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15 novembre 2013
Econoliberal su Facebook
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13 novembre 2013
Carceri chiuse
Qualche settimana fa il Presidente della Repubblica, in visita al carcere di Poggioreale, ha chiesto al mondo politico di prendere in considerazione l'ipotesi di amnistia. Le sofferenze dei detenuti, stipati in celle destinate a contenere meno persone di quante ve ne sono davvero, rischiano di far ocndannare l'Italia in sede europea.
I detenuti possono chiedere un risarcimento per il solo fatto di essere in carcere. Lo Stato prima o poi viene condannato a pagare. Di qui la richiesta di Napolitano, a cui si oppongono molte forze politiche, preccupate di non perdere voti.
Già perchè gran parte degli italiani pensa che chi sbaglia deve andare in prigione, senza se e ma, e non si cura di capire perchè si finisce in carcere nè delle conseguenze delle carcerazioni.
Pochi giorni fa invece arriva la notizia, ripresa dal Corriere (vedi qui), che in Svezia ci sono troppe carceri. La popolazione carceraria sta diminuendo ad un tasso dell'1% all'anno e con sempre più celle vuote, le autorità hanno deciso di chiudere alcune carceri.
Secondo la giornalista del Corriere non si sa il perchè ciò accada.
Invece una spiegazione c'è. Ce la offre una nostra vecchia conoscenza, il libro La misura dell'anima (ve lo ricordate? che per chi non l'avesse letto ora è disponibile anche in versione economica - vedi qui).
Il capitolo 11 è intitolato Incarcerazione e punizione, e si spiega ad esempio che i paesi con maggiori disuguaglianze di reddito sono anche i paesi in cui ci sono più detenuti in rapporto alla popolazione, ma anche quelli più punitivi.
E viceversa, naturalmente. La Svezia appartiene al gruppo dei paesi con meno disuguaglianze, meno carcerati e un maggior ricorso a pene alternative.
Per questo le prigioni restano vuote e alla fine si razionalizzano, chiudendone alcune.
Già perchè gran parte degli italiani pensa che chi sbaglia deve andare in prigione, senza se e ma, e non si cura di capire perchè si finisce in carcere nè delle conseguenze delle carcerazioni.
Pochi giorni fa invece arriva la notizia, ripresa dal Corriere (vedi qui), che in Svezia ci sono troppe carceri. La popolazione carceraria sta diminuendo ad un tasso dell'1% all'anno e con sempre più celle vuote, le autorità hanno deciso di chiudere alcune carceri.
Secondo la giornalista del Corriere non si sa il perchè ciò accada.
Invece una spiegazione c'è. Ce la offre una nostra vecchia conoscenza, il libro La misura dell'anima (ve lo ricordate? che per chi non l'avesse letto ora è disponibile anche in versione economica - vedi qui).
Il capitolo 11 è intitolato Incarcerazione e punizione, e si spiega ad esempio che i paesi con maggiori disuguaglianze di reddito sono anche i paesi in cui ci sono più detenuti in rapporto alla popolazione, ma anche quelli più punitivi.
E viceversa, naturalmente. La Svezia appartiene al gruppo dei paesi con meno disuguaglianze, meno carcerati e un maggior ricorso a pene alternative.
Per questo le prigioni restano vuote e alla fine si razionalizzano, chiudendone alcune.
12 novembre 2013
Citazioni divertenti: Grillo e i tassi
1. «tra settembre e ottobre il governo sarà a corto di soldi e avrà difficoltà a pagare le pensioni e gli stipendi»
Beppe Grillo, intervistato dalla Bild ad aprile 2013 (vedi qui).
2. Il BoT a 12 mesi scende al minimo storico: 0,688%.
Titolo del Sole 24 ore di oggi.
Beppe Grillo, intervistato dalla Bild ad aprile 2013 (vedi qui).
2. Il BoT a 12 mesi scende al minimo storico: 0,688%.
Titolo del Sole 24 ore di oggi.
10 novembre 2013
Grillo e la Google Tax
Di recente il G8 (vedi ad esempio questo articolo) s'è posto il problema dell'elusione delle imposte da parte delle multinazionali: se una multinazionale americana colloca in Irlanda la propria sede europea, pagherà lì le imposte anche sui profitti realizzati nel resto d'Europa, lasciando a bocca asciutta o quasi il fisco di Italia, Francia, eccetera.
I paesi più grandi, dove le multinazionali realizzano la maggior parte dei loro ricavi europei, restano con i loro problemi di bilancio, mentre i paesi più piccoli possono permettersi di abbassare le imposte perché incassano le imposte delle multinazionali, attratte dalle aliquote inferiori.
E' una situazione a cui porre rimedio perchè le casse statali soffrono e per tutelare le aziende nazionali che pagano le imposte in patria.
La proposta del deputato del PD Boccia va in questa direzione. Vorrebbe obbligare le multinazionali a aprire filiali in Italia e a operare tramite queste, così da costringerle a pagare più imposte. La proposta è debole sul piano formale, ma interessante su quello sostanziale.
Oltre 70 parlamentari del Movimento 5 stelle l'hanno votata, scoprendo subito dopo che il blog di Grillo è contrario (vedi qui) con tanto di citazione tratta da Forbes.
L'autore delle righe citate è Tom Worstall, membro tra l'altro dell'Adam Smith Institute, un think tank inglese che propone tesi molto liberiste, tra cui la necessità di liberalizzare, di aprire i mercati, di ridurre le imposte.
Idee lontane dai giovani parlamentari pentastellati, ma vicine a Casaleggio, il vero leader del Movimento. Chi se non lo staff di Casaleggio può scrivere un articolo contro la Google Tax votata da decine di parlamentari pentastellati? E perchè scrive un articolo simile? Non soltanto per attaccare i politici, vista la posizione di molti parlamentari del suo movimento.
I paesi più grandi, dove le multinazionali realizzano la maggior parte dei loro ricavi europei, restano con i loro problemi di bilancio, mentre i paesi più piccoli possono permettersi di abbassare le imposte perché incassano le imposte delle multinazionali, attratte dalle aliquote inferiori.
E' una situazione a cui porre rimedio perchè le casse statali soffrono e per tutelare le aziende nazionali che pagano le imposte in patria.
La proposta del deputato del PD Boccia va in questa direzione. Vorrebbe obbligare le multinazionali a aprire filiali in Italia e a operare tramite queste, così da costringerle a pagare più imposte. La proposta è debole sul piano formale, ma interessante su quello sostanziale.
Oltre 70 parlamentari del Movimento 5 stelle l'hanno votata, scoprendo subito dopo che il blog di Grillo è contrario (vedi qui) con tanto di citazione tratta da Forbes.
L'autore delle righe citate è Tom Worstall, membro tra l'altro dell'Adam Smith Institute, un think tank inglese che propone tesi molto liberiste, tra cui la necessità di liberalizzare, di aprire i mercati, di ridurre le imposte.
Idee lontane dai giovani parlamentari pentastellati, ma vicine a Casaleggio, il vero leader del Movimento. Chi se non lo staff di Casaleggio può scrivere un articolo contro la Google Tax votata da decine di parlamentari pentastellati? E perchè scrive un articolo simile? Non soltanto per attaccare i politici, vista la posizione di molti parlamentari del suo movimento.
09 novembre 2013
BCE: 0,25%
La BCE ha deciso di abbassare ancora i tassi. Siamo arrivati allo 0,25%, perché l'Europa cresce poco e c'è il rischio di deflazione.
Ma come, la moneta abbondante non avrebbe dovuto causare una iperinflazione? Viene voglia di chiederselo, se non avessimo spiegato quasi quattro anni fa (vedi qui: http://econoliberal.blogspot.it/2009/12/esiste-un-pericolo-inflazione.html) che il pericolo non esiste.
No, il pericolo non c'è. Semmai c'è il pericolo contrario: nonostante l'aumento in Italia dell'IVA i prezzi non salgono. Casomai scendono. Le imprese non vendono e quindi abbassano i prezzi, con la conseguenza che chi vuole acquistare un computer o un'auto o un divano rinvia l'acquisto. Aspetta che i prezzi diminuiscano.
Il rischio di deflazione ha dato la possibilità alla BCE di fare un passo in avanti verso una politica monetaria simile a quella della FED. Le resistenze tedesche poco per volta sono state affrontate. La BCE è arrivata più tardi e ha agito con minor forza della FED, ma ormai i tassi sono vicini allo zero.
Cosa resta da fare? Forse la BCE potrebbe stabilire un tasso negativo sui depositi delle banche presso la banca centrale, così da spingere le banche, piene di liquidità, a non depositarla presso la banca centrale, prestandola invece a altre banche.
Forse può chiedere all'Europa di accelerare l'adozione di regole che riducano al minimo il rischio di default di un sistema bancario nazionale e spingano le banche a prestarsi capitali. O forse potrebbe compiere operazioni poco ortodosse come l'acquisto di crediti avariati delle banche.
Si calcola che le banche italiane e spagnole abbiano almeno 200 miliardi di euro di crediti inesigibili o quasi. La BCE potrebbe acquistarne una parte per finanziare le banche.
Lo ha già fatto, penserà qualcuno. Certo, ma lo scopo allora era soprattutto abbassare i tassi pagati dagli stati, per ridurre il rischio di una crisi del debito di paesi come Italia e Spagna. Ma una volta messo sotto controllo il problema del debito e del suo costo per gli stati, resta il il problema di aziende troppo indebitate che hanno difficoltà a restituire alle banche i soldi e di banche che, piene di crediti inesigibili, faticano a prestare soldi alle imprese.
In attesa delle mosse della BCE, c'è un aspetto positivo: l'euro è sceso rispetto al dollaro. Se il trend continuerà, l'economia europea ne trarrà qualche piccolo beneficio sotto forma di maggiori esportazioni verso i paesi che usano il dollaro.
Ma come, la moneta abbondante non avrebbe dovuto causare una iperinflazione? Viene voglia di chiederselo, se non avessimo spiegato quasi quattro anni fa (vedi qui: http://econoliberal.blogspot.it/2009/12/esiste-un-pericolo-inflazione.html) che il pericolo non esiste.
No, il pericolo non c'è. Semmai c'è il pericolo contrario: nonostante l'aumento in Italia dell'IVA i prezzi non salgono. Casomai scendono. Le imprese non vendono e quindi abbassano i prezzi, con la conseguenza che chi vuole acquistare un computer o un'auto o un divano rinvia l'acquisto. Aspetta che i prezzi diminuiscano.
Il rischio di deflazione ha dato la possibilità alla BCE di fare un passo in avanti verso una politica monetaria simile a quella della FED. Le resistenze tedesche poco per volta sono state affrontate. La BCE è arrivata più tardi e ha agito con minor forza della FED, ma ormai i tassi sono vicini allo zero.
Cosa resta da fare? Forse la BCE potrebbe stabilire un tasso negativo sui depositi delle banche presso la banca centrale, così da spingere le banche, piene di liquidità, a non depositarla presso la banca centrale, prestandola invece a altre banche.
Forse può chiedere all'Europa di accelerare l'adozione di regole che riducano al minimo il rischio di default di un sistema bancario nazionale e spingano le banche a prestarsi capitali. O forse potrebbe compiere operazioni poco ortodosse come l'acquisto di crediti avariati delle banche.
Si calcola che le banche italiane e spagnole abbiano almeno 200 miliardi di euro di crediti inesigibili o quasi. La BCE potrebbe acquistarne una parte per finanziare le banche.
Lo ha già fatto, penserà qualcuno. Certo, ma lo scopo allora era soprattutto abbassare i tassi pagati dagli stati, per ridurre il rischio di una crisi del debito di paesi come Italia e Spagna. Ma una volta messo sotto controllo il problema del debito e del suo costo per gli stati, resta il il problema di aziende troppo indebitate che hanno difficoltà a restituire alle banche i soldi e di banche che, piene di crediti inesigibili, faticano a prestare soldi alle imprese.
In attesa delle mosse della BCE, c'è un aspetto positivo: l'euro è sceso rispetto al dollaro. Se il trend continuerà, l'economia europea ne trarrà qualche piccolo beneficio sotto forma di maggiori esportazioni verso i paesi che usano il dollaro.
08 novembre 2013
Pensioni ai politici: conviene eliminarle?
Che fine fanno i politici sconfitti alle elezioni?
Molti si riciclano nel sottobosco della politica, andando a occupare posti nei consigli di amministrazione di qualche municipalizzata, in una fondazione bancaria, nei partiti, in qualche associazione che sembra esistere più per servire gli interessi di singoli individui o di partiti che dei beneficiari dei servizi offerti dall'associazione.
Tutto questo comporta . Costi diretti sotto forma di stipendi, di benefit vari, di staff assunto per dare una mano al riciclato, e costi indiretti, soldi che si spendono per alimentare piccole clientele o dare un senso al lavoro del politico riciclato.
diversi costi
Da qualche tempo la lotta agli sprechi e ai costi della politica sta colpendo proprio questi politici, che un tempo andavano in pensione anche giovani e con un buon assegno. Una spesa che oggi si tende a ridurre, eliminando i privilegi dei politici.
Ma conviene? Meglio dare una pensione a un sessantenne che ha perso le elezioni dimenticato dagli elettori o meglio trovarselo in un consiglio di amministrazione magari intento a far assumere i figli o a scambiare favori con altri?
Forse un calcolo sarebbe necessario. Una pensione dignitosa erogata qualche anno prima potrebbe costare di meno alla collettività di una retribuzione a un consigliere di amministrazione che poi prova a far eleggere parenti e amici in un'azienda pubblica.
Certo, la mia è una provocazione e molti penseranno che sarebbe meglio non dare una pensione a chi non se la merita e che nei cda bisognerebbe assumere chi se lo merita, ma il problema esiste e forse sarà ancora più importante in futuro, perchè le opinioni politiche sembrano cambiare velocemente e sembra esserci un alto tasso di ricambio tra i politici: molti entrano in Parlamento o in un consiglio regionale e molti escono, senza sapere come riciclarsi e senza avere l'età della pensione.
Molti si riciclano nel sottobosco della politica, andando a occupare posti nei consigli di amministrazione di qualche municipalizzata, in una fondazione bancaria, nei partiti, in qualche associazione che sembra esistere più per servire gli interessi di singoli individui o di partiti che dei beneficiari dei servizi offerti dall'associazione.
Tutto questo comporta . Costi diretti sotto forma di stipendi, di benefit vari, di staff assunto per dare una mano al riciclato, e costi indiretti, soldi che si spendono per alimentare piccole clientele o dare un senso al lavoro del politico riciclato.
diversi costi
Da qualche tempo la lotta agli sprechi e ai costi della politica sta colpendo proprio questi politici, che un tempo andavano in pensione anche giovani e con un buon assegno. Una spesa che oggi si tende a ridurre, eliminando i privilegi dei politici.
Ma conviene? Meglio dare una pensione a un sessantenne che ha perso le elezioni dimenticato dagli elettori o meglio trovarselo in un consiglio di amministrazione magari intento a far assumere i figli o a scambiare favori con altri?
Forse un calcolo sarebbe necessario. Una pensione dignitosa erogata qualche anno prima potrebbe costare di meno alla collettività di una retribuzione a un consigliere di amministrazione che poi prova a far eleggere parenti e amici in un'azienda pubblica.
Certo, la mia è una provocazione e molti penseranno che sarebbe meglio non dare una pensione a chi non se la merita e che nei cda bisognerebbe assumere chi se lo merita, ma il problema esiste e forse sarà ancora più importante in futuro, perchè le opinioni politiche sembrano cambiare velocemente e sembra esserci un alto tasso di ricambio tra i politici: molti entrano in Parlamento o in un consiglio regionale e molti escono, senza sapere come riciclarsi e senza avere l'età della pensione.
07 novembre 2013
De Blasio
Ha vinto con un programma di sinistra, più imposte per chi guadagna oltre 500.000 dollari, più soldi alle scuole pubbliche e meno alle private e un'idea ben chiara: ridurre le differenze.
La spiegazione di De Blasio è tanto semplice quando vera: la città dei ricchi, di chi vive nel lusso degli appartamenti da molti milioni di dollari ha bisogno di aiutare l'altra città, quella dei poveri e soprattutto della classe media che fa fatica a vivere nella grande mela. Altrimenti si rischia lo scontro, si rischia che la città dei ricchi venga assediata dall'altra.
I progressisti, anche se ricchissimi, newyorkesi, gli hanno creduto.
05 novembre 2013
Taglio alle spese? No, grazie
La puntata di Ballarò di oggi, 5 novembre, come sempre offre qualche sondaggio interessante.
Alla domanda: cosa accetterebbe in cambio dell'abbassamento delle tasse, gli intervistati hanno così risposto:
- il 18% è disposto a accettare il taglio dei posti di lavoro degli statali;
- l'11% il taglio delle pensioni;
- il 5% la chiusura degli ospedali poco utilizzati e il taglio dei posti letto;
- il 3% il taglio dei servizi pubblici locali.
E il resto? Il 59% preferisce non tagliare nulla e rinunciare al taglio delle tasse.
I dati del sondaggio arrivano giusto il giorno dopo la festa delle forze armate. Ieri, 4 novembre, il sindaco di Messina, Renato Accorinti ha celebrato la festa ricordando che l'articolo 11 della Costituzione afferma che l'Italia ripudia la guerra e chiedendo di rivedere la spesa pubblica tagliando la spesa militare e destinando più risorse ad esempio all'accoglimento degli stranieri che muoiono cercando di attraversare il Mediterraneo.
Qualche centinaio di chilometri più a nord, il Presidente Napolitano, celebrando la festa delle forze armate, ha detto: "non possiamo indulgere a semplicismi e propagandismi che circolano in materia di spesa e di dotazioni indispensabili per l'esercito".
Insomma, tagliare le spese sembra un'illusione nella quale si crogiolano in molti, ma che pochi vogliono davvero e a una condizione molto stretta: che riguardi gli altri.
Alla domanda: cosa accetterebbe in cambio dell'abbassamento delle tasse, gli intervistati hanno così risposto:
- il 18% è disposto a accettare il taglio dei posti di lavoro degli statali;
- l'11% il taglio delle pensioni;
- il 5% la chiusura degli ospedali poco utilizzati e il taglio dei posti letto;
- il 3% il taglio dei servizi pubblici locali.
E il resto? Il 59% preferisce non tagliare nulla e rinunciare al taglio delle tasse.
I dati del sondaggio arrivano giusto il giorno dopo la festa delle forze armate. Ieri, 4 novembre, il sindaco di Messina, Renato Accorinti ha celebrato la festa ricordando che l'articolo 11 della Costituzione afferma che l'Italia ripudia la guerra e chiedendo di rivedere la spesa pubblica tagliando la spesa militare e destinando più risorse ad esempio all'accoglimento degli stranieri che muoiono cercando di attraversare il Mediterraneo.
Qualche centinaio di chilometri più a nord, il Presidente Napolitano, celebrando la festa delle forze armate, ha detto: "non possiamo indulgere a semplicismi e propagandismi che circolano in materia di spesa e di dotazioni indispensabili per l'esercito".
Insomma, tagliare le spese sembra un'illusione nella quale si crogiolano in molti, ma che pochi vogliono davvero e a una condizione molto stretta: che riguardi gli altri.
04 novembre 2013
Olivetti... e i neoborbonici
Rai1 ha di recente mandato in onda la fiction su Adriano Olivetti, geniale imprenditore a capo dell'ominima azienda nata a Ivrea oltre un secolo fa.
L'azienda Olivetti, a lungo un'azienda leader nel settore delle macchine da ufficio, oggi quasi non esiste più, limitandosi a fare da comparsa in settori dominati dai prodotti americani e asiatici. Gli edifici che a Scarmagno, vicino a Ivrea, ospitavano migliaia di dipendenti sono un monumento alla deindustrializzazione.
Olivetti è stata la prima impresa al mondo a costruire un computer, eppure oggi non c'è più. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ricordare, come i neoborici, i record di Olivetti, come aver progettato e costruito il primo computer al mondo.
Ma essere stati primi un tempo , soprattutto se arrivare per primi a produrre qualcosa non comporta alcun vantaggio sul mercato. Un conto infatti è inventare un prodotto e conquistare i potenziali acquirenti, rendendo difficile per altri concorrenti entrare in quel mercato, un altro è costruire un prototipo o un bene che magari domina un mercato piccolo, destinato a crescere rapidamente. In questo secondo caso è facile perdere il primato.
non garantisce la possibilità di mantenere il primato
E se qualcuno mai pensasse a un complotto per eliminare Olivetti? Gli si potrebbe rispondere con un nome: Vobis.
20 anni fa era l'azienda tedesca che produceva più computer, aveva successo al punto che Microsoft agli inizi degli anni '90 fece di tutto per arrivare a un accordo con Vobis, convincendoli a adottare il proprio sistema operativo. Ebbe successo e per chi produceva sistemi operativi alternativi fu la fine.
Oggi Vobis cosa produce?
Ha fatto la fine di Olivetti, a ulteriori riprova del fatto che arrivare per primi o essere stati i migliori non significa nulla, checchè ne dicano i neoborbonici.
L'azienda Olivetti, a lungo un'azienda leader nel settore delle macchine da ufficio, oggi quasi non esiste più, limitandosi a fare da comparsa in settori dominati dai prodotti americani e asiatici. Gli edifici che a Scarmagno, vicino a Ivrea, ospitavano migliaia di dipendenti sono un monumento alla deindustrializzazione.
Olivetti è stata la prima impresa al mondo a costruire un computer, eppure oggi non c'è più. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ricordare, come i neoborici, i record di Olivetti, come aver progettato e costruito il primo computer al mondo.
Ma essere stati primi un tempo , soprattutto se arrivare per primi a produrre qualcosa non comporta alcun vantaggio sul mercato. Un conto infatti è inventare un prodotto e conquistare i potenziali acquirenti, rendendo difficile per altri concorrenti entrare in quel mercato, un altro è costruire un prototipo o un bene che magari domina un mercato piccolo, destinato a crescere rapidamente. In questo secondo caso è facile perdere il primato.
non garantisce la possibilità di mantenere il primato
E se qualcuno mai pensasse a un complotto per eliminare Olivetti? Gli si potrebbe rispondere con un nome: Vobis.
20 anni fa era l'azienda tedesca che produceva più computer, aveva successo al punto che Microsoft agli inizi degli anni '90 fece di tutto per arrivare a un accordo con Vobis, convincendoli a adottare il proprio sistema operativo. Ebbe successo e per chi produceva sistemi operativi alternativi fu la fine.
Oggi Vobis cosa produce?
Ha fatto la fine di Olivetti, a ulteriori riprova del fatto che arrivare per primi o essere stati i migliori non significa nulla, checchè ne dicano i neoborbonici.
03 novembre 2013
Catasto
Esiste un modo di incassare più soldi senza creare ingiustizie e troppo scontento: la riforma del catasto.
Il pagamento dell'IMU e di altre tasse si basa sulla rendita catastale o più semplicemente sul valore secondo il fisco dell'immobile da tassare. Valore che andrebbe modificato nel tempo tenendo conto di eventuali cambiamenti dell'immobile (ad esempio molti edifici non hanno più il bagno sul balcone, come succedeva molto tempo fa) sia dei prezzi a cui gli immobili sono scambiati in un certo luogo.
Maggiore è il valore di un immobile, maggiore è l'incasso per lo stato e per gli enti locali, che dovrebbero aggiornare il catasto non solo per incassare di puù, ma anche per ragioni di equità.
Non è raro che un immobile di periferia costruito e accatastato negli ultimi decenni anni fa sia valutato più di un immobile delle stesse dimensioni ma collocato in una via del centro città, che è stato accatastato magari un secolo fa. La conseguenza è che il primo paga più imposte sulla casa del secondo anche se vale meno.
Lo stato ci rimette, perchè incassa meno, e i cittadini costretti a pagare di più nonostante possiedano un immobile che vale meno subiscono un'ingiustizia.
Dunque una revisione è necessaria quantomeno per rendere più eque le imposte sugli immobili, come ha fatto di recente la città di Roma, interessando 175 mila immobili, molti dei quali erano considerati di scarso valore nonostante si vendano a prezzi elevati.
Perchè s'è fatto? Per tamponare i problemi di bilancio. Il comune s'è messo d'accordo con l'agenzia delle entrate che ha battuto palmo a palmo il territorio e scoperto che non esistono più case senza bagno e che si spendono molte migliaia di euro al metro quadro per appartamenti fino a ieri considerati "ultrapopolari".
Il pagamento dell'IMU e di altre tasse si basa sulla rendita catastale o più semplicemente sul valore secondo il fisco dell'immobile da tassare. Valore che andrebbe modificato nel tempo tenendo conto di eventuali cambiamenti dell'immobile (ad esempio molti edifici non hanno più il bagno sul balcone, come succedeva molto tempo fa) sia dei prezzi a cui gli immobili sono scambiati in un certo luogo.
Maggiore è il valore di un immobile, maggiore è l'incasso per lo stato e per gli enti locali, che dovrebbero aggiornare il catasto non solo per incassare di puù, ma anche per ragioni di equità.
Non è raro che un immobile di periferia costruito e accatastato negli ultimi decenni anni fa sia valutato più di un immobile delle stesse dimensioni ma collocato in una via del centro città, che è stato accatastato magari un secolo fa. La conseguenza è che il primo paga più imposte sulla casa del secondo anche se vale meno.
Lo stato ci rimette, perchè incassa meno, e i cittadini costretti a pagare di più nonostante possiedano un immobile che vale meno subiscono un'ingiustizia.
Dunque una revisione è necessaria quantomeno per rendere più eque le imposte sugli immobili, come ha fatto di recente la città di Roma, interessando 175 mila immobili, molti dei quali erano considerati di scarso valore nonostante si vendano a prezzi elevati.
Perchè s'è fatto? Per tamponare i problemi di bilancio. Il comune s'è messo d'accordo con l'agenzia delle entrate che ha battuto palmo a palmo il territorio e scoperto che non esistono più case senza bagno e che si spendono molte migliaia di euro al metro quadro per appartamenti fino a ieri considerati "ultrapopolari".
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