Dall'inizio dell'anno le borse fanno segnare molti cali, spesso molto forti. Protagoniste in negativo, in Italia, le azioni delle banche. Come spiegare calo anche del 10% in una sola seduta di banche come Monte dei Paschi e Cassa di Risparmio di Genova?
Il motivo sono le sofferenze bancarie, spesso superiori al valore della banca. Vuol dire che molte banche dovranno, nei prossimi anni, contabilizzare perdite di ammontare superiore al valore attuale della banca, offrendo tre scenari.
Il primo: la banca mette a bilancio le svalutazioni dei crediti e poi è costretta a aumentare il capitale.
Il secondo: la banca usa gli utili per coprire le svalutazioni dei crediti, rinunciando per molto tempo a realizzare utili e a distribuirli.
Il terzo: la banca si svende a un'altra banca, più sana.
In tutti e tre i casi la banca con forti sofferenze vale poco o nulla. Se una azione ha un valore nominale di 1 euro, il vero valore di un'azione potrebbe essere di pochi centesimi.
Il mercato azionario però valuta la banca molto più di quei pochi centesimi, e questo perchè le soluzioni possibili per affrontare la svalutazione delle sofferenze non sono tutte uguali. Si può prevedere una soluzione drastica, cioè forte svalutazione delle sofferenze, forte perdita per la banca e necessità di un aumento di capitale, ma anche una soluzione "soft" con svalutazioni distribuite nel tempo, senza aumenti di capitale.
Chi punta sulle soluzioni drastiche, pensa che il valore delle banche sia vicino allo zero. Chi invece pensa che le banche affronteranno la questione nel corso di diversi anni, ritiene che le banche con forte necessità di svalutare i crediti abbiano un valore, sia pure modesto.
Di qui il saliscendi del valore delle azioni e le speculazioni che si vedono in questi giorni.
03 febbraio 2016
28 gennaio 2016
Psicosi o realtà?
La preoccupazione per quanto successo ai clienti di Banca Etruria e altre banche, ha spinto un mio conoscente ad andare presso la filiale di una importante e grande banca italiana per chiedere informazioni a proposito di obbligazioni emesse da un'altra banca, che la banca grande e importante di cui è correntista ha collocato alcuni anni fa.
Il mio conoscente è persona con una bassa conoscenza dell'argomento. Ha comprato le obbligazioni perchè avevano un buon rendimento, compreso tra il 4 e il 6%. Nessun rischio all'apparenza, salvo quello che la banca emittente fallisca.
L'impiegato della grande banca spiega che il rendimento nei prossimi due anni sarà pari a zero, o almeno così capisce il mio conoscente, che si preoccupa e consulta altre persone. La sensazione è che lo vogliano indurre a vendere il titolo. Perchè?
La prima ipotesi è che il mio conoscente non abbia capito molto. Potrebbe aver confuso l'informazione sul rendimento, compreso tra il 4 e il 6% in funzione dell'euribor, e l'euribor, destinato in futuro a restare vicino allo zero.
La seconda è che per fargli sottoscrivere i titoli, la banca abbia truccato le carte, attribuendo un profilo di rischio al cliente diverso dal vero. Così se si presenta l'occasione si cerca di spingerlo a vendere i titoli. Nessuna perdita, nessun rischio di rivalsa e pubblicità negativa.
La terza, più complessa, è che la banca emittente preferisca ritirare le obbligazioni perchè hanno un costo, per la banca, molto alto rispetto ai tassi oggi in vigore.
Le notizie preoccupanti sulle banche e la nuova normativa sul fallimento bancario possono aiutarle paradossalmente a ricomprarsi obbligazioni emesse tempo fa e costose rispetto ai tassi attuali.
Il mio conoscente è persona con una bassa conoscenza dell'argomento. Ha comprato le obbligazioni perchè avevano un buon rendimento, compreso tra il 4 e il 6%. Nessun rischio all'apparenza, salvo quello che la banca emittente fallisca.
L'impiegato della grande banca spiega che il rendimento nei prossimi due anni sarà pari a zero, o almeno così capisce il mio conoscente, che si preoccupa e consulta altre persone. La sensazione è che lo vogliano indurre a vendere il titolo. Perchè?
La prima ipotesi è che il mio conoscente non abbia capito molto. Potrebbe aver confuso l'informazione sul rendimento, compreso tra il 4 e il 6% in funzione dell'euribor, e l'euribor, destinato in futuro a restare vicino allo zero.
La seconda è che per fargli sottoscrivere i titoli, la banca abbia truccato le carte, attribuendo un profilo di rischio al cliente diverso dal vero. Così se si presenta l'occasione si cerca di spingerlo a vendere i titoli. Nessuna perdita, nessun rischio di rivalsa e pubblicità negativa.
La terza, più complessa, è che la banca emittente preferisca ritirare le obbligazioni perchè hanno un costo, per la banca, molto alto rispetto ai tassi oggi in vigore.
Le notizie preoccupanti sulle banche e la nuova normativa sul fallimento bancario possono aiutarle paradossalmente a ricomprarsi obbligazioni emesse tempo fa e costose rispetto ai tassi attuali.
21 gennaio 2016
Saliscendi delle azioni: facciamo qualche conto.
In questi giorni, parlando delle azioni del Monte dei Paschi di Siena che era sceso per diverse sedute consecutive, mi è stato detto: ha perso il 100%! Se fosse vero, il valore sarebbe sceso a zero. Ovviamente non è così, ma vediamo di fare qualche conto anche per capire come è andato il titolo MPS nei primi 4 giorni della settimana.
Nei primi tre giorni, il titolo MPS ha perso rispettivamente il 15%, il 14% e il 22%. Oggi è risalito del 43%.
Vien voglia di fare una banale somma: 15+14+22 uguale 51, ma sarebbe sbagliato. Vediamo perchè.
Supponiamo che un'azione valesse 100 euro. Il primo giorno perde il 15%, cioè 15 euro, passando da 100 a 85 euro. Il secondo giorno perde il 14% ... di 85 euro. Che fa (arrotondando) 12 euro.
Quindi l'azione passa da 85 a 73 euro. E a questo punto perde un altro 22% di 73 euro, ovvero 16 euro. L'azione dunque alla fine del terzo giorno scende da 73 a 57 euro.
Infine il quarto giorno recupera il 43% di 57, ovvero 24,50 euro circa, passando d 57 a 81.50 euro.
Se sommassimo le percentuali di diminuzione e quello di aumento dovremmo dire che il titolo ha perso in 4 giorni l'8%, risultante di 3 perdite (15, 14 e 22%) e un guadagno del 43: 51-43 fa 8% in questo caso di perdita.
Ma c'è un errore. Ogni giorno la base su cui si calcola la percentuale di guadagno o perdita cambia. Per cui alla fine scopriamo che si è passati da 100 a 81.5 euro, con una perdita del 18.5%, ben superiore all'apparente 8% ottenuto sommando guadagni e perdite in percentuale.
Nei primi tre giorni, il titolo MPS ha perso rispettivamente il 15%, il 14% e il 22%. Oggi è risalito del 43%.
Vien voglia di fare una banale somma: 15+14+22 uguale 51, ma sarebbe sbagliato. Vediamo perchè.
Supponiamo che un'azione valesse 100 euro. Il primo giorno perde il 15%, cioè 15 euro, passando da 100 a 85 euro. Il secondo giorno perde il 14% ... di 85 euro. Che fa (arrotondando) 12 euro.
Quindi l'azione passa da 85 a 73 euro. E a questo punto perde un altro 22% di 73 euro, ovvero 16 euro. L'azione dunque alla fine del terzo giorno scende da 73 a 57 euro.
Infine il quarto giorno recupera il 43% di 57, ovvero 24,50 euro circa, passando d 57 a 81.50 euro.
Se sommassimo le percentuali di diminuzione e quello di aumento dovremmo dire che il titolo ha perso in 4 giorni l'8%, risultante di 3 perdite (15, 14 e 22%) e un guadagno del 43: 51-43 fa 8% in questo caso di perdita.
Ma c'è un errore. Ogni giorno la base su cui si calcola la percentuale di guadagno o perdita cambia. Per cui alla fine scopriamo che si è passati da 100 a 81.5 euro, con una perdita del 18.5%, ben superiore all'apparente 8% ottenuto sommando guadagni e perdite in percentuale.
20 gennaio 2016
Petrolio in Iran ?
L'Iran è uno dei paesi con le più grandi riserve petrolifere mondiali. Riserve congelate da anni a causa delle sanzioni contro il paese sciita, che però ha trovato da qualche mese un accordo sul nucleare: controlli e limiti all'attività di arricchimento dell'uranio in cambio di minori sanzioni.
Significa forse che il petrolio iraniano affluirà abbondamente sui mercati?
Non proprio secondo Descalzi, amministratore delegato di ENI, che stima in 150 miliardi di dollari la somma che bisognerebbe investire per rendere moderno il sistema di estrazione del petrolio in Iran.
Una somma enorme che in questo momento non conviene investire, perchè il prezzo del petrolio è precipitato a livelli che non si vedevano da anni. Tolti i costi di estrazione, il guadagno è insufficiente a garantire il recupero dell'investimento in tempi ragionevoli.
Potremmo dire che l'Iran rischia di essere vittima del proprio sforzo di rendersi credibile: la fine delle sanzioni fa precipitare il prezzo del petrolio rendendo sconvenienti gli investimenti e l'Iran potrà investire solo i propri fondi, peraltro cospicui, sbloccati con la fine delle sanzioni.
Ma si potrebbe interpretare la situazione anche in altro modo, ipotizzando che la decisione dellArabia Saudita di non diminuire la produzione avesse come fine quello di abbassare il prezzo al punto non solo di mettere fuori gioco il petrolio americano, estratto con costose tecniche di frantumazione delle rocce in cui è intrappolato, ma anche di colpire l'odiato Iran, perchè il basso prezzo del petrolio disincentiva gli investimenti.
Significa forse che il petrolio iraniano affluirà abbondamente sui mercati?
Non proprio secondo Descalzi, amministratore delegato di ENI, che stima in 150 miliardi di dollari la somma che bisognerebbe investire per rendere moderno il sistema di estrazione del petrolio in Iran.
Una somma enorme che in questo momento non conviene investire, perchè il prezzo del petrolio è precipitato a livelli che non si vedevano da anni. Tolti i costi di estrazione, il guadagno è insufficiente a garantire il recupero dell'investimento in tempi ragionevoli.
Potremmo dire che l'Iran rischia di essere vittima del proprio sforzo di rendersi credibile: la fine delle sanzioni fa precipitare il prezzo del petrolio rendendo sconvenienti gli investimenti e l'Iran potrà investire solo i propri fondi, peraltro cospicui, sbloccati con la fine delle sanzioni.
Ma si potrebbe interpretare la situazione anche in altro modo, ipotizzando che la decisione dellArabia Saudita di non diminuire la produzione avesse come fine quello di abbassare il prezzo al punto non solo di mettere fuori gioco il petrolio americano, estratto con costose tecniche di frantumazione delle rocce in cui è intrappolato, ma anche di colpire l'odiato Iran, perchè il basso prezzo del petrolio disincentiva gli investimenti.
14 gennaio 2016
Petrolio a 30 $
Dall'inizio dell'anno le borse mondiali hanno perso una parte del loro valore. Colpa principalmente del calo del petrolio, ma anche del rallentamento dell'economia cinese, che influendo sulla domanda di petrolio, ne fa scendere il prezzo.
A noi italiani memori delle crisi petrolifere degli anni '70, il calo del petrolio pare una buona notizia. Ma forse non è così.
La prima ragione è che il calo del prezzo del petrolio significa per i paesi occidentali un calo delle esportazioni di beni di lusso e di tecnologia verso i paesi produttori. Con il prezzo basso infatti non è conveniente investire nel settore petrolifero e i consumatori dei paesi produttori diventano clienti meno generosi per le imprese europee e americane.
La seconda ragione è di carattere finanziario: c'è il rischio che i debiti contratti dalle aziende del settore petrolifero e dagli stati produttori di petrolio diventino meno affidabili, con la conseguenza che le banche diminuiranno i crediti concessi, provocando una recessione nel settore petrolifero e in diversi paesi produttori.
Inoltre c'è il rischio, per chi -come USA e Gran Bretagna- gestisce le immense risorse dei fondi sovrani dei paesi petroliferi, che tali fondi vengano liquidati o che i soldi vengano usati per coprire i buchi di bilancio causati dal calo del petrolio.
Infine c'è il pericolo che qualche paese produttore in difficoltà economica scelga di fare politiche estreme, provocando guerre, aumentando le rivalità e le tensioni tra paesi, il tutto allo scopo di far salire il prezzo del petrolio o di indurre Europa e Stati Uniti a concedere aiuti.
Insomma il petrolio a basso prezzo ci fa piacere alla pompa di benzina e al momento di pagare il riscaldamento, ma per il resto ci dovrebbe preoccupare, come tutti gli squilibri in economia.
A noi italiani memori delle crisi petrolifere degli anni '70, il calo del petrolio pare una buona notizia. Ma forse non è così.La prima ragione è che il calo del prezzo del petrolio significa per i paesi occidentali un calo delle esportazioni di beni di lusso e di tecnologia verso i paesi produttori. Con il prezzo basso infatti non è conveniente investire nel settore petrolifero e i consumatori dei paesi produttori diventano clienti meno generosi per le imprese europee e americane.
La seconda ragione è di carattere finanziario: c'è il rischio che i debiti contratti dalle aziende del settore petrolifero e dagli stati produttori di petrolio diventino meno affidabili, con la conseguenza che le banche diminuiranno i crediti concessi, provocando una recessione nel settore petrolifero e in diversi paesi produttori.
Inoltre c'è il rischio, per chi -come USA e Gran Bretagna- gestisce le immense risorse dei fondi sovrani dei paesi petroliferi, che tali fondi vengano liquidati o che i soldi vengano usati per coprire i buchi di bilancio causati dal calo del petrolio.
Infine c'è il pericolo che qualche paese produttore in difficoltà economica scelga di fare politiche estreme, provocando guerre, aumentando le rivalità e le tensioni tra paesi, il tutto allo scopo di far salire il prezzo del petrolio o di indurre Europa e Stati Uniti a concedere aiuti.
Insomma il petrolio a basso prezzo ci fa piacere alla pompa di benzina e al momento di pagare il riscaldamento, ma per il resto ci dovrebbe preoccupare, come tutti gli squilibri in economia.
01 gennaio 2016
Previsioni sbagliate per il 2015
Per questo motivo è meglio essere prudenti ed indicare il trend: meglio dire che l'economia andrà un pò meglio (o un pò peggio). Se invece si vogliono fare previsioni più precise, è meglio precisare le ipotesi sottostanti: se cambiano anche la previsione salta e si evitano le brutte figure.
Lo sa bene un economista come Romano Prodi che un anno fa prevedeva una crescita dello 0,5% per il PIL del 2015, specificando che i risultati dipendevano a suo avviso dal prezzo del petrolio, dall'andamento dell'export verso la Russia e da altri fattori.
Di tutt'altro avviso era invece, un anno fa, il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo. Che nel discorso di fine anno manifestò ironicamente il suo pessimismo: " Guardate che il 2014 ce lo ricorderemo, forse sarà leggermente meglio del 2015! Ho un sottile ottimismo".
Per fortuna l'economia non è peggiorata e il 2015 si chiuderà con un aumento del PIL probabilmente dello 0,7-0,8%, il calo della disoccupazione e conti pubblici in ordine.
Dato, quello dei conti pubblici, che deluderà chi prevedeva il mancato rispetto del rapporto deficit/PIL, con conseguente necessità di ulteriori imposte o tagli alla spesa. E' il caso di Alberto Bagnai che un anno fa prevedeva lo sforamento del rapporto deficit/PIL e criticava le scelte di un governo che a suo dire non alimentava la domanda. Previsione che si scontra con l'ultimo bollettino €-coin della Banca d'Italia che invece sottolinea come il miglioramento dell'economia dipenda dai consumi oltre che da cambiamenti nel mercato del lavoro e dal recupero dell'attività industriale.
29 dicembre 2015
La manovra che non scontenta nessuno
Di questa legge di stabilità, c'è un aspetto che mi ha colpito: non ci sono grandi proteste, nonostante si muovano risorse per 34 miliardi di euro. Solo osservazioni obbligate da parte delle opposizioni e magari di qualche parlamentare male informato che deve trovare a tutti i costi il pelo nell'uovo.
Dov'è il trucco?
Abbiamo detto 34 miliardi, una cifra notevole che in altre epoche avrebbe fatto saltare molti sulla sedia.
Ebbene 19 miliardi arrivano dalla cancellazione di una clausola di salvaguardia. Vale a dire in passato, temendo un peggioramento dei conti pubblici, il governo di allora s'è impegnato a aumentare in automatico le imposte se non si fossero raggiunti certi obiettivi di finanza pubblica.
Ma l'economia cresce e si spera continui nel 2016, e i conti pubblici, anche grazie a un buon recupero dell'evasione, vanno bene. Il governo non fa nulla e si limita a infilare i 19 miliardi nella manovra, anche grazie al fatto che giornali e partiti d'opposizione hanno allarmato gli italiani, lasciando credere che gli aumenti fossero automatici e obbligatori.
Gli altri 15 miliardi sono il frutto per 4/5 della flessibilità nei conti pubblici ottenuta da Renzi, per cui se si investe e si fanno le riforme si possono sforare i conti del 1% del PIL (metà per gli investimenti, metà per le riforme).
Il governo ha sfruttato questa possibilità solo in parte, sforando dello 0,8% del PIL l'obiettivo di deficit. Un altro 0,2% si sforamento lo si deve alle spese straordinarie a causa del flusso di immigrati da Africa e Medio Oriente, grazie a una clausola contenuta in patti europei di oltre 20 anni fa.
In totale dunque lo Stato spenderà un 1% del PIL in più di quello che avrebbe dovuto spendere in base a precedenti accordi. 1% del PIL ovvero 15 miliardi circa, che aggiunti ai 19 di cui si parlava prima fanno esattamente 34.
Ecco spiegata una legge di stabilità che non scontenta nessuno. Non ci sono grandi aumenti di spesa e grandi aumenti delle imposte. C'è la cancellazione della TASI, che piace a molti e altri interventi che non tolgono il sonno agli italiani.
C'è infine un aspetto positivo e uno potenzialmente negativo: è positivo il deficit al 2,4%, il migliore da molti anni a questa parte, che dipende dalla crescita dell'economia: se inferiore a quella attesa ci potrebbero essere problemi a rispettare il deficit previsto.
Dov'è il trucco?
Abbiamo detto 34 miliardi, una cifra notevole che in altre epoche avrebbe fatto saltare molti sulla sedia.
Ebbene 19 miliardi arrivano dalla cancellazione di una clausola di salvaguardia. Vale a dire in passato, temendo un peggioramento dei conti pubblici, il governo di allora s'è impegnato a aumentare in automatico le imposte se non si fossero raggiunti certi obiettivi di finanza pubblica.
Ma l'economia cresce e si spera continui nel 2016, e i conti pubblici, anche grazie a un buon recupero dell'evasione, vanno bene. Il governo non fa nulla e si limita a infilare i 19 miliardi nella manovra, anche grazie al fatto che giornali e partiti d'opposizione hanno allarmato gli italiani, lasciando credere che gli aumenti fossero automatici e obbligatori.
Gli altri 15 miliardi sono il frutto per 4/5 della flessibilità nei conti pubblici ottenuta da Renzi, per cui se si investe e si fanno le riforme si possono sforare i conti del 1% del PIL (metà per gli investimenti, metà per le riforme).
Il governo ha sfruttato questa possibilità solo in parte, sforando dello 0,8% del PIL l'obiettivo di deficit. Un altro 0,2% si sforamento lo si deve alle spese straordinarie a causa del flusso di immigrati da Africa e Medio Oriente, grazie a una clausola contenuta in patti europei di oltre 20 anni fa.
In totale dunque lo Stato spenderà un 1% del PIL in più di quello che avrebbe dovuto spendere in base a precedenti accordi. 1% del PIL ovvero 15 miliardi circa, che aggiunti ai 19 di cui si parlava prima fanno esattamente 34.
Ecco spiegata una legge di stabilità che non scontenta nessuno. Non ci sono grandi aumenti di spesa e grandi aumenti delle imposte. C'è la cancellazione della TASI, che piace a molti e altri interventi che non tolgono il sonno agli italiani.
C'è infine un aspetto positivo e uno potenzialmente negativo: è positivo il deficit al 2,4%, il migliore da molti anni a questa parte, che dipende dalla crescita dell'economia: se inferiore a quella attesa ci potrebbero essere problemi a rispettare il deficit previsto.
21 dicembre 2015
Lo strano caso della focaccia di Recco IGP
Recco è una graziosa cittadina in provincia di Genova famosa per un'ottima focaccia al formaggio, specialità locale che pare avere origine nella notte dei tempi.Tempo fa il Consorzio che promuove la focaccia ha ottenuto il marchio IGP "Focaccia di Recco col formaggio". Il disciplinare prevede che la focaccia si può produrre solo in 4 comuni, Recco, Camogli, Sori e Avegno.
Leggendo il disciplinare pare si sia "brevettato" il nome. La focaccia si cucina con farina, olio, sale più un formaggio fresco. Niente che non si possa trovare altrove. Altrimenti si sarebbe chiamata Focaccia col formaggio di Recco o con il nome di un formaggio locale.
Ma brevettare una ricetta di un prodotto fresco che si può fare solo in quattro comuni della Liguria sa di scelta autolesionista. Se a Milano vogliono la focaccia di Recco che si fa? Semplice non si può.
Il vincolo territoriale viene fatto rispettare al punto che i NAS sono andati alla fiera dell'artigianato a Rho e hanno fatto chiudere lo stand voluta proprio dal Consorzio della Focaccia di Recco per promuovere il prodotto che, in quanto prodotto fresco, non può di fatto uscire dai confini dei quattro comuni che ne vanno fieri.
18 dicembre 2015
Perchè alcune banche vendono le proprie azioni allo sportello?
Tra le vicende bancarie di cui si occupano i mass media in queste settimane, c'è il caso interessante di banche che vendono le proprie azioni anche ai risparmiatori più ingenui.Una di queste è la Banca Popolare di Vicenza, che ha venduto negli anni scorsi le proprie azioni anche a anziane casalinghe o a imprenditori alla ricerca di un mutuo, che si sentivano proporre tassi vantaggiosi se avessero sottoscritto il capitale della banca.
Chi l'ha fatto s'è trovato a fare i conti con probabili perdite. E' il caso della presidente della Regione Friuli VG, Debora Serracchiani, che col marito ha sottoscritto azioni della Popolare vicentina mentre sottoscriveva un mutuo per l'acquisto di un immobile a tasso agevolato.
Qualche imprenditore s'è sentito proporre un prestito per una somma superiore a quella richiesta, con l'obbligo di usarne una parte per acquistare azioni della banca.
Perchè una banca fa queste operazioni ?
La probabile ragione si chiama capitale variabile. La Popolare di Vicenza è una banca cooperativa a capitale variabile. Questo significa che non esiste un numero prestabilito di azioni che passano di mano in mano in un mercato telematico, ma il numero è variabile e dipende dalla volontà dei soci.
Se arrivano nuovi soci, il numero delle azioni aumenta, se chi è socio decide di recedere dalla società il numero delle azioni diminuisce e con esso il capitale sociale.
Se il capitale di una banca diminuisce, la banca diventa meno affidabile. Nei coefficienti che indicano la solvibilità della banca, il capitale sociale ha un ruolo importante.
Perciò una banca con un capitale variabile ha interesse a cercare nuovi soci e a spingere i soci a non recedere dalla società. La banca costituita come società con capitale variabile in altri termini riesce a realizzare un aumento di capitale non dichiarato: basta trovare nuovi soci.
Al tempo stesso però ci sono alcuni problemi. Una banca in difficoltà può essere tentata dal nascondere la reale situazione per evitare il recesso degli azionisti e quindi il peggioramento dei coefficienti di solvibilità della banca. Può trovare conveniente vendere le azioni ai risparmiatori, mentre altri soci, magari consapevoli delle difficoltà della banca, chiedono di recedere dalla società. Può insomma succedere che i soci più astuti abbandonino la banca che nel frattempo cerca di vendere azioni a ignari risparmiatori.
12 dicembre 2015
Obbligazioni Banca Etruria
La Consob ha fatto un buon lavoro nel caso delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria?
I prospetti informativi che si trovano sul sito della Consob, mostrano che Banca Etruria segnalava bene i rischi per gli azionisti e i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate.
Nel maggio del 2011 vengono offerte "obbligazioni subordinate convertibili in azioni ordinarie della Banca Popolare dell'Etruria". Nella prima pagina si anticipa un punto del prospetto, inserendo un'avvertenza:
In particolare, si segnala che le Obbligazioni Convertibili sono composte da una obbligazione subordinata unita a delle componenti derivative; pertanto, il loro valore è influenzato, tra l’altro, dal prezzo delle Azioni BPEL [....] ove il possessore intendesse vendere Azioni BPEL [...] il ricavato di tale vendita, anche tenendo conto dell’eventuale conguaglio in denaro, potrebbe non consentire il recupero integrale del valore nominale delle Obbligazioni Convertibili (cfr. Sezione Prima, Capitolo IV, Paragrafo 4.3.1 del Prospetto).
Poi si aggiunge che "rispetto alle obbligazioni convertibili standard" "l'Emittente avrà il diritto di procedere al riscatto totale o parziale delle Obbligazioni in circolazione mediante pagamento in denaro e/o consegna di Azioni BPEL" e che si ripete che c'è il rischio di perdite.
In poche parole c'è scritto che le obbligazioni appartengono a una categoria particolar, saranno presumibilmente convertite in azioni e ciò potrebbe provocare perdite.
Solo dopo questa avvertenza, si trova il sommario del prospetto informativo. Un pò come se in un saggio, prima dell'indice si spiegasse in grassetto che i contenuti potrebbero turbare il lettore.
Due anni più tardi, nel 2013, la Banca emette azioni. E anche in questo caso la prima cosa che si legge nel prospetto informativo è una serie di avvertenze.
Tra cui la tabella seguente, che la dice lunga sullo stato di salute della banca:
La Banca Popolare dell'Etruria ha crediti deteriorati in aumento e pari a più del doppio della media, le sofferenze in rapporto al patrimonio sono quasi il triplo della media delle banche italiane e pari a oltre l'80% del patrimonio della banca.
In sostanza si avvertiva chiaramente della situazione della banca e dei forti rischi connessi all'acquisto di azioni o obbligazioni.
I prospetti informativi che si trovano sul sito della Consob, mostrano che Banca Etruria segnalava bene i rischi per gli azionisti e i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate.
Nel maggio del 2011 vengono offerte "obbligazioni subordinate convertibili in azioni ordinarie della Banca Popolare dell'Etruria". Nella prima pagina si anticipa un punto del prospetto, inserendo un'avvertenza:
In particolare, si segnala che le Obbligazioni Convertibili sono composte da una obbligazione subordinata unita a delle componenti derivative; pertanto, il loro valore è influenzato, tra l’altro, dal prezzo delle Azioni BPEL [....] ove il possessore intendesse vendere Azioni BPEL [...] il ricavato di tale vendita, anche tenendo conto dell’eventuale conguaglio in denaro, potrebbe non consentire il recupero integrale del valore nominale delle Obbligazioni Convertibili (cfr. Sezione Prima, Capitolo IV, Paragrafo 4.3.1 del Prospetto).
Poi si aggiunge che "rispetto alle obbligazioni convertibili standard" "l'Emittente avrà il diritto di procedere al riscatto totale o parziale delle Obbligazioni in circolazione mediante pagamento in denaro e/o consegna di Azioni BPEL" e che si ripete che c'è il rischio di perdite.
In poche parole c'è scritto che le obbligazioni appartengono a una categoria particolar, saranno presumibilmente convertite in azioni e ciò potrebbe provocare perdite.
Solo dopo questa avvertenza, si trova il sommario del prospetto informativo. Un pò come se in un saggio, prima dell'indice si spiegasse in grassetto che i contenuti potrebbero turbare il lettore.
Due anni più tardi, nel 2013, la Banca emette azioni. E anche in questo caso la prima cosa che si legge nel prospetto informativo è una serie di avvertenze.
Tra cui la tabella seguente, che la dice lunga sullo stato di salute della banca:
La Banca Popolare dell'Etruria ha crediti deteriorati in aumento e pari a più del doppio della media, le sofferenze in rapporto al patrimonio sono quasi il triplo della media delle banche italiane e pari a oltre l'80% del patrimonio della banca.
In sostanza si avvertiva chiaramente della situazione della banca e dei forti rischi connessi all'acquisto di azioni o obbligazioni.
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