16 dicembre 2013

La politica tedesca e l'unione bancaria

21 anni fa Giuliano Amato, presidente del consiglio, e Carlo Azeglio Ciampi, ministro economico, fecero la rivoluzione delle banche. Decisero di togliere i politici dalla gestione delle banche, fecero nascere le fondazioni bancarie a cui attribuirono le azioni di banche, trasformate in società e affidate a manager senza preoccupazioni politiche.

Il risultato è, oggi, un sistema bancario non privo di problemi, ma migliorato perché è diventato meno facile mescolare il normale business bancario con interessi "politici", che spingono le banche a finanziare attività non sempre redditizie.

Una riforma simile in Germania non c'è mai stata. Il sistema delle banche locali finanzia le imprese locali, finanzia la politica, compie spesso operazioni poco sicure, spingendo poi i governi regionali o il governo centrale a intervenire per coprire le perdite. Il debito tedesco è infatti cresciuto negli ultimi anni per colpa delle banche, che prima hanno investito in titoli a alto rischio, spesso tradendo il loro ruolo di banche locali, e poi sono state salvate con massicce iniezioni di soldi pubblici.

Una Germania molto italiana, con l'intreccio tra banche e politica, finanziamenti a imprese amiche, soldi alla politica e, dulcis in fundo, l'immobilismo in campo europeo.

La politica tedesca mette i bastoni tra le ruote all'unione bancaria europea, che imponendo a tutte le banche le stesse regole, gli stessi controllori e le stesse opportunità, contribuerebbe a ricostruire una fiducia nel sistema, crollata dopo il fallimento di Lehman Brothers.

14 dicembre 2013

Sorpresa: corsa agli acquisti dei titoli tossici

Ve li ricordate i titoli tossici, quelli che hanno innescato la crisi? Bene, le banche americane nelle scorse settimane hanno comprato questi titoli per circa 5 miliardi di euro dal governo olandese, che se li è trovati in tasca quando ha salvato ING dal fallimento.

Cerchiamo di capire perchè li comprano. Immaginate che una ipotetica banca abbia finanziato migliaia di mutui con i quali altrettanti americani hanno comprato la casa. Ci sono i mutui concessi a 100 famiglie di Los Angeles che hanno comprato altrettanti immobili costruiti in un quartiere della città, 500 famiglie che hanno comprato casa in una zona residenziale di Detroit, 1000 che hanno comprato casa in un condominio di Miami e così via.

La banca ha prestato complessivamente somme enormi e crea un'infinità di titoli il cui rendimento dipende da tutti i mutui concessi, vale a dire dai 100 concessi a Los Angeles, dai 500 di Detroit, dai 1000 di Miami e così via.

Se però i clienti incominciano a non pagare come valutare i titoli? Si deve calcolare qual è la percentuale di insolvenza dei mutuatari di ciascuna città e ipotizzare quanto si incasserà vendendo le case dei morosi nel momento in cui saranno vendute. A questi valori si aggiungono le spese per pignorare e vendere le case, che nessuno sa se, prima di finire sul mercato, richiederanno qualche altra spesa.

In pratica è impossibile dare con certezza un valore ai titoli. Ma si sa che se il mercato immobiliare è in crisi, il valore dei titoli è destinato a diminuire.

Di fronte al rischio di perdite e all'impossibilità di misurarle, gli investitori hanno semplicemente abbandonato al loro destino questi titoli, provocando la crisi del sistema finanziario e costringendo le autorità pubbliche a intervenire per evitare guai peggiori.

Ma oggi la situazione dell'economia è differente. La crisi almeno negli USA è alle spalle e comprare un pacchetto di mutui a un prezzo conveniente può riservare piacevoli sorprese. Per cui le stesse banche travolte dalla crisi dei mutui oggi comprano i titoli il cui rendimento dipende da quei mutui.

Lo fanno, almeno ufficialmente, per conto della clientela. Non per conto proprio perchè le regole non glielo consentirebbero.


12 dicembre 2013

Scuola e reddito

Qualche settimana fa i dati P.I.S.A. hanno mostrato le forti differenze territoriali nel livello di preparazione degli studenti italiani (vedi qui). I risultati premiano gli studenti del nord e in particolare quelli del triveneto, tra i migliori in Europa, mentre penalizzano gli studenti del sud, che hanno una preparazione in matematica inferiore alla media.

Come spiegare queste differenze territoriali?

Una ricerca sull'apprendimento aiuta a cercare una risposta. Lo studio dell'Università di Stanford spiega che un bambino nato in una famiglia benestante impara molte più parole di un bambino nato in una famiglia povera e che di conseguenze per il primo è molto più facile apprendere ciò che gli insegna la scuola.

Al sud il reddito è più basso, e questo vuol dire che, se lo studio è applicabile anche all'Italia, i bambini calabresi o siciliani partono svantaggiati, quando entrano a scuola, rispetto ai bambini lombardi o piemontesi. Ma non basta, perchè il gap se nascere in una famiglia più povera significa apprendere di meno, si può obiettare che poi i bambini vanno all'asilo.

E non c'è motivo per pensare che le maestre del nord siano mediamente più preparate delle loro colleghe del sud, per cui un bambino che impara di meno in una famiglia più povera dovrebbe avere l'opportunità di recuperare all'asilo.

Dovrebbe essere così, se solo i bambini italiani avessero la stessa opportunità di andare all'asilo. Purtroppo non è così: un bambino emiliano ha molte più probabilità di andare all'asilo di un bambino siciliano. Alcune regioni offrono molti più posti all'asilo di altre e le regioni del sud hanno ancora una volta il triste primato del minor numero di posti disponibili negli asili.

11 dicembre 2013

Forconi

Ieri mi è arrivato un messaggio: cosa ne pensi della protesta dei forconi?

C'è prima di tutto un aspetto politico. La protesta sta assumendo toni preoccupanti. Negozi chiusi sotto la spinta delle minacce non sono un bel segnale. Specie in una Italia dove non mancano i populisti, i politici che urlano al colpo di stato. I toni fascisti della protesta non promettono nulla di buono se non a chi cerca di approfittarne (sarà un caso che uno dei leader della protesta ha fatto il viaggio tra Genova e Torino a bordo di una Jaguar?).

Poi c'è un aspetto economico. L'Italia forse sta uscendo dalla recessione. I consumi sono diminuiti per due anni dal 2011 a oggi dopo un altro calo notevole tra la fine del 2008 e il 2009.

Possiamo continuare a far scendere i consumi? Certamente no. Anzi serve invertire la rotta, facendo crescere i consumi e con essi gli investimenti e le imposte intascate dallo Stato. Una protesta selvaggia non aiuta negozianti e consumatori, fa diminuire i consumi, spaventa gli investitori, riduce le entrate dello Stato che, visti i vincoli di deficit, non può che reagire con nuove imposte o tagli alle spese.

Sappiamo cosa sta succedendo da anni in Grecia. Lo Stato taglia la spesa pubblica e i cittadini tagliano i consumi e le imprese chiudono o riducono drasticamente gli stipendi. Le entrate fiscali diminuiscono e lo Stato non può fare altro che imporre altri tagli alla spesa o un aumento di imposte.

Occorre invece invertire la rotta facendo aumentare i consumi e le entrate fiscali e usare le maggiori entrate fiscali per ridurre l'imposizione fiscale o almeno per fare in modo che i soldi incassati e spesi dallo Stato siano spesi per far crescere l'economia.

I forconi non si rendono conto che si vogliono infilare in un circolo vizioso come in Grecia che penalizza proprio la parte di loro che ha maggiori difficoltà sul mercato del lavoro perchè priva di istruzione, di competenze, di qualità da spendere. Ma forse i veri obiettivi della protesta sono ben diversi da quelli di chi spiega che vorrebbe un lavoro e un reddito.


09 dicembre 2013

Tanto va la Merkel al...

La notizia non è buona, ma fa (quasi) piacere lo stesso: la produzione industriale tedesca è diminuita a ottobre per il secondo mese consecutivo. Gli economisti avevano previsto un aumento di oltre il 3% nell'anno e invece si viaggia verso un aumento dell'1%.

Molto meglio dell'Italia, certo, se si guarda all'ultimo anno, ma peggio se si considerano solo gli ultimi 2 mesi.

E' diminuito inoltre il surplus commerciale tedesco, da 18,3 miliardi a oltre 16,8 miliardi.

Insomma l'economia tedesca mostra qualche scricchiolio. Vedremo in futuro se è l'inizio di una recessione o solo una correzione in un percorso virtuoso. Ma una sia pur moderata recessione in Germania pare quasi inevitabile, per colpa delle politiche di austerità che hanno influenzato negativamente la domanda di beni e servizi.

Una Germania in recessione, non sarebbe una buona notizia per l'eurozona, che ha bisogno di una Germania con una domanda in crescita. Però dimostrerebbe, se mai ce ne fosse bisogno, che l'Europa a guida tedesca ha adottato politiche economiche suicide, tanto sbagliate da provocare la recessione anche nel paese economicamente più forte.




08 dicembre 2013

Rivoluzione quote Bankitalia

Una rivoluzione silenziosa sta per travolge l'assetto proprietario della Banca d'Italia. Oggi le quote valgono poco, 156 mila euro, e sono in mano a banche, assicurazioni e qualche ente pubblico.

Grazie alle fusioni tra banche, i principali detentori di quote sono Unicredit e Intesa San Paolo, gruppi cresciuti inglobando numerose banche. Nel bilancio di Bankitalia ci sono anche ricche riserve quasi inutili, visto che la politica monetaria è ormai in mano alla BCE. Il governo ha dunque pensato di prendere circa 7 miliardi e mezzo di euro da una riserva e di usarli per aumentare il capitale sociale.

Aumenterà il valore nominale delle quote possedute dai detentori delle quote della Banca, che saranno costrette a rivalutare le proprie quote, iscritte in bilancio, pagando un'imposta sul maggior valore.

Ciò avrà effetti positivi per le casse dello Stato e anche per le banche che detengono le quote. La BCE infatti sta per mettere sotto controllo i conti delle banche europee e imporrà alle banche con troppi crediti in sofferenza (vale a dire crediti concessi ai clienti e che la banca ha difficoltà a farsi restituire) rispetto ai crediti sicuri di intervenire, ad esempio con aumenti di capitale.

Il maggior valore delle quote aiuterà le banche a superare i controlli della BCE. Non solo: il decreto del governo prevede un limite al possesso delle quote. Non più del 5% per ogni detentore. Intesa San Paolo e Unicredit dovranno vendere parte delle loro quote, incassano miliardi di euro utili a rimettere in sesto i conti.

Infine c'è un dubbio. Oggi la Banca distribuisce ai detentori di quote il 6% del valore nominale delle quote più una parte delle riserve per un totale di circa 70 milioni. Il governo ha previsto che in futuro gli utili distribuiti potranno essere pari ad un massimo del 6% del capitale, il quale passa da 156.000 euro a circa 7,5 miliardi.

Se gli utili fossero il 6% del capitale, la somma distribuita in utili salirebbe da 70 a circa 450 milioni. A rimetterci sarebbe lo Stato, ma con qualche vantaggio indiretto. I milioni finirebbero alle banche, oggi in difficoltà, e magari a qualche ente pubblico come la Cassa depositi e prestiti, che potrebbero entrare tra i possessori di quote.


06 dicembre 2013

Le tre carte



In questi giorni stanno arrivando i saldi della Tares (chiamiamola così per semplicità) da parte dei comuni italiani, quindi ho pensato di scrivere di quello che è diventato il gioco delle tre carte tra stato ed enti locali. Il pollo da spennare che perde sempre è il contribuente italiano.

Quella messa in piedi dallo stato è stata una gigantesca opera di mistificazione in maniera da aumentare le tasse in maniera indiretta a favore dello stato centrale, scaricando le tensioni sulle amministrazioni periferiche.

Sono partito dallo studio di qualche bilancio comunale incrociando qualche tabella per cercare conferme a quello che in realtà stiamo provando tutti sulla nostra pelle!

Ogni bilancio comunale ha allegata una relazione corredata da comodi indici sintetici per i raffronti degli ultimi 5 anni. Il mio comune ha circa 30.000 abitanti, quindi è un esempio "medio" della città italiana, lasciando fuori le metropoli e i micro centri.

I dati da tenere bene sott'occhio sono i seguenti:

Trasferimenti dello stato per abitante: passano da 224 € del 2009 a 209 € nel 2010 a 25 € nel 2011 fino ad arrivare a soli 11 € nel 2012.
Parallelamente la pressione tributaria pro capite (entrate per abitante/n. abitanti) passa da 500 € del 2009 a 554 € nel 2010 per poi schizzare a 768 € nel 2011 fino a 856 € nel 2012

Quindi il gioco è stato evidente: taglio dei trasferimenti statali e autonomia impositiva degli enti locali, specie i comuni, permettendo loro di aumentare le imposte locali. Qui potete trovare le differenze nei trasferimenti dal 2010 al 2011 per ogni ente, l'anno più critico!

Ma a dire che le imposte sono aumentate lo certifica anche l'ISTAT, anche se Fassino (presidente dell'Anci) fa notare che comunque ai comuni il gettito non basterà comunque!

Ma quello che fa veramente rimanere basiti è il fatto che se sono stati tagliati i trasferimenti e permesso ai comuni di alzare le aliquote, che ne ha fatto lo stato dei soldi che non ha più trasferito ai comuni?

A rigor di logica dovrebbe averci tagliato le tasse! Se non trasferisco più soldi ai comuni e faccio riscuotere a loro, allora mi rimarranno più soldi in cassa. Purtroppo così non è stato, in quanto come possiamo vedere qui, gli scaglioni IRPEF sono rimasti bloccati!

Quindi di fatto si sono aumentate le tasse: L'IRPEF è rimasta bloccata, sono aumentate le tasse locali e sono stati azzerati i trasferimenti!

C'è un ultimo fattore da considerare, l'inflazione negli ultimi 5 anni è stata del 9% (vedi qui per i calcoli e le serie), anche se rispetto a certi periodi degli anni '80 non è molto, comunque comincia a farsi sentire il fenomeno del fiscal drag, in quanto gli scaglioni IRPEF sono fermi dal 2007, come visto sopra.

Il fiscal drag è semplicemente lo scivolamento verso scaglioni di reddito superiore dovuto all'inflazione: il salario aumenta per contrastare l'inflazione e a parità di reddito ci troviamo in uno scaglione più alto e ci troviamo a pagare più tasse!

05 dicembre 2013

Krugman e il downgrade della Francia

Da qualche tempo nel mondo finanziario si sostiene che il vero malato d'Europa non è la Grecia, non è l'Italia ma la Francia. Mancano le riforme, dicono le banche americane, ci sono problemi strutturali, a cominciare da quelli sul mercato del lavoro., le prospettive non sono incoraggianti, il debito cresce troppo velocemente.

Sembra un film già visto. Due anni fa Mario Monti prendeva il posto di uno screditato Berlusconi e rimproverava le stesse colpe all'Italia, riuscendo però a fare un disastro che oggi spinge chi lo sosteneva in Parlamento a criticare la politica di austerità e a chiedere un cambiamento.

Cambiamento non facile da ottenere per ragioni politiche. Il motivo lo spiega Paul Krugman (vedi qui).

Krugman si domanda perchè mai il rating francese è inferiore a quello inglese, nonostante i dati economici transalpini siano migliori. Il PIL pro capite reale francese è cresciuto di più e le prospettive di crescita sono migliori, mentre il rapporto debito/PIL francese è leggermente inferiore a quello inglese e le prospettive sono di un andamento migliore di quello inglese.

Krugman esclude che Standard & Poor's disponga di informazioni segrete o di modelli macroeconomici migliori da cui dedurre un futuro peggiore per la Francia. Inoltre spiega che le famose riforme di cui tanto si parla, non è affatto detto che facciano crescere l'economia. Le prove di efficacia delle riforme sono quantomeno dubbie.

Dunque perchè la Francia subisce i downgrade delle agenzie di rating che invece non colpiscono la Gran Bretagna, nonostante abbia un'economia più debole?

Il motivo secondo Krugman è che la Francia non fa le politiche economiche conservatrici. Invece di tagliare lo stato sociale perché troppo costoso, punta a aumentare le imposte. E questo non piace a Standard & Poor's come a Olli Rehn e a tutti i conservatori europei. Che due anni fa hanno dato il benservito a uno di loro, Silvio Berlusconi, colpevole di non aver realizzato con prontezza le stesse politiche economiche.



04 dicembre 2013

I milioni del PSG

Come ha fatto il Paris St. Germain (PSG) a spendere 63 milioni per Cavani, una quarantina a testa per Pastore, Lavezzi e Thiago Silva, solo per citare i più costosi?

Una società di calcio spende i propri ricavi soprattutto per acquistare e pagare i calciatori. L'acquisto dei calciatori incide sul bilancio principalmente attraverso l'ammortamento. Se un calciatore costa 40 milioni e ha un contratto quinquennale, l'ammortamento è pari a 1/5 della somma spesa, vale a dire 8 milioni all'anno per 5 anni.

Ai quali si aggiunge lo stipendio lordo, ovvero comprensivo di imposte e contributi dovuti per legge.

Non è difficile stimare i costi di uno dei tanti giocatori strapagati dal PSG. 4-5 milioni di stipendio significano 8-10 milioni di stipendio lordo a cui si aggiungono 8-10 milioni sotto forma di ammortamento. Quindi 15-20 milioni l'anno per un singolo calciatore.

Somme che una società di calcio può pagare solo se incassa diverse centinaia di milioni o se qualcuno ripiana le perdite.

Le regole del fair play finanziario impediscono ormai alle società di calcio di spendere a piacimento e di coprire le perdite con i soldi del presidente. Altrimenti rischiano di restare fuori dalle competizioni europee. Per cui devono incassare soldi sufficienti a pagare i costi della società.

Ora, come fa il PSG a pagare le enormi spese derivanti dall'acquisto dei giocatori più quotati?

Il proprietario del club è il figlio dell'emiro del Qatar, che agisce tramite un fondo di investimento del paese. Per finanziare il PSG, il fondo del Qatar ha stipulato contratto con società dello stesso Qatar.

Contratti di sponsorizzazione che mascherano un finanziamento della proprietà e che ora sono sotto la lente della UEFA. Entro fine anno la proprietà del PSG deve spiegare alla UEFA come intende sostituire le entrate riferibili a società qatariote con entrate provenienti da società diverse, dalla tv, dal pubblico.

Insomma, la UEFA ha introdotto regole di fair play finanziario per cercare di evitare che un ricco proprietario spenda somme gigantesche per vincere. Alcuni club hanno aggirato le regole e adesso si 
corre ai ripari.

02 dicembre 2013

Libertà di coniare moneta?

Cosa succederebbe se qualsiasi banca fosse libera di emettere moneta? 

La domanda non è solo teorica. E' successo davvero negli USA nel XIX secolo. Un gran numero di banche sono state autorizzate a emettere una propria moneta, sotto forma di banconote.

Il solo requisito per emettere moneta era di garantirne la convertibilità in oro. Chiunque avrebbe potuto prendere una banconota emessa da una banca e chiedere l'equivalente in oro, promesso dalla banconote.

Le banche naturalmente emettevano banconote per importi superiori all'oro posseduto. Se avevano ad esempio 1 milione di dollari in oro, emettevano banconote per 2 milioni.

Confidavano nel fatto che pochi avrebbero chiesto di convertire le banconote in oro. La maggior parte delle persone avrebbe usato le banconote.

Perchè si emettevano banconote? Non sarebbe stato più semplice usare le monete in oro?

La risposta è che l'emissione di moneta serviva a aumentare i prestiti. Se l'oro è la base monetaria, per far crescere la base monetaria servono nuove acquisizioni di oro. Ma non è facile trovare oro.

Se invece si emettono banconote, garantite parzialmente dall'oro, la base monetaria e con essa i prestiti possono crescere più rapidamente.

Ma se molte banche possono emettere banconote, non vuol dire che siano tutte ugualmente convertibili. Se una banca emette una quantità doppia di banconote rispetto a un'altra, prima o poi qualcuno se ne rende conto e allora è possibile che non sia disposto a scambiare un dollaro emesso da una banca con un dollaro emesso da un'altra. Chi disponeva di un dollaro per così dire di alta qualità, cioè emesso da una banca affidabile, comprava dollari emessi da banche meno affidabili solo in cambio di un forte sconto.

Il dollaro emesso da queste ultime valeva 70-80 centesimi di dollaro emesso dalle banche affidabili.

Il dollaro emesso da una banca con poco oro in cassaforte si svalutava rispetto al dollaro con un maggior grado di copertura e questo aveva un effetto sui prezzi, che salivano là dove il dollaro valeva meno in termini di oro.