31 maggio 2010
Quanto versa Bankitalia allo Stato?
Ancora una volta l'attività della Banca è pubblica e appare chiaro che, anche se oltre il 90% delle quote è in mano ai privati, questi non contano molto. Hanno le quote, ma l'utile finisce allo Stato, con buona pace di chi racconta le bufale sul signoraggio.
D'altronde lo aveva scritto nel 1936 John Maynard Keynes: "E' quasi esatto asserire che non vi è classe di persone nel Regno [Unito] quanto i suoi azionisti cui il governatore della Banca d'Inghilterra pensi di meno quando decide circa la sua politica I suoi diritti, oltre al dividendo convenzionale, sono già discesi fin quasi a zero" Keynes, Teoria generale, Utet 2005, pag. 128
30 maggio 2010
Facciamoci qualche risata: il signoraggio in tv
Dopo essersi occupato (all'apparenza in modo serio) di ogni bufala, martedì (ore 21) il programma Mistero su Italia1 si occuperà di signoraggio.
Io ve lo dico, ma che nessuno muoia dal ridere, mi raccomando! Non vorrei avervi sulla coscienza... già la mia coscienza deve fare i conti con i miliardi di euro del signoraggio che ogni mese tutte le banche centrali mi versano...
Risparmi ed illusioni
Ma non è proprio così. Un esempio ce lo offre questo articolo di Alberto Statera, che racconta di un consigliere regionale che ha deciso di rinunciare all'auto blu. Una scelta meritoria? Non proprio. Infatti il consigliere ha diritto a oltre 3000 euro al mese di rimborso spese senza che la sua rinuncia comporti grossi benefici per le casse regionali. Non si può infatti licenziare l'autista nè rinunciare a un'auto acquistata in leasing o affittata.
E lo stesso vale per altre spese. Rinunciare a una provincia vuol dire certo risparmiare, ma certo non ci si può fare illusioni: le spese più importanti come quelle per gestire le strade o per la manutenzione delle scuole non scompaiono se si elimina la provincia.
Quando i giornali pubblicano i costi di un certo servizio, di solito indicano il costo medio di un singolo bene acquistato o di servizio offerto dalla pubblica amministrazione. Non dicono che una parte dei costi sostenuti per prestare il servizio non si può eliminare se si riducono le prestazioni al pubblico: si può chiudere un ospedale ma non per questo si licenzia il personale che ci lavora.
Dire che un giorno in ospedale costa 500 euro senza spiegare che buona parte di quella somma è fatta di costi non eliminabili, vuol dire illudere chi legge. E dimostrare poca conoscenza dell'economia. A volte pure ignorando che il risparmio (vedi l'auto blu del consigliere regionale veneto) non c'è proprio, anzi si spende di più.
27 maggio 2010
Ideologia e macelleria
Insomma solo tagli alle spese, causa dei dissesti, per governo che darà meno soldi a regioni e comuni. Se non bastano possono sempre aumentare le imposte locali. L'importante è che non lo faccia l'esecutivo che ha promesso di non aumentare le imposte.
In questi giorni però il Fondo Monetario Internazionale dice che la spesa non è la causa dei deficit eccessivi degli stati, da attribuirsi invece al crollo delle entrate, come riporta Paul Krugman sul Sole 24 Ore.
Lo studio del FMI sostiene che gli interventi a sostegno dell'economia hanno sì aumentato la spesa, ma anche le entrate fiscali. E' la stessa cosa scritta da me qualche mese fa parlando di incentivi-auto: gli incentivi si ripagano, creano occupazione, riducono le spese per gli aiuti pubblici (cassintegrazione, assegni di disoccupazione, prepensionamenti,ecc) e fanno salire le entrate pubbliche.
Ma allora perchè Governo e Confindustria sostengono che è colpa delle spese eccessive e non cercano di stimolare la domanda?
Le ragioni sono due. Da un lato per motivi ideologici. Hanno sempre sostenuto che le imposte vanno sempre diminuite e non possono contraddirsi. Inoltre appartengono alla scuola economica che non crede negli stimoli alla domanda e dunque non possono fare cose a cui non credono.
Dall'altro è in atto una profonda trasformazione del sistema produttivo, con effetti disastrosi per molti. Vera e propria macelleria sociale giustificata dalla necessità di conti economici in rosso.
Fiat, ad esempio, sta per chiudere lo stabilimento di Termini Imerese e ha fallito, negli scorsi anni, nel progetto di rilancio di Pomigliano d'Arco, dove ha incontrato molti problemi con i lavoratori. Adesso vuole produrre nello stabilimento campano la Panda, ma alle sue condizioni.
Fiat può spiegare che lo stabilimento di Termini Imerese va chiuso comunque e che a Pomigliano sarebbe necessario cambiare registro anche se i conti fossero positivi. Ma in molti non ne vorrebbero sapere. Direbbero che si deve tenere aperto lo stabilimento siciliano. E così cosa fa? Rifiuta gli incentivi e usa la cassa integrazione per portare avanti i suoi progetti. Per la felicità del governo, i cui esponenti non impazziscono di gioia all'idea di aiutare grandi imprese e operai.
26 maggio 2010
Il finto problema dei soci di Bankitalia
Banca d'Italia: finalmente sono pubbliche le quote e i voti dei proprietari della Banca d'Italia, definiti "enti partecipanti al capitale", quando tale qualifica può valere per l'Inps e l'Inail, non certo per banche che sono normali società per azioni: vedi il relativo elenco.
Fino al 2006 la Banca d'Italia teneva tali informazioni il piú nascoste possibile e divennero note solo perché individute e poi pubblicate da R & S - Ricerche & Studi dell'ufficio studi di Mediobanca, diretto da Fulvio Coltorti: si veda per esempio le percentuali possedute nel 2005.
Sembra esserci un pò di mistero.
Scienza dice che le banche sono normali società per azioni e solo nel 2005 s'è saputo chi fossero gli azionisti grazie all'ufficio studi di Mediobanca.
Eppure Bankitalia non è una banca qualunque. E come tale non è una società per azioni, come dimostra anche questa sentenza della Cassazione (vedasi pagina 6).
Primo mistero risolto.
Poi l'elenco, oggi pubblico, è stato ottenuto dall'ufficio studi di Mediobanca in un modo assai semplice: spulciando i bilanci. Dunque cosa c'è di misterioso? Bastava prendere i bilanci e andare a leggere.
Anche senza far parte di un prestigioso ufficio studi bastava cercare i bilanci e leggerli.
Alcuni sono disponibili on line da molti anni.
Ad esempio nel bilancio del Banco di Sicilia del 2000 (vedi qui) si legge che il Banco possedeva il 6,343% della Banca d'Italia.
Ben più interessante è il bilancio del 2000 di Unicredit Group. A pag. 220 (222/339 nella numerazione del documento in formato pdf) di questo documento si trovano le quote (oltre il 10% in totale) possedute dalle nove controllate.
La quota del Monte dei Paschi, bilancio 2002, è a pagina 108 di questo documento.
E pure nel bilancio della piccola Cassa di Risparmio di San Miniato del 2000 (vedi qui) si trova a pag. 141 l'indicazione della quota.
L'ufficio di Mediobanca ha spulciato i bilanci, ma avrebbe potuto farlo chiunque in qualunque anno.
Secondo mistero risolto.
25 maggio 2010
Meglio tardi che mai
Anche Corrado Passera, amministratore delegato di IntesaSanPaolo, scopre che il mercato non funziona come in molti credono.
Meglio tardi che mai!
ROMA (MF-DJ)--"Alcuni assunti culturali macroeconomici non erano veri", come ad esempio l'assunto secondo cui "il mercato si autoregola". Proprio da quegli assunti "sono discese norme sbagliate" che hanno condotto alla crisi economica. "Le ideologie sono scorciatoie al senso critico. Ci sono sistemi concettuali totalizzanti. Adesso possiamo costruire il futuro senza vincoli di ideologie. Noi, per la prima volta, possiamo costruire il futuro senza vincolo di destinazione".
Lo ha spiegato il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, nel corso del suo intervento al Career Day organizzato dall'universita' Luiss Guido Carli a Roma, aggiungendo che "alcuni Paesi che hanno adottato regole giuste, come l'Italia, non hanno avuto problemi, ma in altri Paesi i controlli sono saltati. In questi Paesi, gli Stati hanno dovuto salvare le banche con un'enormita' di soldi. Intesa Sanpaolo non ha invece aggravato il debito pubblico italiano". ste stefania.spezzati@mfdowjones.it
(END) Dow Jones Newswires
23 maggio 2010
Euro 2016: il carro davanti ai buoi
Il governo lo scorso anno ha spiegato che l'economia avrebbe tratto enorme beneficio dal piano-casa. Più libertà di cambiare, aggiungere una veranda o buttare giù un muro era la ricetta.
Risultati? Pare nessuno.
Lo stesso governo vorrebbe gli Europei 2016, anche se non pare abbia fatto molto per aggiudicarseli, come spiega Fulvio Bianchi (vedi qui).
Non è solo una questione politica. Non si tratta solo di andare in giro per l'Europa a convincere gli altri paesi che l'Italia è il luogo migliore per organizzare i campionati europei.
C'è un'altra questione più concreta e banale: in Italia mancano gli stadi adatti a organizzare una manifestazione europea. A contarli sono forse 2-3. L'Olimpico di Roma e il futuro stadio della Juventus.
Altrove la situazione è disastrosa. Gli stadi sono inadeguati e non si fa nulla per migliorare la situazione.
Eppure lo stadio è, in giro per l'Europa, fonte di reddito per le società di calcio. Ci sono ristoranti, musei, supermercati. Ma da noi no. Noi pretendiamo di organizzare un campionato Europeo scrivendo su un pezzo di carta la nostra volontà di costruire nuovi stadi.
Basterebbe imporre ai comuni di cedere gli stadi alle società di calcio insieme al diritto di costruire musei e ristoranti. A spese delle società, naturalmente, con l'effetto di contribuire, sia pur marginalmente, a rilanciare l'economia. E invece?
Invece si mette il carro davanti ai buoi: non abbiamo gli stadi ma vogliamo fare un campionato europeo. Di costruirne di nuovi o di ristrutturare quelli esistenti, creando qualche nuovo posto di lavoro non se ne parla. Tanto di questi tempi c'è forse bisogno di nuovi posti di lavoro?
21 maggio 2010
Quanto vale una finale di Champions?
Tra poche ore si gioca la finale di Champions League tra una squadra, il Bayern Monaco, che negli ultimi anni ha cercato di chiudere i bilanci senza perdite, anche a costo di rinunciare a raggiungere risultati migliori in Europa, e l'Inter che invece ha ricevuto dal principale azionista, Massimo Moratti, decine di milioni l'anno per coprire le perdite e ricapitalizzare la società.
Quanto vale una finale?
Secondo il titolo di un articolo di Repubblica addirittura 100 milioni.
In realtà ne vale al massimo 9. L'Inter finalista riceve circa 60 milioni tra diritti tv, premi UEFA e incassi. Soldi incassati a prescindere dalla finale. Molti di quei milioni sarebbero entrati nelle casse nerazzurre anche in caso di eliminazione nei turni precedenti.
Invece la finale da sola vale circa 9 milioni per chi vince, 5 se perde, più altri 2/2,5 milioni per la Supercoppa Europea e altri soldi per la partecipazione alla Coppa Intercontinentale, più eventuali premi degli sponsor.
Ai 100 milioni indicati da Repubblica si arriva aggiungendo ai 69 milioni in caso di vittoria i proventi della possibile cessione di Maicon al Real Madrid, il minor esborso per Mourinho, se va al Real, e la penale che l'allenatore pagherà per sciogliere il contratto.
Che l'Inter pensi a far tornare i conti è sicuramente un bene perchè tra qualche anno non si potrà più iscrivere alle coppe europee chi avrà deficit troppo elevati. Anche per questo motivo alcune squadre che in passato hanno esagerato con i costi (il Manchester United, ad esempio) stanno correndo ai ripari e cedono i giocatori migliori per riequilibrare i conti, ridurre i debiti.
E per quanto qualcuno si possa illudere che davvero una finale valga 100 milioni, la realtà è diversa e non basta una vittoria per ripianare i deficit finora pagati dalle ricchezze personali di Moratti.
18 maggio 2010
La Germania contro la speculazione
Era ora, viene da dire. Perché è chiaro che la speculazione è dannosa perchè moltiplica gli effetti negativi sull'economia.
Se penso che il valore di un certo titolo, che possiedo, diminuirà, posso venderlo e acquistarlo in un secondo tempo oppure posso aspettare che raggiunga un certo prezzo prima di acquistarlo.
Ma le vendite allo scoperto ovvero la vendita di titoli non posseduti, allo scopo di acquistarli in un secondo momento a un prezzo minore, a cosa servono? Solo a speculare sul ribasso del prezzo, che diventa certo quando l'attacco speculativo proviene da operatori con ingenti capitali.
Costoro sono praticamente certi del successo delle operazioni speculative: possono vendere grandi quantità di un titolo, innescando ulteriori vendite causate dal panico di chi vede il crollo del valore del titolo posseduto.
E' dunque un bene bloccare questo genere di operazioni speculative, come quelle sui credit default swap (CDS), una sorta di assicurazione contro il fallimento di uno stato e il mancato pagamento dei titoli di stato.
Il governo tedesco vuol limitare gli scambi di CDS se non si possiedono i titoli "assicurati" e la ragione è banale: se io possiedo un titolo che mi garantisce un guadagno in caso di fallimento della Grecia, ho interesse a far fallire la Grecia, anche se ciò provoca danni patrimoniali a tantissimi.
La speculazione non sempre è un gioco a somma zero, come potremmo pensare. Non basta dire che c'è chi ci guadagna e chi perde e i guadagni compensano le perdite. Ciò può valere in borsa, ma se consideriamo l'economia nel suo insieme, i danni provocati da una ridistribuzione della ricchezza, dal calo della fiducia e dagli effetti patrimoniali (ovvero la perdita di valore dei patrimoni) sono spesso solo negativi, come dimostrano gli ultimi due anni.
I tedeschi l'hanno capito e, non dovendo difendere gli speculatori più delle loro banche, corrono ai ripari ponendo un limite alla speculazione.
Euro che crolla e Cina
In poche settimane l'euro ha perso un 10% del suo valore rispetto al dollaro. Il presidente dell'Eurogruppo Juncker ha detto "Non sono preoccupato tanto dall'attuale tasso di cambio dell'euro, quanto dalla rapidità con cui è sceso".Una frase forse un pò sibillina che indica però come la speculazione stia abbandonando rapidamente l'euro a favore di altre monete.
D'altro canto da una settimana i mercati non possono speculare sui titoli del debito pubblico, ben sapendo che la BCE è pronta a comprare centinaia di miliardi di euro di titoli del debito pubblico greci, portoghesi o spagnoli.
E così puntano su altro. Sanno che l'Europa è in difficoltà perchè i debiti pubblici stanno salendo rapidamente e che i governi, per mettere mano ai conti pubblici, rischiano di sacrificare una crescita già di per sè limitata. Non si fidano dell'euro e dell'Europa e ai primi tremolii della casa europea fuggono come chi teme gli effetti di un terremoto violento.
Lasciano l'euro e questo crolla. Perchè il crollo è rapido? Perchè i capitali in gioco sono enormi e saltano da una borsa all'altra, da una moneta ad un'altra.
Uno degli effetti dell'euro che cala rapidamente è che si sta rivalutando, rispetto all'euro, la moneta cinese.
Noi italiani importiamo beni dalla cina per oltre 20 miliardi di euro l'anno, circa l'1,3% del nostro PIL, e ne esportiamo per poco più della metà. Importiamo molti beni poco costosi, come i vestiti, ed esportiamo soprattutto tecnologia.
Se l'euro diminuisce rispetto alla moneta cinese sarà più difficile trovare al mercato le magliette a pochi euro. Le magliette prodotte in Cina ci saranno sempre ma costeranno di più, e questo farà salire l'inflazione, perchè ormai i nostri imprenditori hanno rinunciato alle produzioni meno costose, non potendo affrontare la concorrenza cinese.
Invece i nostri prodotti con un buon contenuto tecnologico trarranno beneficio dalla svalutazione dell'euro, anche se i benefici per l'economia saranno pochi, visto che le nostre esportazioni verso la Cina valgono meno dell'1% del PIL.