'incertezza può indurre i lavoratori a spendere di meno, (e un'ulteriore diminuzione dei consumi è l'ultima cosa che serve in questo momento) e i licenziamenti potrebbero creare un massa di disoccupati troppo vecchi per trovare un altro lavoro e troppo giovani per andare in pensione.

Un boomerang per lo stato, che si troverebbe costretto a intervenire per sostenere il reddito dei disoccupati e ad affrontare conti pubblici peggiori, per effetto dei minori consumi causati dalla maggiore incertezza.

E' giusto chiedersi allora, cosa resterà della proposta della Fornero, minacciata dal rischio di incostituzionalità e dall'opposizione di molti, preoccupati dalle conseguenze della legge.

Elsa Fornero e Mario Monti paiono non preoccuparsi. La ministra del Lavoro è persona fin troppo risoluta e convinta di aver ragione, e difficilmente lascerà perdere. E neppure Monti lascerà perdere, convinto che si devono applicare all'Italia le regole che si presume siano invocate dai mercati finanziari.

Dunque il governo non si muoverà dalle posizioni assunte finora, salvo correzioni volute dal Presidente Napolitano, che svolgerà il ruolo di mediatore, e il provvedimento sarà considerato dal Parlamento, che si assumerà il compito di decidere davvero, modificando (prima o poi) le regole più indigeste.

24 marzo 2012

Spread, a chi tocca questa volta?

Per qualche mese la parola più diffusa in Italia è stato spread, vale a dire la differenza tra il rendimento dei BTP a dieci anni italiani e gli equivalenti bund tedeschi.

In autunno il governo Berlusconi è crollato perché incapace di contenere l'aumento dello spread. La fiducia nell'Italia diminuiva e lo spread, salendo, trascinava verso l'alto i tassi di interesse pagati dallo Stato sui titoli di stato, mentre il prezzo dei titoli di stato diminuiva, spaventando chi li possedeva.

Con Monti lo spread è sceso e, da qualche settimana, è stato sorpassato dallo spread tra i titoli spagnoli, i bonos, e quelli tedeschi. Mentre lo spread italiano è risalito a quota 318, complice tra l'altro la ripresa dell'interesse verso i bund tedeschi, lo spread spagnolo è salito a quota 360, circa 40 punti in più.

La Spagna preoccupa perché l'economia è debole, come in Italia, ma a differenza dell'Italia il deficit è elevato e il governo non vuole ridurre il deficit al ritmo previsto, ben sapendo che ciò significherebbe peggiorare la situazione economica.


Nel vicino Portogallo le misure prese contro la crisi del debito pubblico sono quelle previste, ma invece di migliorare, i conti pubblici peggiorano, travolti dalla recessione, e peggiorano gli spread.  Ormai i titoli portoghesi rendono oltre il 15% all'anno.

Ben Bernanke e Tim Geithner, ministro del Tesoro americano, hanno criticato le scelte europee che, puntando tutto sulla riduzione dei deficit, stanno sacrificando la crescita.

Gli spagnoli vanno controcorrente, cercando di non aggravare la situazione dell'economia alla ricerca del pareggio di bilancio, ma i mercati li puniscono. L'obiettivo di sostenere l'economia con minori aumenti di imposte e minori tagli alla spesa, rischia di essere vanificato dai tassi di interesse che salgono giorno dopo giorno.

Travolgendo la Spagna e non solo, perché in un'Europa disomogenea, dove alcuni paesi sono virtuosi e altri meno, la speculazione prende di mira il paese debole, con un'economia in difficoltà, elevata disoccupazione e un deficit troppo alto.


21 marzo 2012

La riforma del mercato del lavoro


Da cosa si giudica un mercato del lavoro?

A mio parere, pur non essendo un esperto del settore, si giudica dai seguenti punti:

1. Se crea lavoro, ossia, quantitativamente, dal numero di disoccupati
2. Se i lavoratori sono tutelati
3. Se i lavoratori che perdono il lavoro riescono a ritrovarlo con facilità

Ora, questa riforma io non la comprendo proprio.

Non la comprendo perché non soddisfa nessuno e non capisco quali saranno gli effetti benefici nel lungo periodo.

Innanzitutto non capisco perché eliminare di fatto il limite dei 15 dipendenti. Quando nel 1970 fu redatto lo statuto dei lavoratori (Legge 300/1970) i legislatori, decisamente più garantisti del governo attuale, prevederono un limite all'applicazione dell'art. 18 nel numero di 15 dipendenti.

Perché questo? Perché giustamente considerarono che in un'azienda piccola, magari con 1 o 2 dipendenti potevano diventare MOLTO importanti i rapporti personali e servivano regole diverse che nelle imprese con 1000 dipendenti.
Detto in altre parole, se ho un dipendente che a un certo punto diventa antipatico e arrogante, lo devo poter mandare via senza troppe storie, perché ci lavoro giornalmente gomito a gomito e quindi la convivenza sarebbe impossibile.

Se pensarono così nel 1970, con il carico di garanzie di allora, perché pensare che oggi sarebbe diverso?

E come può un'impresa piccola sobbarcarsi un maggior costo del lavoro dovuto al finanziamento degli ammortizzatori sociali?

E come può un'impresa permettersi di pagare un indennizzo per un licenziamento per motivi disciplinari da 15 a 27 mensilità?

Certo, per un'impresa come la Fiat che può permettersi di tenere a casa dipendenti pagandoli lo stesso, sarà una vittoria: gli paga l'indennizzo e li caccia. Ma per un'impresa di 3 o 4 dipendenti è un disastro!
Pensate che per in caso di licenziamento per motivi economici (mi cala il lavoro), se il dipendente mi fa una vertenza sindacale e vince, io devo pagargli l'indennizzo! E come faccio se mi è calato il lavoro?
Allora chiudo! E qui c'è ancora un altro nodo oscuro: se chiudo come faccio a pagare l'indennizzo magari per 3 anni ai dipendenti finché non trovano lavoro?

Pensate se sono una ditta individuale con un paio di dipendenti e voglio chiudere perché non ho più lavoro, che faccio? Vendo casa per pagargli la disoccupazione?

Ricordiamoci che qui in Italia le aziende non nascono grandi, ma ci diventano. Ma se gli impediamo nella culla di crescere finiremo con l'avere poche aziende grandi e moltissimi lavoratori autonomi.

Infine non si è considerato l'impatto del lavoro nero. Già oggi abbiamo numeri impressionanti di lavoratori in mobilità o in cassa integrazione che lavorano in nero e prendono il sussidio. Immaginate poi se un lavoratore a cui un'impresa paga l'indennizzo viene beccato dal vecchio datore di lavoro a lavorare da un'altra parte. Si finirà con una serie di cause infinite e costi legali (inutili).

Quindi per rispondere ai punti che ponevo all'inizio, il mio giudizio non è positivo:

1. Non credo che creerà lavoro, anzi, molti decideranno nel dubbio di non assumere il primo dipendente
2. Diminuisce le tutele dei lavoratori nelle grandi aziende
3. Non permette un ricollocamento dei lavoratori in tempi rapidi

19 marzo 2012

Una piramide: la MMM

Piramide finanziaria, catena di sant'Antonio o Ponzi game, come lo chiamano gli americani. Tre parole per designare una truffa che consiste nel raccogliere capitali da qualcuno, attratto dalla promessa di interessi elevati, che si possono pagare solo raccogliendo capitali da altri, a loro volta illusi di ottenere facili guadagni.

Quando non si trova più nessuno disposto a versare capitali, chi gestisce la piramide non può più pagare gli interessi e tutti chiedono indietro i soldi versati. Solo i più fortunati o spregiudicati riescono a ottenerli. Gli altri restano a bocca asciutta.

C'è chi non fa mistero del fatto che sta organizzando una piramide finanziaria, come questo sito http://2011mmm.it/ che fa riferimento a un russo, Sergey Mavrodi, che propone la Mavrody Money Machine e una moneta interna del sistema (forse la moneta convince anche i più restii?).

E'una piramide ma con molta faccia tosta si dice: solo 8 milioni di persone, cioè un millesimo dell'umanità, ha preso parte alla piramide...

Insomma è una piramide, non si fa nulla per nasconderlo e  si chiede di partecipare perchè non è possibile che si trovino abbanstanza allocchi per far sì che chi partecipa oggi guadagni qualcosa. Da non crederci


18 marzo 2012

Politica industriale, un disastro annunciato?


Nei giorni scorsi Elsa Fornero e Mario Monti hanno incontrato i vertici Fiat. Quindi hanno entrambi dichiarato che sono finiti i tempi in cui i governi intervenivano per salvare le imprese e che non è intenzione di questo governo spiegare alle imprese cosa fare.

Ecco le parole della Fornero, riportate dal Corriere:

«Il governo vuole creare un ambiente favorevole per le imprese, non solo quelle che ci sono ma anche quelle che se ne sono andate e quelle che potrebbero investire, e a questi principi è ispirata la riforma del mercato del lavoro. Non spetta invece al governo aiutare le imprese a tirare avanti, magari galleggiando. Non è conveniente per l' economia, l'occupazione e la sostenibilità ed economicità delle prestazioni»

In pratica non dobbiamo aspettarci nessuna politica industriale degna di questo nome. E forse non è un caso che queste dichiarazioni escano dalla bocca di Elsa Fornero, che di politica industriale non s'è mai occupata, e che sul tema Fiat Corrado Passera, a cui spetterebbe l'elaborazione della politica industriale, non dica nulla.

Eppure di cose se ne potrebbero fare, cogliendo l'occasione di una crisi profonda per spingere le imprese a fondersi, sollecitando le imprese sane a comprare altre imprese dello stesso settore, che magari rischiano il fallimento, organizzando le ristrutturazioni delle imprese in difficoltà in modo da favorirne la competitività...insomma organizzando una politica industriale seria.

Il governo sceglie invece di seguire una logica molto liberista, che lascia al mercato il compito di decidere chi sopravviverà alla tempesta che ormai piega e spezza anche gli alberi più robusti da alcuni anni. In Senato tutti i partiti hanno manifestato la loro preoccupazione, eccetto uno: Sacconi ha applaudito all'annuncio che il governo è indifferente alla sorti della Fiat.

Forse Fiat non farà disastri, ma in molti altri settori le scelte del governo rischiano di risultare pesanti per l'occupazione e per il futuro industriale di molte zone del paese.

Il futuro che ci attende non sarà positivo: il disastro industriale continuerà e Monti non farà nulla per contrastarlo, sempre che con la sua miopia liberista, veda cosa sta succedendo.







17 marzo 2012

Mario Batali

«L'avidità accentratrice dei banchieri pigliatutto che oggi controllano la ricchezza è paragonabile al male arrecato al mondo da Stalin e Hitler»

Non è una frase di Beppe Grillo, ma di Mario Batali, famoso chef italo-americano, proprietario di molti ristoranti nelle più importanti città americane.

Dopo essere stato costretto a chiedere scusa ai banchieri, molti dei quali frequentano i suoi ristoranti, Batali è finito sui giornali insieme al suo socio Joseph Bastianich, altro italo-americano con molti interessi nella ristorazione, dopo aver raggiunto un accordo extra-giudiziale con i dipendenti riguardante le mance.

Sì perchè i due imprenditori di origine italiana benchè ricchi e famosi trattenevano tra il 4 e il 5% delle mance di camerieri e barman e li usavano per pagare alcuni dipendenti.

Dopo che alcuni dipendenti hanno fatto causa, è arrivato l'accordo: i dipendenti incasseranno oltre 5 milioni di dollari e in cambio ritireranno la causa. Chissà se Batali chiederà scusa ai dipendenti come ha fatto con  i banchieri o se si sentirà anche lui un pò simile a Stalin e Hitler.