23 settembre 2019

La svolta verde della Germania

Mentre l'Europa scivola verso la recessione, la Germania, che già si trova in recessione, decide di spendere 100 miliardi nei prossimi anni per dare una svolta verde all'economia.

Non è un semplice rilancio, un modo di uscire dalla recessione, ma una trasformazione che non coinvolgerà soltanto lo stato ma tutto il sistema produttivo tedesco.

La Germania ormai da anni cerca di primeggiare nell'economia. Si spiegano così i guai di Deutsche Bank con i derivati, ma anche le scelte di Volkswagen che produce guadagnando poco (i guadagni del gruppo dipendono da Audi e Porsche) e mette in difficoltà le altre imprese automobilistiche europee, costrette a tenere bassi i prezzi e quindi a sacrificare la redditività.

Ora la Germania punta sul verde, promette 1 milione di colonnine elettriche, venendo in contro alla richiesta dell'industria nazionale, e incentivi per l'acquisto.

Colonnine e incentivi servono non solo a vendere le auto elettriche ma anche a ottenere economie nella produzione. Un modo per diventare leader nel mercato futuro, dove probabilmente la vendita di auto ibride e elettriche crescerà rapidamente.

Insomma la Germania non decide di spendere 100 miliardi per una svolta verde senza motivo o perchè lo dicono gli studenti che protestano contro i cambiamenti climatici. Lo fanno a ragion veduta per diventare leader nelle produzioni del futuro. E se altrove non si capisce, tanto meglio.

04 settembre 2019

Conte, Salvini e lo spread

Sta dunque per nascere il secondo governo Conte, con il PD prende il posto della Lega.

L'effetto più evidente per ora riguarda lo spread, che è un pò l'indicatore della fiducia verso le finanze pubbliche italiane. Se la fiducia c'è, si comprano titoli di stato italiani e lo spread scende. Se non c'è si vendono e lo spread sale.

Prima delle elezioni, verso la fine di febbraio del 2018, lo spread era circa 125. Ha subito un'impennata quando s'è capito che il governo avrebbe visto insieme il Movimento di Grillo e il partito di Salvini.



Col governo Conte lo spread è rimasto stabilmente sopra quota 200 e alcune volte è salito sopra 300, per effetto soprattutto degli attacchi di Salvini all'Europa.

Infatti le trattative per fare un governo senza Salvini hanno spinto lo spread fino al livello di 148 punti di oggi. Un livello mai visto durante il primo governo Conte.

Dunque un buon segnale per l'Italia, aver sostituito una forza anti-europea a una filoeuropea che ha scelto per l'economia un europeista convinto. Perchè ogni anno si rinnovano titoli di stato per oltre 400 miliardi di euro. Se un governo rassicurante per i mercati finanziari vuol dire tassi più bassi, si risparmieranno molti soldi in interessi. 4 miliardi per ogni 1% in meno di tasso pagato a chi sottoscrive i nostri titoli di stato.


02 settembre 2019

Ronaldo e le azioni della Juventus

Poco più di un anno fa la Juventus ha ingaggiato Cristiano Ronaldo. Era il luglio 2018. L'effetto sulle azioni della società è straordinario, come indica il grafico. Negli anni precedenti il valore era salito soltanto in occasione di una finale di Champions League (maggio 2017). CR7 ha portato le azioni della Juventus stabilmente sopra 1 euro, a livelli oggi doppi rispetto ai valori della primavera di un anno fa. 

Un ottimo investimento, Ronaldo, per gli azionisti.


28 agosto 2019

La mia banca è (più) differente...

La mia banca è differente, diceva uno spot delle Banche di Credito Cooperativo. Categoria a cui appartiene anche Banca Etica, che forse è più differente delle altre.

Se volete sapere il perchè, leggete l'intervista alla Presidente: https://ilponte.home.blog/2019/08/28/luca-beccaria-banca-etica-intervista-ad-anna-fasano-neo-presidente/?fbclid=IwAR0jV0lx5lO9--68fR6gEST0yCkvAv6wQpRPG2pIDPwYXdOGCisgw2jLwFQ

08 agosto 2019

I probabili effetti della flat tax

Il PIL fermo e probabilmente in calo nei prossimi mesi spinge Matteo Salvini a chiedere con inisistenza la flat tax, uno dei cavalli di battaglia della Lega (e delle destre).

Dire flat tax vuol dire promettere agli italiani un taglio delle imposte e quindi una busta paga con più soldi. Con quali effetti?

La prima questione è che la flat tax minaccia i conti pubblici. Diminuire le imposte vuol dire far crescere la spesa privata perchè i cittadini si trovano più soldi in tasca, e quindi le entrate fiscali, che però non sono sufficienti a compensare il calo delle entrate dovute alla flat tax.

La flat tax in altre parole vuol dire dare soldi ai cittadini e incassarne solo una parte, con relativi problemi di bilancio da parte dello Stato, troppo indebitato.

Flat tax vuol dire quindi un aumento del deficit: dove si trovano i soldi? La domanda se la faranno i sottoscrittori dell'ingente debito pubblico italiano. Ed è una domanda pericolosa: se il progetto di flat tax facesse diminuire la fiducia nei titoli di stato italiani, i conti pubblici subirebbero l'effetto negativo di tassi (e spread) in crescita e quindi di una maggiore spesa pubblica per interessi. Il buco nei conti pubblici provocato dalla flat tax ne genererebbe un altro.

La seconda questione è: quanta parte dei soldi ottenuti verrà spesa dagli italiani che otterranno uno sconto fiscale?

La teoria economica suggerisce che chi ha un reddito più basso spenderà di più, in percentuale delle somme ricevute. Chi ha un reddito di 800 euro e con lo sconto arriverà a 1000, spenderà buona parte o forse tutti i 200 euro in più, mentre chi guadagna 5000 euro spenderà solo parte del soldi ottenuti.

Se si vuole, quindi, che la flat tax o una qualunque riforma fiscale produca effetti positivi sui consumi, è necessario concentrare i benefici sui redditi più bassi.

L'esatto contrario di quel che promette di fare la flat tax che, prevedendo una sola aliquota, riduce le imposte soprattutto a chi ha redditi più elevati e per questo è soggetto alle aliquote più alte.E anche l'esatto contrario delle scelte economiche della Lega, contraria al salario minimo e di un governo restio a concedere aumenti degli stipendi pubblici e delle pensioni.

Se della flat tax beneficiassero soprattutto i redditi medio-alti, i consumi crescerebbero di meno. Una parte dei soldi finirebbero invece in banca, come sta succedendo ormai da anni, a rimpinguare i risparmi.

Gli italiani, scottati da una crisi senza precedenti e incerti sul futuro, evitando anche solo di investire in titoli di stato i risparmi, lasciandoli nei conti correnti.

La flat tax modificherebbe questo scenario? Probabilmente no, prevarrebbero le incertezze e la prudenza. Gli italiani ai tempi di Monti hanno capito che se i conti pubblici peggiorano c'è il rischio che qualcuno prima o poi chieda loro il conto sotto forma di maggiori imposte.

Quindi la spesa sarebbe inferiore al previsto. Colpa dei timori su un futuro incerto.

E i soldi spesi dove finiscono? In parte potrebbero essere spesi per beni di importazione. Un paradosso per chi vuole essere sovranista. Dai più soldi agli italiani ma una parte non piccola finisce per stimolare le economise straniere.

P.S.: un tempo Salvini, e in generale i sostenitori della flat tax, affermavano che il vantaggio della flat tax sarebbe un aimento delle entrate fiscali perchè aliquote più basse stimolerebbero una maggiore onestà. E' una idea che s'è sentita spesso ma non ha molto senso. Se un contribuente ha potuto dichiarare meno, non si vede perchè all'improvviso dovrebbe dire al fisco di guardagnare il 30 o il 50% in più. Anche se alla fine versasse al fisco la stessa somma, sarebbe una sorta di autodenuncia, un invito a indagare sul passato.

06 luglio 2019

Lee Iacocca

Nei giorni scorsi è morto Lee Iacocca, novantaquattrenne italoamericano ex amministratore delegato di Chrysler. Figlio di immigrati, Iacocca è un ottimo studente, e dopo aver studiato ingegneria viene assunto dalla Ford. Ma non vuole fare l'ingegnere, preferisce vendere auto. Ha successo e scala uno per uno tutti i gradini della gerarchia in  Ford fino a diventare vicepresidente. A quel punto iniziano i guai, perchè il presidente, nipote del fondatore teme di essere messo da parte e inizia a essergli ostile, fino a spingerlo a andarsene.

Così Iacocca approda in Chrysler,  la terza casa automobilistica americana che naviga in cattive acque dopo le due crisi petrolifere degli anni 70. L'impennata del prezzo della benzina e la crisi hanno spinto gli americani a abbandonare le grandi auto "made in USA" e a preferire le piccole giapponesi che fino a poco tempo prima nessuno voleva.

Iacocca riesce nell'impresa di salvare Chrysler. Impresa che racconta in un ottimo libro, la sua autobiografia. Libro che merita di essere letto ancora oggi, o forse soprattutto oggi, perchè Iacocca affronta i luoghi comuni del pensiero conservatore americano e li smonta con il punto di vista di chi a certe idee sull'intervento pubblico in economia ha creduto davvero salvo capirne in prima persona i limiti pratici.

Non solo un grande manager, ma anche un uomo che ha saputo mettere in dubbio le proprie convinzioni di  repubblicano dopo aver capito che certe idee alla prova dei fatti sono un vero fallimento.

19 giugno 2019

Il dominio della finanza, secondo Conte (Giuseppe)

Nel giorno della maturità, i principali esponenti del governo italiano si riuniscono per rispondere alla lettera dell'UE sul debito eccessivo.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato il senso della lettera: non è accettabile il dominio della finanza, perchè non permette la crescita.

E' una affermazione che lascia perplessi per vari motivi.

Il primo è che si sposta l'attenzione. Non si parla del debito eccessivo, che è l'oggetto del contendere, ma della finanza. Vale a dire di chi presta soldi e non di chi ne prende in prestito troppi. Un pò come se una persona dicesse al dietologo che non gli interessa parlare del proprio peso eccessivo ma di quel che vende il negozio sotto casa che vende cibi troppo buoni.

Dobbiamo anzi dovrebbe, il governo occuparsi del debito, pensando che l'UE difficilmente si lascerà ingannare.

La seconda questione riguarda l'idea del dominio della finanza. Affermazione che ricorda le bufale sui Rothschild che avrebbero e userebbero un grande potere. Bufala che nasce dal fatto che i banchieri hanno raccolto enormi somme di denaro usato per finanziare il debito pubblico, proprio come i Medici (e tante altre famiglie italiane del passato), ricordati invece per le opere d'arte.

Chi presta i propri capitali lo fa pensando ai propri interessi. Se domina (qualunque sia il significato di questo concetto) lo fa perchè il debito è enorme. Quindi anche questa volta il problema è il debito, non il dominio del creditore.

Terzo punto: il dominio non permetterebbe la crescita. Quella crescita che il governo sta promettendo, da un anno a questa parte cioè da quando è nato, ma di cui non si vede alcuna traccia. E non c'è neanche traccia di autocritica o almeno di una valutazione delle scelte fatte finora. Scelte celebrate come se dovessero far svoltare l'Italia, ma nella realtà capaci di deprimere l'economia, facendo fuggire capitali e investimenti.

Se il governo Conte vuole essere credibile non può certo spostare l'attenzione ma concentrarsi sulle proprie scelte che non stanno facendo bene all'economia e far salire troppo il debito, che pur alto sarebbe più facile da gestire se il PIL crescesse. Crescita che è auspicabile ma non si ottiene spendendo troppi soldi e male.

10 giugno 2019

Di Maio, Whirpool, Renault e Alitalia

La fusione tra FCA e Renault fallisce, per colpa soprattutto delle ingerenze del governo francese, azionista con il 15% della casa automobilista transalpina, e il superministro (controlla 3 ministeri) Di Maio ci spiega che i francesi hanno fermato un'operazione di mercato.

L'operazione di mercato, come la definisce il ministro, è una fusione che avrebbe potuto avere un forte impatto sulla realtà industriale delle due aziende, in particolar modo in Francia, con la chiusura di stabilimenti e cambiamenti tra i fornitori, anch'essi potenzialmente soggetti a chiusure di impianti.

E' logico quindi che un governo non veda di buon occhio una fusione che potrebbe provocare licenziamenti e proteste in una nazione sconvolta da mesi dalle proteste dei gilet gialli.

Lo stesso ministro però non liquida come operazione di mercato l'annunciata chiusura dello stabilimento campano di Whirpool, che -se valgono le regole di mercato- ha diritto di rioganizzare le proprie attività come avrebbero fatto FCA e Renault.

La sola differenza, oltre alla nazione in cui sono presenti le fabbriche coinvolte, è che nessuno sta comprando Whirpool. Per il resto siamo di fronte a possibili riorganizzazioni che possono causare perdite di posti di lavoro.

Proprio come nel caso Alitalia che il governo italiano non affronta e non trova soluzione perchè gli eventuali acquirenti della compagnia aerea vorrebbero licenziare migliaia di dipendenti. Scelta che Di Maio non vede di buon occhio proprio come il governo francese non vede di buon occhio il rischio che Renault licenzi gli operai.

08 giugno 2019

Le plusvalenze nel calcio

Il calciomercato è aperto e ne approfitto per (ri) spiegare come si generano plusvalenze quando una società di calcio vende un calciatore.

Quando una società di calcio acquista un calciatore, ovvero acquista il diritto a sfruttarne le prestazioni sportive, spende una certa cifra. Supponiamo che siano 40 milioni (somma spesa dalla Juventus quando ha comprato Dybala).

Nel bilancio della società si scrive che il giocatore vale 40 milioni. I bilanci però sono annuali, calcolano i costi e i ricavi di 12 mesi (nel calcio, di solito si parte il 1 luglio e si conclude il 30 giugno dell'anno successivo). Se per un giocatore si spendono 40 milioni e gioca 5 anni, il costo è 40:5 cioè 8 milioni. 

Il costo in gergo si chiama accantonamento al fondo ammortamento di un certo giocatore.

Dopo 1 anno il valore è 40 e si sono accantonati 8 milioni, il secondo anno il valore è 40 ma si sono accantonati 16 milioni, e così via.

Ora supponiamo che la società decida di vendere per 60 milioni il calciatore dopo 2 anni. Incassa 60 milioni, ne ha spesi 40 e ha accantonato 16 milioni. La plusvalenza è quindi 60-40+16= 36 milioni. Ovvero possiamo dire che dopo 2 anni il valore del calciatore è 24 milioni, pari al prezzo di acquisto, 40,  meno gli accantonamenti, 16 milioni. 36 milioni sono la plusvalenza.

E se con i 60 milioni di una vendita si compra un altro giocatore? Intanto i 36 milioni sono una plusvalenza cioè un ricavo straordinario. Un pò come aver firmato un contratto pubblicitario che dura solo 1 anno.

Se si acquista un calciatore da 60 milioni il costo annuo che diventa 60:5 (se il contratto è di 5 anni), ovvero 12 milioni. Che sono meno, nel nostro esempio, dei 36 milioni di plusvalenza. Con una plusvalenza di fatto si incassa una cifra rilevante subito e poi si pagano i costi in seguito, negli anni successivi.

Infine, cosa succede se il giocatore prolunga il contratto? 

In questo caso si calcola il valore e si ricalcola il costo proprio come s'è fatto in precedenza. Se dopo 2 anni il giocatore vale 24 milioni e si fa un nuovo contratto di 5 anni, il costo annuo passa da 8 milioni a 24:5 ovvero 4,8 milioni. 

06 giugno 2019

Calciomercato esteso

Gli appassionati di calcio forse sanno che quest'anno il calciomercato cioè le compravendite di calciatori, durerà tre mesi, dai primi giorni di giugno fino ai primi di settembre.

E' una scelta in controtendenza, rispetto a quello che s'è visto e detto negli anni scorsi, che nasconde una ragione economica e una tecnica.

Negli anni passati qualche operatore di mercato aveva chiesto di ridurre il periodo in cui sono possibili scambi. Tradizionalmente il "mercato" dei calciatori durava due mesi in estate, luglio e agosto (più qualche giorno di settembre), e uno in inverno, il mese di gennaio.

Chi chiedeva un periodo più breve voleva evitare trattative molto lunghe e, soprattutto, voleva impedire compravendite mentre il campionato era in corso per evitare possibili conflitti di interesse, ovvero giocatori che stanno trattando il passaggio da una squadra a un'altra contro la quale pootrebbero giocare mentre le trattative sono in corso.

Una riduzione per periodo degli scambi di calciatori creava altri problemi, possibili pressioni legate al fatto che se il mercato italiano chiude prima, restano possibili le vendite a squadre straniere mentre non sono possibili gli acquisti nè da squadre italiane nè da squadre straniere.

E' dunque meglio che il mercato chiuda lo stesso giorno dei mercati dei calciatori di altre nazioni. Ma perchè estenderlo anche a giugno?

La ragione è legata al bilancio che per quasi tutte le società calcistiche chiude il 30 giugno. La possibilità di vendere i giocatori a giugno permetterà alle società in difficoltà di raggranellare qualche soldo, utile per sistemare i bilanci e anche di risparmiare sugli ingaggi: se la trattativa si fa e si chiude a giugno, dal 1 luglio o magari anche prima il giocatore è pagato dalla società acquirente e il venditore risparmia un pò di soldi.

E' una ipotesi azzardata, la mia? Mi sa di no: la vendita della Fiorentina a un imprenditore italo-americano e altre trattative (Genoa e Sampdoria) in corso suggeriscono che i conti delle squadre non sono floridi.