14 novembre 2012

Visco, il deficit e il debito

Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, ha spiegato oggi qualcosa di assai banale...o forse no?

Fino a quando lo Stato spenderà più di quanto incassa -ha detto Visco- il debito salirà. Una banalità, dicevo, o forse no, perché viene il sospetto che abbia spiegato il concetto a una platea che non sa molto dell'argomento.

Per cui è bene spiegare cosa sono deficit e debito e come si formano.

Immaginate che domattina nasca un nuovo stato, che offre ai propri cittadini alcuni servizi, come la sanità o la scuola, e li finanzia facendo pagare tasse e imposte.

Ogni mese paga gli stipendi agli insegnanti e ai medici, ai magistrati e ai militari e paga le fatture ai fornitori, e contemporaneamente chiede ai cittadini di pagare le imposte.

Cosa succede se le imposte non bastano a pagare le spese? Succede una cosa semplice: servono soldi e lo stato cerca qualcuno che glieli presti, ovvero si indebita.

E' così che ha inizio il debito pubblico. Debito dello stato verso chi lo finanzia acquistando titoli del debito pubblico come i BOT e i CCT.

A fine anno lo stato fa i conti: ha speso 105 e ha incassato solo 100. La differenza è il deficit di quell'anno ed è stato finanziato indebitandosi. Il debito ammonta a 5.

L'anno successivo lo stato continua a spendere più di quanto incassa. Spende 110 e incassa 103. Il deficit è dunque pari a 7 e anch'esso è finanziato con debiti. Al debito del primo anno, pari a 5, si aggiunge un altro debito pari a 7. Il debito complessivo sale a 12.

Lo stesso accade il terzo, poi il quarto anno e così via. Il debito aumenta anno dopo anno.

Quando il debito pubblico smette di aumentare? Quando lo stato non chiude più il bilancio in deficit vale a dire quando le entrate non sono più inferiori alle uscite.

Ed è quello che ha detto Ignazio Visco, aggiungendo che non basta far leva sulle imposte per raggiungere il pareggio di bilancio e quindi fermare la crescita del debito pubblico italiano. Serve anche crescere.

13 novembre 2012

Un'idea semplice per ridurre la spesa pubblica

In Italia c'è un settore economico che pare non subire mai crisi. E' quello dei convegni. Tutti parlano di tutto, molti sperano che i buoni propositi diventino realtà e per questo invitano i politici, che cercano voti e potrebbero finanziare i progetti altrui.

Nella maggior parte dei casi i convegni servono a illudere qualcuno a spese del contribuente ( i convegni si organizzano spesso con soldi pubblici), a qualche politico per farsi pubblicità e ai relatori, pagati per partecipare.

Ma se i ministri partecipano ai convegni, quanto tempo resta per occuparsi dei problemi italiani?

Forse poco. Prendete il caso degli esodati. Da mesi si cerca di capire quanti hanno accettato di lasciare il posto di lavoro e corrono il rischio di restare senza stipendio e senza pensione. Non sarà forse perchè Elsa Fornero, come tutti i ministri, passa più tempo in giro per l'Italia a cercare di convincere le platee e a subire le contestazioni (oggi a Napoli, qualche giorno fa a Torino) che nel suo ufficio a studiare i numeri e cercare le soluzioni?

Se Mario Monti fosse un amministratore delegato di un'azienda in crisi, passerebbe i fine settimana a spulciare i bilanci alla ricerca di spese da tagliare e a lavorare per far aumentare il fatturato.

Invece passa i fine settimana (e non solo) parlando in convegni tanto inutili che uno dei suoi argomenti preferiti è ...Mario Monti, il suo futuro, le sue idee per il governo di un paese che nella prossima primavera non lo voterà.

Trascura, inevitabilmente, il resto, e non può che badare ai saldi. Decide che un certo ministero deve tagliare del 10% le spese e lascia che siano altri a decidere dove tagliare.

Dunque ecco la proposta: tagliamo brutalmente i soldi destinati ai convegni per lo più inutili e retorici. Si risparmierà (e se gli albergatori si lamentano diamo gli stessi soldi ai comuni perchè mandino in vacanza chi non si può permettere di andare in vacanza), si eviteranno facili illusioni, non si alimenteranno le clientele politiche e poi...

E poi ci sarebbe un altro effetto: sarebbe meno allettante fare il ministro. Vi siete mai chiesti perché Elsa Fornero, Corrado Passera, Paola Severino e tanti altri hanno deciso di rinunciare a somme molto più alte per fare il ministro?

Io un'idea ce l'ho: entrando nel governo si sono assucurati un'infinità di inviti da parte di convegni, tv, università ecc in qualità di esperti in un certo settore. E hanno iniziato da subito, nei mesi trascorsi a Roma facendo parte del governo Monti. Sacrificando il loro lavoro, agendo come pessimi manager che invece di stare chiusi molte ore al giorno in ufficio a risolvere uno per uno i prolemi vanno in giro a stringere relazioni utili fuori dall'azienda.

10 novembre 2012

Gruppo di Stati blocca gli aiuti per il sisma nella San Fernando Valley


Ultime notizie. 18 Stati (Michigan, Washington, Maryland, North Carolina, Alabama, South Carolina, Kentucky, Texas; Florida; Missouri; Illinois, Pennsylvania, New Jersey, Ohio, Virginia, Louisiana; Georgia, Delaware) hanno contestato, al "debole" presidente Barack Obama, le maggiori spese del bilancio confederale, in particolare il fondo di solidarietà destinato all'emergenza-terremoto che ha colpito la San Fernando Valley, regione legata a produzioni agroalimentari e turismo, che tutto il mondo invidia agli States.

"Nessun Paese americano è contrario al sostegno finanziario alla San Fernando Valley per il terremoto, non ci sono riserve su questo, sono ottimista sulla possibilità di un accordo stasera o nel corso della notte", aveva detto una fonte californiana, in un'altalena di notizie prima positive e poi negative, precisando che i diciotto Paesi in questione, pur non essendosi espressi contro l'aiuto di 670 milioni, "ritengono necessario chiudere su questo contestualmente alla decisione sulla rettifica del bilancio 12 per 9 miliardi", necessari per pagamenti dovuti dalla Confederazione, notizia ripresa integralmente da questo articolo.

Ovviamente la confederazione degli stati americani non è che un ricordo nelle pagine di storia, cessata nel 1789 dopo pochi anni di litigiosa convivenza, sostituita da una più efficiente ed operosa federazione, che ha permesso agli USA di diventare la prima potenza mondiale.
Assecondando il mio gioco (che prendo a prestito dal genere fantascientifico dell'ucronia), provate a sostituire i PIL (e i nomi) dei paesi, citati nell'ordine preciso, con i seguenti: Germania, Olanda, Finlandia, Gran Bretagna e Svezia. Considerate che la California ha un PIL comparabile con quello dell'Italia, che ha vissuto il dramma del terremoto in Emilia (qui interpretata dalla celebre San Fernando Valley) e che il bilancio dell'UE è appena l'1% del PIL di tutti gli Stati membri, grosso modo 100 miliardi (di euro, però, ma son le assonanze che contano).

Alcuni stati dell'UE han contestato, per motivi di bilancio, gli aumenti esorbitanti del budget comunitario (che abbiamo visto essere "molto generoso"), ben il 7%, a fronte di eventi straordinari che si sono verificati negli ultimi tempi (perdurare della crisi, tira e molla per i vari fondi salva stati, che ha comportato un aggravio dei problemi e delle tensioni, catastrofi naturali cui la solidarietà dovrebbe, appunto, porre una toppa, solo per ricordarne alcuni). Come abbiamo visto, non sono paesi di poco conto, per peso economico e popolazione. Come vedrete, ho fatto anche non poca fatica a trovare una controparte negli USA, arrivando a ben 18 stati, su 50, risultando poco comparabile in quanto si tratta nel caso UE del 18% dei paesi, a fronte del 36% sul totale USA (senza considerare comunque la popolazione, per non dilungarmi).

I nemici dell'Europa, che manifestano un po' ovunque in questo periodo, contaminando con le loro rivendicazioni gli ambienti conservatori di un po' tutti i paesi membri, stanno infuriando: dopo Alba dorata in Grecia, anche la California europea (noantri) non scherza per nulla.

Cosa sarebbe successo, in un ipotetico mondo dai tratti abbozzati agli inizi? Forse, presto o tardi, si sarebbe scatenata una piccola guerra, visto che paesi vicini e omogenei linguisticamente, culturalmente e giuridicamente avevano deciso così, per non essere loro a pagare le disgrazie altrui, di far la figura degli infami con uno dei loro paesi più ricchi... Eh si, perché la colpa è sicuramente da ascriversi a gruppi anticaliforniani presenti un po' ovunque negli altri Stati, invidiosi del nostro successo. No, una risposta forte, per fargliela pagare a quegli invasivi texani, può essere solo il ritorno alla sterlina, ed alla fuoriuscita dal patto confederale, perché non più in grado di tutelare l'industria californiana dalla concorrenza dei vicini (prima fra tutte la FCAS Fabbrica Californiana Automobili Sacramento, gestita dal suo ad, Marchionne, di cittadinanza californiano-canadese). E poi chi dice che ci debba essere libera circolazione di persone e capitali, che non si possano imporre dazi per difenderci dagli abitanti della Florida che, tra l'altro, parlano pure male l'inglese e ci rubano il lavoro...

Vi sembra assurdo? Mi sa che sarete in molti ad avere l'amaro in bocca, ne? Siate sinceri, su... Si profilano tempi bui se non ci si concentrerà via via in modo più risoluto sul contrasto al diffondersi dello spirito antieuropeista e neonazionalista, che sta fermentando e crescendo di consensi, si pensi solo al tentativo, dettato per disperazione tutta partitica, da parte della Lega Nord, di chiedere un referendum sull'euro; fatto, questo, spiegabile tranquillamente come tentativo di cavalcare il malcontento popolare, nell'atto estremo di portare via voti populisti a grillini e compagnia cantando, in un malsano gioco al ribasso (posso sopravvivere nell'arena politica ormai solo più cannibalizzando i miei consimili, visto che non è possibile conquistarne di nuovi).

Parallelamente alle iniziative delle destre, xenofobe e razziste, si stanno muovendo anche reazioni in direzione opposta, riprese anche da questo blog, come quella di Hollande (sia pure a valenza prettamente francese) di una banca pubblica per le PMI, o l'iniziativa delle giovanili di partito progressiste con l'iniziativa Rise Up

In definitiva, i nemici dell'Europa, premio Nobel per la pace, quindi i nemici anche della pace stessa (sicuramente quella sociale, poi chissà...), oggi, sono sempre più numerosi: liberisti, che in questa situazione ci hanno precipitato, con le loro politiche smaccatamente destinate ad accrescere le divisioni sociali, gli ambienti populisti (qui sì sia di destra sia di sinistra), con la loro tendenza autoritaria, gli egoismi nazionali del "si stava meglio quando si stava peggio", che scaricano la colpa su capri espiatori improvvisati, non da ultimo su strumenti neutrali (come la moneta), minando indirettamente all'unità europea finora raggiunta. La soluzione a tutto questo, si vede riprendendo l'esempio all'inizio: una confederazione non sarebbe mai durata, lacerata da mille di quelli che chiamiamo campanilismi... L'unica via d'uscita per questa e future crisi sta proprio nel raggiungimento di un'unione irrinunciabile e indissolubile, perfino da parte degli stati facenti parte, che veda un livello centrale come regolatore di risorse proprie, atte a riequilibrare gli shock socio-economici (come calamità, ma anche disoccupazione) derivanti dalle diverse velocità di ciascuno stato. Altrimenti, ci sarà sempre un gruppo organizzato che, forte della propria più o meno grande efficienza, cercherà di imporla sugli altri, non aspettando che ci arrivino da sé.

09 novembre 2012

Lo scontrino in Grecia

La Grecia sta studiando una misura a effetto: se il negoziante non emette lo scontrino, il cliente avrà diritto a non pagare, dopo aver consumato un pranzo in un ristorante o una bibita al bar.

Misura utile? Forse no, perché sarebbe molto complicato mettere in pratica il principio "non pago senza scontrino".

Per il cliente onesto, che vuol pagare regolarmente per i beni e i servizi acquistati, che frequenta un ristorante onesto, vale a dire che paga le imposte, la misura è inutile. Lui chiede lo scontrino e il ristoratore glielo consegna.

Per il cliente onesto che frequenta un ristorante disonesto, ovvero che non emette lo scontrino, si pone il problema: chiedo di non pagare? Se è onesto, vuol pagare, ma vuole anche lo scontrino. Se dichiara di non voler pagare, di fronte al ristoratore che non consegna lo scontrino, rischia di sentirsi dire: chiamo la polizia.

A quel punto il cittadino onesto si spaventerebbe, sapendo di dover dimostrare la propria onestà. Molti preferirebbero allora pagare senza preoccuparsi dell'emissione dello scontrino da parte del ristoratore.

Poi c'è il cliente disonesto, quello a cui non importa lo scontrino ma importa solo di approfittare della situazione, ottenendo una cena gratis o uno sconto.

Il cliente disonesto che frequenta un ristorante onesto sarebbe un incubo per il ristoratore. Il cliente disonesto potrebbe alzarsi all'improvviso, chiedere di pagare e se il ristoratore onesto non è veloce a emettere lo scontrino, potrebbe decidere di non pagare.

Il cliente disonesto che frequenta un ristorante disonesto, potrebbe invece chiedere lo sconto, minacciando in caso contrario di mettere in giro la voce che un certo ristorante è disonesto e quindi si può approfittarne.

Onesti e disonesti avrebbero in tutti i casi interesse a non chiedere o emettere lo scontrino, accordandosi per uno sconto al cliente in cambio del pagamento in nero.

Insomma, la misura studiata dal governo greco per ridurre l'evasione non pare una buona idea. Forse è solo un indice del livello di disperazione di un paese che non è riuscito a ridurre l'evasione e continua a avere una situazione economica disastrosa.




07 novembre 2012

Obama!

La prima volta che ho seguito un'elezione presidenziale americana, mi stupii della bassa affluenza al voto. Un parente spiegò che dipendeva da una sostanziale accettazione dei valori comuni: nessuno voleva instaurare un regime comunista e quindi, mi disse, non serviva che tutti corressero a votare per non subire scelte sgradite.

Si sbagliava: in passato all'elezione del Presidente USA partecipavano soprattutto i bianchi. Molti americani non sentendosi rappresentati disertavano le urne, anche se questo voleva dire subire decisioni non gradite.

Per questo motivo i repubblicani hanno dominato per 40 anni la politica USA. Dopo Lyndon Johnson, la cui riforma sanitaria è stata bloccata da chi non voleva vedere bianchi e neri negli stessi ospedali, sono arrivati quasi solo presidenti repubblicani, con l'eccezione Carter nel 1976 e di Clinton, che ha vinto grazie all'indipendente Ross Perot.

Nel 2008 e ieri, invece, le minoranze sono entrate nei seggi e sono diventate maggioranza. Merito dei cambiamenti demografici ma anche di Obama e .. del Tea Party che ha messo in evidenza le posizioni radicali della destra, inducendo i moderati e le minoranze a votare per Obama.

La rielezione di Obama è un bene per l'economia perché il Presidente proverà ancora a ridurre le diseguaglianze. I repubblicani avrebbero fatto e, con la maggioranza in uno dei due rami del parlamento, proveranno a fare il contrario.

06 novembre 2012

Spiagge libere


Il primo gennaio 2016 scatta in Italia la direttiva Bolkenstein riguardante le spiagge e concessioni su beni demaniali.

Si tratta in sostanza dell'estensione della famosa direttiva a spiagge e stabilimenti balneari in direzione liberista, per favorire il ricambio nella gestione delle spiagge.

Bisogna fare un po' di chiarezza su come funzionano le cose attualmente.

Attualmente le spiagge, che giuridicamente si dividono in arenile e battigia ( i 5 metri dall'acqua), sono di proprietà demaniale. Tale zona deve restare per legge libera e accessibile, indipendentemente dagli stabilimenti balneari retrostanti (artt. 882 c.c. e altro).
Gli stabilimenti balneari, quindi ombrelloni e sdraie, sussistono su suolo demaniale (la spiaggia vera e propria), che pur essendo stato trasferito nel 2010 agli enti locali, rimane indisponibile, e soggetto al codice della navigazione. Quindi le spiagge sono di proprietà demaniale, quindi pubblica.

Tali spiagge vengono concesse in uso agli stabilimenti balneari con contratti particolari, senza scadenza, con la clausola che qualunque cosa edificata sulla spiaggia deve essere rimuovibile a richiesta e infine la concessione è revocabile in qualunque momento con preavvisi minimi.
Questo perché non si tratta di un contratto privatistico, ma riguarda un bene pubblico: le spiagge.
Essendo una concessione questa non può nemmeno essere ceduta, perché personale.

Quindi gli operatori balneari, i ristoratori e in generale gli operatori turistici sanno fin da principio che qualunque investimento effettuato sulle spiagge è altamente rischioso perché revocabile in qualunque momento.

In realtà le cose non funzionano proprio così.

In realtà le concessioni non vengono mai revocate, sono perpetue e si passano di padre in figlio: chi non ha conosciuto intere gerazioni di bagnini?
Vengono alienate vendendo ad esempio le società di gestione che detengono la concessione (o peggio, in nero). Questo fa si che i gestori degli stabilimenti balneari gestiscano la spiaggia per decine di anni e che possano permettersi investimenti notevoli sulle spiagge, ammortizzandoli appunto per decine di anni.

La direttiva Bolkenstein stravolge tutto questo.

Partendo dal principio che le concessioni non possono essere eterne, il 31/12/2015 scadranno tutte le concessioni pubbliche e dovranno essere messe all'asta con bando pubblico al miglior offerente e la concessione avrà una durata limitata nel tempo. Si discute se 5 o 7 anni.

Chi è favorevole punta sul ricambio: è illogico e antieconomico che un operatore possa operare in regime di sostanziale monopolio per sempre. Le spiagge sono un bene limitato e andrebbero sfruttate al meglio. Inoltre la direttiva permetterebbe di incassare di più da parte dello stato.

Chi è contrario invece punta il dito sulla possibile calata degli stranieri: le multinazionali andrebbero ad accaparrarsi con prezzi irraggiungibili le spiagge sottraendole agli operatori locali. Inoltre che fine farebbero gli investimenti effettuati negli ultimi anni e non ancora ammortizzati?

Io personalmente ritengo giusta la direttiva e a mio parere andrebbe individuato un giusto tempo di durata delle concessioni in modo che chi entra abbia il tempo e il modo di investire, diciamo 10 anni di tempo. Non di più. Poi di nuovo all'asta: i tempi per ammortizzare gl iinvestimenti ci sarebbero.

La transizione sarebbe comunque problematica: chi ha investito negli ultimi anni andrebbe in qualche modo indennizzato. Inoltre dovremo rassegnarci a vedere sempre più le grandi catene gestire le spiagge e sempre meno il bagnino della nostra infanzia aprire sdraie e ombrelloni.


Zingales su Obama

Chi vincerà tra Barack Obama e Mitt Romney?

Lo scopriremo mercoledì mattina, sperando non ci siano brutte sorprese come nel 2000 in Florida, quando ci vollero molti giorni per scoprire a chi sarebbero andata la vittoria.

Tra chi fa previsioni, c'è l'ineffabile Luigi Zingales, italiano, economista liberista che insegna all'università di Chicago.

Qualche settimana fa La7 ha mandato in onda un bel documentario con Beppe Severgnini che, insieme a un giornalista tedesco, gira gli Stati Uniti in treno per scoprire che aria tira nell'America prossima al voto.

Arrivato a Chicago, Severgnini intervista Zingales che si sbilancia sul voto spiegando (minuto 39 di questo video) che il Wisconsin è uno stato decisivo dove i democratici di recente hanno perso e per questo pensa che Obama potrebbe non essere rieletto.

Passano le settimane, Zingales abbandona Renzi (e questo la dice lunga sulle posizioni del sindaco di Firenze) e si avvia a entrare in politica nella lista Fermiamo il declino, guidata da un altro liberista, Oscar Giannino, ma torna a parlare di elezioni presidenziali.

Questa volta a intervistarlo è Lucia Annunziata, domenica 4 novembre nel programma In mezz'ora (dopo 8 minuti e mezzo, in questo video).

All'osservazione: "Anche lì -a Chicago, città di Obama- non si è sicuri se Obama vince", l'ineffabile Zingales risponde spiegando che l'elezione dipende dal risultato in Ohio e sottolineando che lui non ha visto alcun sondaggio che dica che Romney vincerà in Ohio. Perciò "se Romney non vince in Ohio, ha perso".

Idee confuse o semplice atteggiamento di chi sta studiando da politico?








04 novembre 2012

E' possibile il ritorno alla lira?

Potremmo tornare alla lira, abbandonando l'euro e i sacrifici che comporta?

Credo proprio di no, per diverse ragioni.

La situazione economica attuale è fatta di imposte in aumento e spese statali in calo, allo scopo di raggiungere il pareggio di bilancio; di disoccupazione -di conseguenza- in aumento e PIL in calo perché sono crollati i consumi e, infine, di uno spread che resta alto nonostante gli interventi della BCE, a causa della sfiducia dei mercati finanziari nella tenuta dell'euro e nella possibilità di crescita dell'economia.

Il ritorno alla lira consentirebbe di allentare, attraverso la svalutazione, gli effetti negativi per PIL e occupazione. Dunque perché non si torna alla lira?

Ci sono diverse buone ragioni che rendono sconveniente il ritorno alla lira.

Anzitutto ci sarebbe un problema di arbitraggio: chi vive in un Italia porterebbe altrove i capitali o ritirerebbe gli euro dalle banche prima del ritorno alla lira, come avevo spiegato qui. Se si svuotano i conti correnti, i guai per l'economia peggiorano, anzichè migliorare, perché sarebbe ancora più difficile per imprese e consumatori ricevere capitali. L'effetto negativo su consumi, produzione, fiducia di consumatori e imprese potrebbe superare i benefici di una fuoriuscita dall'euro.

Non è detto che un ritorno alla lira risolverebbe i problemi dell'industria, come avevo spiegato qui, anche se non c'è dubbio che una svalutazione sarebbe utile ai prodotti italiani. Svalutazione che sarebbe pari al 20-30%.

Una percentuale enorme che è il maggiore ostacolo al ritorno all'euro. Il debito pubblico è in euro, e ciò porterebbe il rapporto debito/PIL in lire a superare il 150%. Inoltre il ritorno alla lira non avrebbe alcun beneficio per lo spread: chi investe nel debito pubblico in lire, chiederebbe un maggior tasso a fronte del rischio (o meglio della certezza) di una periodica svalutazione della lira.

Da un lato il ritorno della lira garantirebbe una maggiore competitività grazie alla possibilità di svalutare la moneta. Dall'altro ci sarebbero due certezze: un'impennata del debito pubblico e la certezza che lo spread non scenderebbe ma anzi probabilmente salirebbe magari arrivando a 400-500, con effetti negativi sui conti pubblici. Ne vale la pena?


03 novembre 2012

Perché è difficile credere nella crescita

Guardate questa foto (cliccandoci sopra la potete ingrandire), catturata da Google Earth. E' il ponte sul Polcevera tra l'uscita di Genova Ovest, cioè l'uscita per il porto di Genova, e l'uscita Genova Aeroporto dell'autostrada A10.

Due corsie per senso di marcia, nessuna corsia d'emergenza, uno spazio ridottissimo oltre la linea bianca.

Cosa succede in caso di incidente? Semplice: si ferma quasi tutto il traffico di auto e camion che attraversa la città di Genova. Ma non solo: ne risente l'intero traffico del nord-ovest perchè l'autostrada della foto collega Genova a Torino, a Milano, alla Francia e alla Toscana.

E' inoltre un'autostrada usata da moltissimi genovesi nei loro spostamenti quotidiani perchè le strade in una città schiacciata tra il mare e la montagna non sono molte e sovente è preferibile usare l'autostrada che finire incastrati nel traffico cittadino.

Per questo motivo da qualche tempo c'è in progetto la Gronda, in pratica un pezzo di  autostrada che permetterebbe di attraversare il nodo genovese senza finire imbottigliati in un'autostrada piccola e poco sicura. La Gronda offrirebbe due autostrade alternative: una, quella attuale, che si infila in città; l'altra, da costruire, destinata a chi deve soltanto attraversare Genova.

Il progetto è pronto, le alternative sono state valutate, i politici hanno deciso il percorso, ma... ma come ovvio ci sono molti oppositori, incuranti dei benefici ad esempio in termini di rumore per la città (già oggi gran parte dell'autostrada che attraversa Genova è stata isolata con pannelli anti-rumore). I soliti attivisti ostili a ogni genere di opera pubblica, pronti a manifestare contro la TAV in val di Susa come contro il terzo valico (vale a dire un nuovo collegamento ferroviario tra Liguria e pianura padana).

Ai vari grillini, agli esponenti di rifondazione e ai diversi movimenti contro le opere pubbliche, s'è aggiunta pure parte della maggioranza che sostiene il sindaco Marco Doria, scatenando le ire del principale partito che sostiene l'amministrazione, il PD.

Forse nei prossimi mesi assisteremo a uno scontro tra chi sostiene la necessità dell'opera e chi, come Doria, punta a rinviarla o si oppone.

Di sicuro stiamo già assistendo a una triste vicenda sulle spalle di tanti lavoratori e dell'economia non solo ligure. Come può crescere uno stato con una dotazione di infrastrutture del tutto insufficiente?






01 novembre 2012

Gli strani contributi della Regione Piemonte

La scorsa estate, in un paese di 7500 abitanti ho letto un manifesto che diceva più o meno così: cari cittadini, vi comunichiamo che l'aliquota IMU è la minima possibile prevista dalla legge. E questo nonostante il governo abbia tagliato centinaia di migliaia di euro al nostro comune.

Mi sono chiesto: come è possibile che un comune subisca forti tagli e non usi l'IMU per colmare il buco nelle proprie casse?

Qualche mese più tardi, leggendo un articolo su un giornale l'ho scoperto: la Regione Piemonte stava trasferendo molti soldi (in totale sono 200 milioni) ai comuni. I soldi mancanti arrivavano dalla Regione, che però li ha distribuiti con criteri sospetti.

Su 4,4 milioni di piemontesi, 1 vive a Torino, che però riceve meno di 6 milioni su 200 sborsati dalla Regione. Quasi 4 milioni invece vanno a testa a Vercelli e Casale Monferrato, che, insieme, hanno meno abitanti di Alessandria, città che riceve circa 2 milioni.

500.000 euro invece finiscono nelle casse del comune di 7.500 abitanti dove ho letto il manifesto che vantava le aliquote IMU più basse possibili.

E' evidente la sproporzione, che tuttavia pare avere una ragione: il colore politico dei comuni. Chi è vicino alla Lega pare aver ricevuto contributi molto più consistente rispetto agli altri comuni.

Chi volesse consultare l'elenco dei comuni e il relativo incasso, lo trova qui:

http://www.regione.piemonte.it/mentelocale/DownloadAllegato.do?pathAllegato=20121031%2Fdoc%2F&nomeAllegato=ISO88591QPattoStabilitE0TerzoRipartoOttobreTotale31102012.xls&data=31%2F10%2F2012&fp=OTQyNzA1NWY1MDVkZGUzZGMyZTg2ZTY3ZTQyNzRlMjU1YjRjYTMzZg%3D%3D